Usa. I repubblicani vogliono la secessione del Kurdistan Iracheno


di Ehsan Soltani

I Repubblicani del “Comitato per i Servizi Armati House” (1) della Camera degli Stati Uniti hanno formulato una proposta di legge che se approvata comporterà la posizione di Washington a favore della separazione del Kurdistan Iracheno dall’Iraq…….

La proposta considera alcune compensazioni per il governo di Baghdad, tra le quali un assegno di 715 milioni di dollari provenienti dal budget del Pentagono per sostenere l’esercito iracheno e le forze governative nella guerra contro Stato Islamico.
Sulla base di queste condizioni il governo iracheno dovrà interrompere il proprio sostegno ai gruppi miliziani sciiti e dare un ruolo centrale alle minoranze non-sciite per la gestione del paese. Sul sito ufficiale del Comitato si legge che “Se il governo iracheno non dovesse rispettare le condizioni, il 75 per cento degli aiuti militari degli Stati Uniti a Baghdad verrà sospeso e più del 60 per cento di questi aiuti sarà inviato direttamente ai curdi e sunniti”.
Tale proposta ha suscitato diverse reazioni in Iraq.
Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Regione autonoma del Kurdistan Irq. ha accolto con favore l’iniziativa del Comitato definendola “un passo molto importante”.
Nazım Herki, vice capo del Comitato, ha affermato che “questi aiuti rafforzano notevolmente il ruolo dei peshmerga nella lotta contro il terrorismo”.
L’ufficio del Haider al-Abadi, presidente del Consiglio iracheno, ha emesso una dichiarazione contro la proposta di legge, dove viene puntualizzato che “la struttura dell’interazione con il governo iracheno è stata sempre chiara, cioè il rispetto della sovranità dell’Iraq. Questo è uno dei fondamenti dello stato ed è rappresentato con costante enfasi nei negoziati internazionali”. La dichiarazione continua spiegando che “Sottolineiamo che nessuna arma senza permesso del governo iracheno potrà entrare nel paese”.
Il parlamento dell’Iraq ha dato mandato a quattro delle commissioni, Affari Esteri, Legale, Sicurezza e Difesa, e Tribù, di preparare una proposta di legge per rispondere all’iniziativa americana.
Muqtada al-Sadr, leader del Movimento Sadrista (partito al quale appartengono 32 parlamentari dell’attuale legislatura), si è espresso con una grave reazione dichiarando che “questo è un evidente tentativo di dividere Iraq” e ha chiesto una “risposta decisiva da parte del governo e del parlamento contro la proposta di legge americana”. Al-Sadr ha quindi minacciato di porre fine al sostegno del suo gruppo paramilitare che a suo tempo aveva fondato contro gli obbiettivi americani in Iraq e che riprenderà a combattere contro qualsiasi interesse americano dentro e fuori il proprio paese.
Alcuni analisti ritengono che questa proposta di legge stia preparando il terreno alla divisione dell’Iraq in tre zone: regione del Kurdistan, regione dei Sunniti e regione degli Sciiti, argomento di cui il vicepresidente Usa Joe Biden ha accennato in più occasioni.
La prima volta è stata nel maggio 2006 (2), quando Biden era nella Commissione Esteri del senato: allora aveva proposto che l’Iraq venisse diviso in tre regioni distinte, cioè una per i curdi, una per gli sciiti e una per i sunniti, con un governo centrale a Baghdad al fine di mantenere il paese unito ma con un forte decentramento in modo da dare ad ogni gruppo etnico-religioso spazio per curare i propri interessi; al governo centrale sarebbe toccata la gesione degli interessi comuni.
Di nuovo nell’agosto del 2014, in un articolo per il Washington Post, Biden aveva scritto che “l’approccio che sta emergendo consiste in un “federalismo funzionante” sotto la costituzione irachena, che garantirebbe un’equa ripartizione degli introiti per tutte le province e lo stabilire strutture di sicurezza radicate a livello locale, come ad esempio una guardia nazionale per proteggere la popolazione nelle città e nei paesi e per negare lo spazio all’Isis proteggendo l’integrità territoriale dell’Iraq. Gli Stati Uniti sarebbero disposti ad offrire formazione e altre forme di assistenza ai sensi del nostro accordo quadro strategico, per aiutare un tale modello di successo”.
Jeffrey Goldberg, giornalista israelo-statunitense ritenuto dal redattore del Columbia Journalism Review Michael Massing “il più influente giornalista e blogger su questioni relative a Israele e Medio Oriente”, nel giugno 2014 sul The Atlantic aveva pubblicato che “Quasi sette anni fa ho scritto un pezzo per questa rivista sull’imminente crollo della mappa post-guerra mondiale del Medio Oriente. Ho scritto nel 2007 il reportage, che poi abbiamo chiamato “Dopo l’Iraq: a cosa somiglierà il Medio Oriente”, quindi pre-Obama, pre-Primavera araba, pre-un sacco di cose, ma anche tornando indietro ad allora, era abbastanza ovvio che l’era della stabilità in Medio Oriente (relativamente parlando) stava volgendo al termine”.
Goldberg aveva continuato affermando che “Ho anche fatto un paio di previsioni, informato da vari esperti: la più importante conseguenza dal primo ordine dell’invasione dell’Iraq, prevista da molti di coloro con cui ho parlato, è la possibilità di un conflitto regionale tra sunniti e sciiti per la supremazia teologica e politica in Medio Oriente. Questa è una guerra che potrebbe essere combattuta per procura dell’Arabia Saudita, portabandiera sunnita, contro l’Iran, o forse da Iran e Arabia Saudita sui campi di battaglia in Iraq, in Libano e in Siria, e in gran parte nella provincia orientale sciita dell’Arabia Saudita, sotto la quale si trova la maggior parte del petrolio del regno.
Una delle ragioni che non reputo spiegare sufficientemente l’apparente collasso dell’Iraq, e una delle ragioni per cui non credo che sarebbe saggio per gli Stati Uniti correre in Iraq per sistemarla, è che non ho creduto per un solo istante che esistesse una colla capace di tenere insieme il paese. Questo è un caso in cui la naturale prudenza del presidente Obama, e il suo comprensibile desiderio di evitare i macelli in Medio Oriente, è una buona cosa. E sono d’accordo con Colin Kahl sul fatto che Obama non perderà l’Iraq, anche se ancora mi auguro che fosse andato nei primi mesi a sostenere quella che allora era una ribellione siriana più moderata”.
In realtà la balcanizzazione dell’Iraq è legata anche al “Piano Yinon” (4), che è poi la continuazione dello stratagemma britannico. L’obiettivo del Piano Yinon è quello di garantire la superiorità israeliana attraverso la balcanizzazione del Medio Oriente e degli stati arabi, in stati più piccoli e più deboli. Gli strateghi israeliani videro l’Iraq come la loro più grande sfida strategica in uno stato arabo. È per questo che l’Iraq è stato delineato come il pezzo centrale per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo.
Come Goldberg ha scritto in un suo articolo, “Di solito la domanda sul Medio Oriente con la più vasta portata di inventiva era questa: quanti stati, uno o due, di Israele o di uno Stato palestinese, o entrambi esisteranno un giorno sul pezzo di terra tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano? Oggi la domanda sembra banale se confrontata con questa: Quanti stati ci saranno un giorno tra il Mediterraneo e il fiume Eufrate? Tre? Quattro? Cinque? Sei? E perché fermarsi alla riva occidentale dell’Eufrate? Perché non andare fino in fondo al fiume Indo? Tra il Mediterraneo e l’Indo oggi si trovano Israele e i territori palestinesi, Libano, Siria e Giordania, Iraq, Iran, Afghanistan e Pakistan. L’instabilità a lungo termine potrebbe portare alla rottura di molti di questi stati”.
Quando parliamo di separazione del’Iraq in tre parti dovremmo chiederci: quale sarà la reazione del’Iran, paese influente nella zona? La separazione dell’Iraq conviene agli iraniani?
Per rispondere a questa domanda dovremmo vedere la situazione degli sciiti in Iraq. Gli iracheni sono in larghissima maggioranza musulmani (95-98%); di questi il 60% sono sciiti. Così si presume che la maggioranza dei musulmani in Iraq appartengono alla confessione sciita, che si concentra nel sud e nel sud-est, spingendosi a nord fino a Baghdad e alla regione di Diyala, mentre nel resto del paese si distribuiscono le comunità a maggioranza sunnita. E anche gli sciiti stano prendendo in mano il capitalo dell’Iraq. Come possiamo vedere nella figura sottostante, dal 2005 al 2007 gli sciiti a Baghdad sono aumentati del 75%.
Gli oleodotti e il rischio-attentati. La carta mostra le zone dell’Iraq a maggioranza sciita: in esse sono numerosi i giacimenti di petrolio (i più grandi vicino a Bassora), gli oleodotti e le raffinerie.
La parte sciita indipendente nel sud e sud-est del’Iraq avrà il controllo di tutte i corsi d’acqua del paese, mentre la parte sunnita e il Kurdistan perderanno gli accessi al mare. E’ evidente che la parte sciita nel sud, con il controllo della maggior parte del petrolio e delle vie dell’acqua verrebbe ad essere un grande alleato per l’Iran, ed governo iraniano, impegnato a sviluppare la propria influenza e controllo su Golfo, non sarà più preoccupato dalla minaccia separatista degli arabi dell’Ahwaz.
D’altre parte i principali rapporti economici del governo del Kurdistan irq. sono con l’Iran, basti vedere la quantità di merci che ogni giorno dall’Iran viaggiano verso il Kurdistan (5). Iran e Turchia sono i due clienti principali del commercio del petrolio del Kurdistan, come diverse volte i curdi hanno affermato (6); l’Iran è stato primo paese ad inviare armi ai peshmerga per combattere contro l’Isis e ancora sta sostenendo i curdi contro lo Stato Islamico.
Il governo regionale del Kurdistan ha tuttavia mostrato di preferire il ruolo di mediatore fra i curdi e i governi centrali (Iran e Turchia) e quindi di volere alleati potenti, piuttosto che appoggiare i curdi dell’Iran e della Turchia: le conseguenti tensioni con le due minoranze indeboliscono il suo ruolo nel Medio Oriente.
L’Iran sembra comunque guardare con più interesse al Kurdistan iracheno che all’Iraq, tant’è che nella sua visita a Teheran il primo ministro della Regione autonoma, Nechirvan Idris Barzani, è stato ricevuto con issata solo la bandiera del Kurdistan e non, come è di prassi, quella del Kurdistan accompagnata da quella dell’Iraq: si tratta di un gesto che si presta ad interessanti letture nel quadro geopolitico locale e nel numero in crescita di paesi che potrebbero appoggiare la nascita di uno Stato curdo.

Note.
1. Il Comitato per i Servizi Armati House è un organo della Camera dei Rappresentanti deputato al controllo delle spese militari ed alla supervisione delle stesse. I membri del Comitato si organizzano in sottocommissioni di audizione su addestramento militare, logistica, ricerca e altre questioni di difesa nazionale. Questi sottocomitati sono di garanzia per una legislazione che mantienga e migliori l’efficienza delle Forze Armate degli Stati Uniti.
Prima del 1946 la supervisione federale delle Forze Armate è stata operata dalla Commissione per gli Affari militari e dalla Commissione per gli Affari navali. La legge di Riorganizzazione legislativa del 1946 combina questi due comitati in Armed Services Committee House. Questo nome esisteva fino al 1994, quando la Camera ha cambiato il nome alla commissione Forze Armate. I termini di Commissione Forze Armate della Camera e della Commissione Forze Armate vengono usati in modo intercambiabile dagli stessi osservatori di politica federale americana.
2. Cfr.: “Biden: Split Iraq into 3 different regions” – Usa Today, 1 mag 2006;
3. Cfr. “Iraqis must rise above their differences to rout terrorists” – The Washington Posto, 22 ago 2014;
4. Cfr. “Yinon’s Revenge? A Panorama of Chaos in the Arab World” – Global Research, 26 ago 2013;
5. Cfr. “Kurdistan Irq. Gli iraniani chiudono il valico di Parviz Khan” – Notizie Geopolitiche, 24 lug 2014;
6. Cfr. “Kurdistan Irq.. Barzani, ‘l’Iran ci sta fornendo armi’” – Notizie Geopolitiche, 24 lug 2014;

soltani ehsan 3* Ehsan Soltani è di nazionalità iraniana e si è formato nel settore della Sicurezza nazionale e studi strategico-militari presso l’Università militare Imam Hussein (Tehran).

Collaboratore di diverse testate iraniane ed esperto in Medio Oriente (Iran, Turchia, Qatar, Bahrain), è redattore di Notizie Geopolitiche fin dalla sua fondazione.
Si occupa di ricerca sul tema di estremisti e di al-Qaeda, coopera con gruppi Onu sui diritti umani in Iran ed è impegnato presso l’Eurac (Accademia Europea di Bolzano / Bozen), Dipartimento “Istituto sui Diritti delle Minoranze”.
Fonte:notiziegeopolitiche.it
 

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*