Kurdistan turco. Continuano le violenze verso la cittadinanza

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di Shorsh Surme
E’ una vera e propria guerra civile di cui in pochi parlano, quella in corso alle porte dell’Europa: da giorni continuano nel Kurdistan della Turchia (Nord Kurdistan) gli scontri tra le forze governative e la popolazione curda…….


La Turchia del sultano Recepì Tayyp Erdogan in questi giorni ha inviato più di 14mila tra soldati, poliziotti e squadre speciali, oltre all’aviazione, una vera e propria operazione militare che ha lasciato un centinaio di morti specie tra civili, per le strade del Kurdistan turco. Città come Silopi, Nusaybin e Cizre sono sotto coprifuoco ormai da un mese.
A Sur, qurtiere storico della città di Diyarbakır, in curdo (Amed), la capitale del Kurdistan turco, la situazione è ancora più dura, le strade presentano uno scenario di guerriglia con carri armati in strada.
Retate, rastrellamenti e attacchi con mezzi militari si sono svolti nelle provincie di Silopi e di Czira e proprio in questa ultima cittadina sono stati assassinati una bimba di 6 mesi e il suo nonno, quando nella notte di Santo Stefano è finita sotto il fuoco dell’artiglieria. Poiché la bimba era rimasta ferita, ma era ancora in vita, la famiglia ha chiamato i soccorsi.
Quando il nonno è uscito per portare in braccio la piccola verso l’ambulanza, entrambi sono finiti sotto il fuoco degli spari. Sono morti poco dopo entrambi in ospedale.
Il dramma di 25 milioni di curdi in Turchia cominciò nel 1923 quando Mustafa Kemal Atatürk definì i cittadini del paese non parlanti turco come potenziali nemici della nazione. Queste proclamazioni scioviniste vennero confermate, a partire dagli anni Trenta, dalla mitizzazione della storia turca e da ricerche pseudoscientifiche volte allo studio della razza turanica: infatti lo sforzo di turchizzazione non si limitava all’uso della lingua ma interessava anche la storiografia, turchizzando la storia di tutta l’Anatolia, l’attuale Kurdistan della Turchia.
Nel marzo del 1924 l’insistenza sull’uso della sola lingua turca nelle corti giudiziarie, la proibizione ufficiale del curdo, l’abolizione di tutte le scuole curde e la soppressione delle pubblicazioni in lingua curda indicarono un cambiamento profondo nel pensiero kemalista. Si intravedeva chiaramente una politica razzista.
D’allora i curdi cominciarono con le rivolte: la prima fu guidata da un leader religioso locale conosciuto come Sheikh Said Piran, ed infiammò nella primavera del 1925 le province di Diyarbakır, Bingöl e Elazığ, prima di venire soffocata nel sangue. Un’altra rivolta scoppiò alle pendici del monte Ararat tra il 1927 e il 1930, subendo la medesima sorte. Al fine di favorire l’assimilazione forzata dei curdi, negli anni Trenta il governo turco avviò un programma di deportazione di parte della popolazione di lingua e cultura curda dal nativo del Kurdistan. Nel 1934 questa politica governativa venne formalizzata in una legge apposita, la İskân Kanunu (Legge del reinsediamento). Particolarmente importante è stata la ribellione di Dersim del 1936-38, anche questa ribellione fu repressa nel sangue e rimane ancora sconosciuto il luogo di sepoltura del leader della rivolta Seyid Rıza.

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