In Kurdistan la speranza è musica all’Uptown Jazz

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di Grazia Pacileo
Il cuore del Kurdistan iracheno batte al ritmo del jazz. A Sulaymaniyah, città a maggioranza curda, è nato un locale dove si può passare una serata senza pensare a quello che……. succede là fuori.
Terra martoriata dai conflitti continui, il Kurdistan è l’ultimo posto al mondo in cui pensi di trovare un riparo per ascoltare buona musica, eppure è così. Lo scorso settembre Chalak Salar ha deciso di giocare d’azzardo e investire in una grande scommessa: aprire uno jazz club, un posto in cui si può fare vita notturna, ascoltando musicisti jazz che arrivano da tutto il mondo.
Salar, già proprietario di un ristorante italiano nella stessa città, ha trovato l’ispirazione nei club che egli stesso frequentava a Londra, posti in cui la musica e il divertimento erano la normalità. È così che nasce l’Uptown Jazz, una pretesa di vita culturale e ludica all’interno del Kurdistan, un territorio in cui la guerra non si guarda solo in TV. Un locale in cui passare le serate, per tutti, donne e uomini che vogliono soltanto mangiare, bere ed ascoltare dell’ottimo jazz.
Ma può avere successo un posto del genere? La risposta è sì! Nonostante la situazione politica, infatti, Salar afferma che sono in tanti ad aprire nuove imprese a Sulaymaniyah, e che non mancano i clienti. C’è da dire che in un contesto come quello del Kurdistan, forse un qualsiasi motivo di evasione è ben accetto. Poi, avere un ottimo manager che curi tutta la parte del marketing e della promozione, aiuta. Nuha Serrac, statunitense ma di origine curda, si è unito al progetto di Salar, garantendo così migliori probabilità di successo per l’Uptown Jazz, attirando non solo chi ha voglia di fare “vita occidentale”, ma ottenendo una cerchia di clienti anche più tradizionali.
Un’impresa nobile quella di Salar, non c’è dubbio, ma c’è anche un lato, per così dire, negativo. È un’esperienza gratificante, ma molto, molto difficile. Sempre Salar dice che la voglia di chiudere tutto e tornare a Londra spesso si fa prepotente, perché non sempre gli affari vanno bene, non sempre si è ben visti. Ma la rinuncia è un atteggiamento vile, abbandonare la propria terra è da deboli, ed è questo che tiene uomini come Salar ancorati al Kurdistan. La speranza di poter cambiare.
Una voglia di creare società e divertimento, tutto quello che in un’altra qualsiasi città si dà per scontato, qui è una novità che ha alla base tanta volontà di cambiare e migliorarsi.
Che questo cambiamento avvenga tramite la musica è importante, per diversi motivi. Il primo è che la musica è cultura, la musica è arte, e diffonderla è un gesto di apertura nei confronti della cultura. In particolare il genere del jazz (tra l’altro abbastanza sconosciuto in quelle zone), che nasce da una condizione di schiavitù e impotenza sociale, evidenzia ancora di più una situazione che non aspetta altro che essere stravolta.
Inoltre, che sia la musica a proporsi come veicolo di cambiamento e di apertura è una forte risposta agli avvenimenti del 13 novembre. L’arte in tutte le sue manifestazioni, non può essere soggetta al silenzio finché c’è la voglia di conoscere e sperimentare. Che un segnale così forte arrivi da un territorio storicamente chiuso, fa riflettere.
Fonte:cultora.it

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