La Primavera curda


di Federica Fanuli

Dalla lotta per l’indipendenza alla resistenza contro il fanatismo islamico. Storia di un popolo che sta dimostrando all’Occidente come l’Isis può – e deve – essere sconfitto……. La resistenza contro l’ISIS ha fatto riemergere la questione curda. Il popolo curdo è stato duramente perseguitato in Turchia, in Iran, in Siria e in Iraq. La loro lingua era vietata, la bandiera curda non sventolava, più di 40.000 i morti che si contano dal 1984, migliaia i prigionieri politici. Oggi, quello stesso popolo sta chiaramente dimostrando all’Occidente che l’ISIS può e deve essere sconfitto. Sunniti musulmani, i curdi hanno la propria lingua e la propria cultura e vivono in un’area compresa tra la Turchia, l’Iraq, l’Iran, l’Armenia e la Siria. Il Kurdistan, una regione montuosa del sud-ovest asiatico. Prima della Prima Guerra Mondiale, i curdi sono nomadi e praticano la pastorizia lungo la pianura della Mesopotamia e gli altopiani della Turchia e dell’Iran. Dopo la guerra, l’Impero Ottomano si sfalda in diversi Stati, ma non in un Kurdistan indipendente. I Curdi non sono più liberi ed è nel corso del XX secolo che emerge tra la popolazione curda la spinta nazionalista e all’autodeterminazione. Il trattato di Sèvres, nel 1920, crea una serie di mandati (Siria, Palestina e Iraq) affidati agli Stati europei e apre la strada al Kurdistan indipendente. Due le posizioni dominanti: quella inglese, che sostiene la nascita di uno Stato indipendente, e quella francese, che punta alla concessione di un’autonomia. È Parigi a prevalere e nasce un Kurdistan autonomo che per diventare indipendente ha bisogno del consenso della Società delle Nazioni. Il trattato di Losanna, accordo tra le potenze occidentali e la giovanissima Turchia di Kemal, rappresenta il definitivo seppellimento della speranza di autodeterminazione per il popolo kurdo. Non si parla più di Kurdistan e l’ostracismo del nuovo Stato turco impedisce l’esistenza stessa della questione kurda. Da qui ha inizio la triste parabola discendente dei curdi, i cui territori sono spartiti tra Turchia, Siria, Iran e Iraq. La repressione a danno della popolazione curda è durissima. Campi di concentramento, stragi, fosse comuni segnano la storia della popolazione curda. In Iraq, dopo che i curdi ebbero combattuto accanto all’Iran nella guerra del 1980-88, Saddam Hussein utilizza armi chimiche per radere al suolo interi villaggi e riempire le fosse comuni di curdi. Hanno subito persecuzioni e discriminazioni in Siria e in Iran, sotto la Shah Reza Palhavi e dopo la rivoluzione islamica del 1979. In Turchia, ai “Turchi della montagna”, appellativo dispregiativo che fa riferimento alla conformazione territoriale della regione del Kurdistan, viene negata l’identità. La lotta tra il governo turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – il movimento politico clandestino armato marxista-leninista, appoggiato dalle masse popolari del sud-est del paese a prevalenza curda, anche se non tutti ne condividessero metodi e politiche estremiste – diventa una vera e propria guerra, che ha lasciato sul campo di battaglia migliaia di vittime. Nel 1999, nonostante l’incarcerazione del leader storico Abdullah Ocalan, il PKK – inserito dagli USA, dall’Unione Europea e Turchia nella lista nera delle organizzazioni terroristiche – ha perseguito la sua lotta armata, alternando violenza a periodi di tregua. Le problematiche curde devono ovviamente essere analizzate in chiave geo-politica e incasellate nel complesso scacchiere medio-orientale. La regione a nord dell’Iraq abitata dai curdi è ricca di petrolio. Una risorsa che spiega la frammentazione territoriale parzialmente autonoma e la netta opposizione all’indipendenza del Kurdistan. All’indomani delle due guerre del Golfo e dell’invasione americana in Iraq, la questione curda compare sulla scena per ottenere il controllo di un territorio, e dei suoi giacimenti, d’importanza politico-economica strategica. L’attuale Kurdistan iracheno ha una certa autonomia politica, perché regione federale dell’Iraq, così come il Kurdistan siriano grazie alla presenza della popolazione curda in lotta, nel vasto universo delle forze “ribelli”, contro le milizie islamiche. La situazione in Siria è però ancora troppo confusa perché abbia un quadro chiaro. Certo è che l’esito della guerra sarà sicuramente decisivo.
I curdi sono finiti in mezzo del conflitto siriano. Le Unità di protezione popolare curdo-siriane (Kurdish People’s Protection Units, YPG) e i ribelli siriani si sono ripresi la città di Tal Abyad, sul confine con la Turchia, dopo che hanno vinto a Kobane e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan, PKK) continua ad arginare il terrorismo. La resistenza di uomini, e di combattenti donne, è quotidianamente messa a dura prova in Iraq e in Siria e, se da una parte, l’YPG contrasta l’avanzata dello Stato Islamico, dall’altra i soldati Peshmerga non sono solo bersaglio degli ISIS, ma anche degli attacchi turchi. Infatti, le forze di difesa del popolo curdo potrebbero consolidare il controllo sullo spazio territoriale occupato, un fattore di rischio per il potere di Erdogan il quale non si esclude possa favorire l’ISIS pur di scongiurare questo pericolo. Dopo la liberazione della città di Tal Abyad i curdi hanno riportato alla luce un tunnel di 500 metri, scavato dai miliziani dello Stato Islamico che, una volta terminato, avrebbe collegato Tel Abyad con il primo villaggio all’interno del confine turco, Akcakale. È piuttosto concreto quindi il sospetto di un sostegno turco allo Stato Islamico, perché la presa di Tal Abyad consente ai curdi di tenere unite tre aree a maggioranza curda situate lungo le frontiere tra Siria e Turchia: Afrin, a nord-ovest di Aleppo; Kobane, a ovest di Tal Abyad, e al-Jazira, a nord-est della provincia di Hasakeh. Questa disposizione permette all’alleanza internazionale di poter contare su di un solido alleato a differenza del Free Syrian Army, inaffidabile nonostante i milioni di dollari spesi dagli USA e da altre potenze occidentali per consegnare ai ribelli moderati armi ed equipaggiamenti. Ultima di una serie di conquiste messe a segno dalle Unità di protezione a danno degli uomini del Califfo Abu Bakr al Baghdadi, i combattenti curdi hanno strappato all’ISIS la base militare di Liwa (Brigata) 93, nella provincia di Raqqa. I curdi hanno sfruttato la copertura aerea dei caccia della coalizione internazionale a guida americana per guadagnare terreno e spingersi fino alla capitale dello Stato Islamico in Siria. Da qui hanno proseguito più a sud, occupando la città di Ain Issa e alcuni villaggi limitrofi. Si tratta di un’area nevralgica per lo sviluppo del conflitto, perché situata all’incrocio tra le strade che collegano Raqqa ad altri territori controllati dagli ISIS: a ovest, alla provincia di Aleppo, e a est, alla provincia di Hassakeh. Respingere i miliziani jihadisti verso Raqqa potrebbe interrompere la via di comunicazione tra lo Stato Islamico e le frontiere turche, un collegamento diretto per ricevere armi e rinforzi e immettere nei mercati del contrabbando internazionale petrolio e gas estratti dai giacimenti conquistati in Siria, con il tacito benestare del governo di Ankara.
Dalla lotta all’indipendenza del Kurdistan alla resistenza contro le milizie del terrorismo islamico, sembra si stia alzando il vento della primavera curda. Malgrado i risultati finora conseguiti dalla campagna militare curda, però, l’YPG continua a essere tenuto ai margini delle decisioni che contano, escluso dalle stanze del potere. I curdi combattono in prima linea contro il nemico jihadista, ma non rivestono un ruolo sufficientemente decisivo tale da rinforzarne le fila dei combattenti e impegnare ufficialmente le Unità di protezione al fine di accelerare i tempi del conflitto. L’ostruzionismo americano dimostra la fondatezza dei timori del Presidente Erdogan, turbato dalle vittorie dell’YPG in Siria che potrebbero riaccendere gli animi dei separatisti curdi del PKK, sia giunta a Washington. All’indomani delle elezioni turche che hanno sancito l’ingresso in Parlamento del Partito Democratico dei Popoli (Halkların Demokratik Partisi, HDP) del filo-curdo Selahattin Demirtas, aleggia il chiaro sospetto che questa battaglia possa essere condotta dai curdi in nome del principio dell’autodeterminazione, una campagna militare curda che riporta alla luce una questione sopita per un secolo e che potrebbe tracciare i nuovi confini mediorientali.
Fonte:www.cosmopolismedia.it

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