Iraq, il racconto del medico di Msf “La nostra clinica distrutta dai raid”

di Giordano Stabile
«I nostri ospedali sono in una morsa, fra i jihadisti che avanzano e l’aviazione governativa che bombarda in modo indiscriminato». Fabio Forgione, capo missione di Medici senza frontiere in Iraq….. , racconta la guerra nella guerra delle ong mediche colpite in pieno dall’avanzata degli islamisti. In una situazione già difficile prima del blitz dell’Isis, Msf si è vista costretta a ripiegare verso il Kurdistan iracheno e a evacuare tutto il personale non iracheno, una trentina di persone. Per i medici iracheni rimasti nelle zone occupate operare è praticamente impossibile.
Tikrit «il bombardamento della città del 13 giugno ha distrutto la clinica in cui operavano i nostri medici», spiega Forgione. Una struttura che era diventata il punto di riferimento per «quarantamila rifugiati in fuga da Falluja e Ramadi», prese dagli islamisti a gennaio. Che non potranno più «vaccinare i loro bambini, proteggere le donne incinte, curare i malati cronici come diabetici e ipertesi».
Da Mosul, da tutta la provincia di Anbar altre centinaia di migliaia sono in fuga verso il confine con il Kurdistan. «Vivono in scuole, moschee, a casa di parenti. Hanno bisogno di cibo, acqua, assistenza medica di emergenza»”. Nel caos della disgregazione dello Stato per le ong non ci sono neanche più punti di riferimento. Con chi parlare? «È troppo presto per capirlo. La rivolta sunnita ha tante facce, non ci sono solo gli islamisti, ma anche tribù locali, ex sostenitori di Saddam, più moderati. Forse potremo trovare un interlocutore fra loro. Ma finché non ci sono garanzie minime non possiamo riaprire le nostre strutture».
Le testimonianze in loco danno una lettura più sfaccettata dell’avanzata islamista. «Molti parlano di rivoluzione sunnita, di una specie di primavera araba contro il potere centrale di Baghdad», spiega Forgione. Di sicuro, «c’era un fortissimo malcontento che ha favorito gli uomini dell’Isis». Ma ora sono i non sunniti che fuggono in massa, almeno trecentomila, «150mila dalla zona di Mosul, altre 150 mila dalla provincia di Anbar».
Anche Forgione ha dovuto ripiegare nel Kurdistan, a Irbil, da dove cerca di mantenere i contatti con il personale al di là del nuovo confine, estremamente mobile e insicuro. «Cerchiamo di rimediare cliniche mobili, soprattutto nell’area tra Dohuk e Mosul, dove in migliaia hanno cercato rifugio. Sono formate da due medici, 3 o 4 infermieri che si spostano in auto da un posto all’altro. I volontari in loco aggregano le persone che hanno bisogno di cure, di solito in una scuola o una moschea e lì avvengono le visite e le vaccinazioni, i trattamenti per le donne incinte».
Msf sta anche programmando di aprire una clinica a Kirkuk e rafforzerà le proprie équipe chirurgiche a Tikrit e Hawijah ma ovviamente i combattimenti, e i bombardamenti, rendono tutto aleatorio. «Bisogna sempre pensare alla gente che sta là sotto – conclude Forgione -. Le prime vittime sono i civili, non è giusto che paghino loro».
Fomte : La Stampa

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