Il dramma del Kurdistan raccontato nel Mese della Resistenza

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di Irene Giancristofaro
LANCIANO. Una rara testimonianza sulle violenze nel Kurdistan, quella presentata ieri, venerdì 22 aprile all’Auditorium Diocleziano di Lanciano, con il docu-film “Nekuje – Non uccidere” di Garip Slyabend Dunen, presente alla proiezione, con cui ho avuto modo di parlare personalmente. Garip Slyabend è ……

un giornalista curdo che lavora come fixer, collaborando con molti suoi colleghi. L’iniziativa, promossa nella città frentana nell’ambito del mese della Resistenza, ha offerto uno spazio di approfondimento e condivisione sui temi riguardanti i conflitti in Medioriente, considerando soprattutto la drammatica situazione del Kurdistan.
Il documentario, a cura della @Rete Kurdistan, denuncia le profonde e continue violazioni “di ogni più elementare diritto umano”, cui sono sottoposti gli abitanti delle aree a maggioranza curda della Turchia sudorientale. Una guerra poco raccontata che gli Stati Uniti, la Russia e i Paesi Europei, hanno interesse ad ignorare. In “Nekuje – Non uccidere”, Garip Slyabend racconta, con immagini di forte ed immediato impatto sullo spettatore, i giorni di conflitti e resistenza nella sua città natale Silvan, capoluogo della provincia di Diyarbakir nel Kurdistan Turco, dove lo scorso novembre rimase bloccato diversi giorni a causa di un coprifuoco. In quell’occasione decise d’impulso di girare un video, divenuto un prezioso documentario richiesto soprattutto in Italia e a Londra.
Una dimostrazione su ciò che accade alle famiglie curde, impossibilitate a lasciare le proprie abitazioni, all’avvicinarsi dei convogli militari. Durante l’incontro racconta di abitazioni distrutte dal fuoco dell’artiglieria turca, di sparatorie sui civili, del coprifuoco che obbliga a rimanere tutti nelle proprie case, di cumuli di bossoli abbandonati per strada, di scritte di minaccia lasciate sui muri e di persone private per giorni di acqua ed elettricità, portate allo stremo delle forze. La situazione è di una violenza tale che induce i curdi alla ribellione e, per questo, ad essere tacciati di terrorismo e massacrati dalla milizia turca, in accordo con l’Isis. Il Kurdistan, spiega Garip, è situato in Mesopotamia, tra i fiumi Tigri ed Eufrate. Politicamente è diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria e la sanguinosa questione territoriale risale alla fine dell’Impero Ottomano. Questi Paesi, in cui i curdi risiedono, non sono disposti a rinunciare ad una parte del loro territorio, negando loro un’identità nazionale, oltre che una Nazione.
I curdi non vogliono uno Stato ma un federalismo democratico senza confini, in cui gestirsi in pace e autonomia, nel rispetto della giustizia e delle pari opportunità. Per tali diritti continuamente negati, il popolo curdo è costretto a ricorrere alle armi, a cui seguono feroci repressioni. Repressioni attuate in particolar modo dalla Turchia, rifornita di armi dagli Stati Uniti e da Paesi Europei quali la Germania e l’Inghilterra. Chiunque in Turchia tenti di svelare i retroscena dichiarati da una stampa asservita al potere, viene torturato, ucciso, arrestato o fatto sparire nel nulla. La Turchia è in una posizione geografica strategica, facendo da ponte tra l’Europa e il Medioriente. Ad essa, dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla Russia è stato demandato il compito di arginare i flussi migratori dei profughi e il loro diritto d’asilo. Un problema che l’Europa non vuole e non sa gestire. Attualmente si stanno portando avanti dei negoziati per permettere alla Turchia di far parte dell’Unione Europea, pur non avendone i requisiti. Forti interessi economici si nascondono dietro i Paesi del Medioriente, considerati tra i più ricchi di petrolio al mondo. La questione dei curdi si inserisce nel quadro delle strategie da seguire per ottenere il controllo dei territori e delle sue preziose risorse.
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