al-Anfal: quando Alì il Chimico compiva per Saddam il genocidio dei curdi


di Shorsh Surme

Per 27 anni migliaia di famiglie curde nel Kurdistan Irq. sono vissute con la speranza di riabbracciare i loro cari, trasferiti dal regime sanguinario di Saddam Hussein con una vasta operazione chiamata al-Anfal……… al Anfal, che in arabo significa “bottino di guerra”, è il nome dell’ottava sura del Corano, strumentalizzata ideologicamente da Hussein per sterminare una popolazione, quella curda, che comunque era ed è composta da individui credenti. Era il nome di una serie di operazioni militari, otto in tutto, condotte in sei aree geografiche distinte fra l’aprile ed il settembre del 1988.
Il comando delle operazioni era nelle mani dell’Ufficio per il Nord (cioè il Kurdistan) del Partito Baath, che aveva la sua base presso la città curda di Kirkuk; era guidato da Ali Hassan al-Majid, cugino di Saddam Hussein, conosciuto con il nome di “Ali il Chimico” per il ricorso alle armi chimiche sulle città e sui villaggi curdi. Il fine della campagna era quello di eliminare non solo la resistenza curda, ma anche sterminare con qualsiasi mezzo la popolazione curda.
Analizzando in dettaglio gli obiettivi di quella campagna troviamo che uno di essi era la pulizia etnica. Inizialmente fu riservata ai maschi tra i 12 ed i 80 anni che venivano considerati sabotatori. Furono in realtà le esecuzioni di massa nei villaggi a dettare l’inizio di una tragica e tristissima campagna di genocidio che si materializzò nei dieci anni successivi.
Le operazioni militari dell’al-Anfal furono svolte da truppe regolari della Prima e della Quinta Armata, rinforzata da unità della polizia politica e da altri battaglioni speciali. La Guardia Repubblicana prese parte alle operazioni nella prima parte della campagna. Ma fu quando Alì il Chimico arrivò a dirigerla che la campagna militare si trasformò in genocidio.
Secondo i racconti di alcuni ufficiali iracheni agli inviati di Human Rights Watch, Alì il Chimico, in una riunione della primavera 1987 a cui erano presenti i governatori arabi di Erbil, Kirkuk, Dohuk e Suleimaniyeh (le quattro principali città curde del kurdistan dell’Iraq), i comandanti della Prima e della Quinta Armata e le figure più importanti del partito Baath, ordinò che “nessuna casa rimanesse in piedi nei villaggi curdi della provincia di Erbil.” Ma fu ad un successivo incontro nella stessa Erbil che Alì il Chimico fu sentito minacciare la corte marziale per chi avesse trasgredito ai suoi ordini.
Gli stessi ufficiali hanno raccontato che “dopo aver preso due carri militari (di fabbricazione della Germania Orientale) pieni di esplosivo da un deposito a Erbil e requisito 200 bulldozer a imprenditori curdi di Erbil, distruggemmo i villaggi fatti con il fango con i bulldozer e facemmo esplodere con la dinamite le strutture in cemento. Le truppe entravano all’alba; i pozzi venivano coperti e l’elettricità tagliata. Dopo che il lavoro ingegneristico era portato a termine, Alì controllava con l’elicottero. Se qualche tipo di struttura era rimasta in piedi, al comandante di quella sezione veniva ordinato di tornare a finire il lavoro”.
In caso di resistenza attiva, l’esercito avrebbe dovuto aprire il fuoco; se la resistenza fosse continuata, l’intero villaggio sarebbe stato messo a ferro e a fuoco e la popolazione uccisa. L’evacuazione dei villaggi comportava l’esecuzione immediata per chi si fosse rifiutato di andarsene.
Per chi accettava di partire, la destinazione erano spesso le riserve nel sud del paese in cui i curdi erano costretti a vivere da prigionieri. Chi partiva veniva spesso separato dalle proprie famiglie, uomini da un lato, donne e bambini dall’altro.
Durante l’operazione al-Anfal, sono stati distrutti 1.200 villaggi e a tutt’oggi mancano all’appello 180.000 persone (donne, bambini, anziani e persino persone disabili). Oggi, dopo anni dalla caduta del dittatore iracheno Saddam Hussein, non c’è ancora nessuna traccia di queste persone.
Per la prima volta molti dei sopravvissuti all’operazione al-Anfal stanno affrontando una realtà terribile, ovvero che i loro figli, fratelli o sorelle sono stati oggetto di uno sterminio di massa, che assomiglia nella sua brutalità al massacro nazista.
La verità di quanto accaduto è nascosta nelle sabbie dei deserti dell’Iraq. Finora sono state trovate molte fosse comuni, non ultima quella al confine con l’Arabia Saudita con 2700 corpi, tutti vestiti in abiti tradizionali curdi.
L’organizzazione Human Rights Wacht nel suo rapporto annuale ha definito la campagna al-Anfal un vero è proprio genocidio contro il popolo curdo, a differenza della pulizia etnica praticata dai serbi nei confronti dei bosniaci o il massacro tribale in Ruanda. Sottolineando che lo sterminio di al-Anfal ha ricevuto poca attenzione all’estero.

 

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