Iran, stringono la mano a persone dell’altro sesso: due poeti condannati a 99 frustate

Aggiornato il 03/05/18 at 04:39 pm


di Federica Macagnone

Novantanove frustate ciascuno per aver stretto la mano a persone del sesso opposto. Lei è Fatemeh Ekhtesari, lui è Mehdi Musavi: entrambi artisti e poeti iraniani, dovranno subire la punizione come monito di…. una dura linea repressiva che la magistratura iraniana sta adottando nei confronti di artisti e scrittori che non appoggiano il presidente Hassan Rouhani. I due intellettuali sono stati arrestati nel 2013 per «aver insultato il sacro e aver fatto propaganda contro lo Stato» e adesso sono stati condannati a una pena detentiva e alla punizione corporale dopo essere stati costretti a confessare con l’uso della forza: Ekhtesari dovrà scontare 11 anni e mezzo di carcere, Mousavi, invece, rimarrà in cella per nove anni. La pena della fustigazione è stata inflitta dopo che Ekhtesari ha ammesso di aver stretto la mano a partecipanti di sesso maschile in un evento di poesia in Svezia: stringere la mano a un individuo di sesso opposto che non sia un familiare è considerata in Iran una «illegittima relazione sessuale paragonabile all’adulterio». Il caso è stato denunciato da Karin Deutsch Karlekar, direttore del Pen American Center, programma che difende la libertà di espressione, che ha sottolineato il giro di vite del governo su artisti e poeti. «Credo che la magistratura stia spingendo la situazione e stia cercando di mettere in chiaro che l’apertuta tanto sperata non ci sarà. L’Iran ha sempre limitato le arti, ma entrambi gli scrittori in precedenza avevano pubblicato libri di poesia con il permesso dei censori del governo. La magistratura stava aspettando un pretesto per dare una dimostrazione e inviare un messaggio chiaro sulla linea dura che ha intenzione di adottare». Né i funzionari iraniani né la magistratura hanno commentato il caso, mentre nel Paese la notizia non è stata data dai media ufficiali. Polizia, magistratura e militari vedono qualsiasi riavvicinamento all’Occidente come una minaccia per la Repubblica Islamica e un segno di decadenza morale. Ma questo è solo l’ultimo caso in ordine cronologico di arresti e condanne di attivisti, giornalisti e artisti che fanno da sfondo al governo di Rouhani. Il caso più noto, che ha destato maggiore scalpore mediatico all’estero, è stato quello di Jason Rezaian, giornalista del Washington Post con doppia cittadinanza statunitense-iraniana, detenuto in Iran per 14 mesi e recentemente condannato per accuse che includono lo spionaggio: rischia fino a 20 anni di carcere, mentre il governo degli Stati Uniti e le associazioni dei diritti umani hanno fortemente criticato la gestione del caso da parte dell’Iran e hanno chiesto la sua liberazione. Ad agosto i media di stato hanno accusato un giornalista del Wall Street Journal, da tempo corrispondente in Iran, di aver cospirato contro il governo. Alla fine dello scorso anno, almeno 30 giornalisti sono stati tenuti nelle carceri iraniane, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, con base a di New York. Sherif Mansour, coordinatore del programma in Medio Oriente e in Nord Africa per il Committee to Protect Journalists, ha detto che i giornalisti sono spesso presi di mira perché sono «molto più facili da inquadrare come spie. C’è una linea sottile che le persone che vivono in società democratiche sono abituate a vedere. Il ruolo del giornalista è quello di raccogliere informazioni, comprese quelle relative a funzionari pubblici. Quello che stanno cercando di fare in Iran è di offuscare quella linea». Ma il giro di vite ha preso di mira pure gli artisti: nel maggio 2014, le autorità hanno arrestato un gruppo di giovani iraniani per aver ballato sulle note di Happy di Pharrell Williams. Il caso ha suscitato critiche internazionali, comprese quelle del musicista, e i ragazzi hanno ricevuto una sospensione della pena: erano stati condannati a 6 mesi di carcere e 91 frustate. A giugno, un giudice ha inflitto alla fumettista Atena Farghadani, una condanna a 12 anni e nove mesi di detenzione, per aver rappresentato i parlamentari iraniani nelle vesti di scimmie, mucche e altri animali. Questo mese, un tribunale ha condannato il pluripremiato regista iraniano Keywan Karimi a sei anni di carcere e a 223 frustate per i suoi film, considerati «un insulto al sacro». «Stanno cercando di spaventare un sacco di persone che sono in Iran, giornalisti, poeti, blogger e utenti di Internet – ha detto Haleh Esfandiari, ricercatore presso il Wilson Center di Washington e detenuto dalle autorità iraniane nel 2007 – Stanno cercando di avvertire tutti dicendo di pensarci due volte a entrare in contatto con uno straniero». Fonte:ilmessaggero.it

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