Obama-Erdoğan, un vertice a metà


di Fabrizio Maronta

I risultati del vertice di venerdì scorso (17 maggio) a Washington tra il presidente americano Barack Obama e il premier turco Recep Tayyip Erdoğan appaiono inversamente proporzionali all’importanza e alla quantità degli argomenti sul tavolo. … Forse non poteva essere diversamente, data la difficoltà del momento. Eppure, stante l’importanza strategica dell’alleato turco in un’area – il Medio Oriente – da cui l’amministrazione Obama sognava di emanciparsi per occuparsi finalmente d’altro (a cominciare dalla Cina), il bilancio della visita non è dei più esaltanti.
Tre i principali dossier aperti.
Primo: l’avvitamento della guerra di Siria. Qui Obama sconta un grave errore strategico: l’aver di fatto appaltato, dal 2011, l’appoggio della “primavera” siriana a Turchia, Qatar e Arabia Saudita, nella speranza che congrue iniezioni di soldi e armi (Doha ha sborsato sinora 3 miliardi di dollari in aiuti ai ribelli; Riyad viaggia su una cifra simile e la Turchia ha funto da centro di smistamento delle armi gentilmente concesse ai rivoltosi dai “fratelli” arabi) bastasse a far capitolare Damasco in breve tempo.
Così non è stato e ora, paradossalmente, il copioso aiuto arabo-turco si è trasformato da agognato plus in constatato minus, perché se da un lato ha impedito che la repressione governativa spegnesse sul nascere la rivolta, dall’altro ha rafforzato i ribelli in misura appena sufficiente a trascinare una guerra civile che – stima l’Onu – ha già fatto almeno 80 mila morti e danni incalcolabili.
In questo quadro, al premier turco il ruolo di paladino della libertà siriana sta sempre più stretto. Dopo l’attentato nella città turca di Reyhanli (al confine con la Siria), che ha fatto oltre 50 vittime e scatenato le proteste della popolazione locale contro il governo, ad Ankara il margine di tolleranza per i temporeggiamenti statunitensi si è assai ridotto. Erdoğan ha manifestato al presidente Usa la crescente insostenibilità della situazione turca: 200 mila profughi siriani ufficialmente accolti (quelli effettivi sarebbero circa il doppio), progressivo deterioramento della sicurezza nelle aree di confine, crescente preoccupazione per la situazione sul fronte curdo.
Su quest’ultimo punto Erdoğan si gioca la seconda, importante partita: quella delle relazioni con l’Iraq, che negli ultimi mesi sono andate sensibilmente peggiorando. È uno dei frutti avvelenati del conflitto siriano: tradizionalmente, la Turchia è sempre stata fautrice dell’unità territoriale irachena e sospettosa dei presunti sforzi statunitensi volti, dopo la prima guerra del Golfo, a creare un’entità autonoma curda.
Ora, i ruoli si sono ironicamente invertiti: è Washington, che dopo il ritiro da Baghdad teme il collasso del precario equilibrio locale, a non vedere di buon occhio l’avvicinamento della Turchia al Kurdistan iracheno guidato da Massud Barzani. Il quale, oltre ad aver propiziato l’accordo di pace tra Ankara e il Pkk di Abdullah Öcalan, è anche un crescente fornitore di petrolio della Turchia, che cerca così di compensare l’ammanco di greggio conseguente all’embargo verso l’Iran (fortemente voluto da Washington). Dal momento che il capitolo sicurezza interna (in cui rientra la tregua con la guerriglia curda) e la performance economica (sensibile alle variazioni delle forniture energetiche) sono tra gli assi cui Erdoğan affida le sue chance presidenziali nel 2015, le sue preoccupazioni appaiono assai concrete.
Anche perché (terzo dossier) l’economia turca, e con essa il futuro politico dell’attuale premier, potrebbe trarre grave pregiudizio da un’eventuale esclusione dal ventilato Partenariato commerciale e finanziario transatlantico (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Ttip) tra Stati Uniti e Unione Europea, su cui l’amministrazione Usa punta fortemente. Il rischio per la Turchia, che compartecipa dell’unione doganale europea, è quello di dover aprire il proprio mercato alle merci statunitensi in assenza di reciprocità, con conseguente danno all’export nazionale stimato da alcuni in un 2,5% del pil. Due le possibili strade: un accordo Usa-Turchia parallelo al Ttip (perorato, tra gli altri, dalla potente Camera di commercio statunitense) o pressioni americane su Bruxelles affinché Ankara sia inclusa nell’accordo. Il che, tuttavia, presuppone il superamento delle aspre controversie turco-europee, tra cui spicca l’eterna questione di Cipro.
Erdoğan ha dunque chiesto con forza a Obama un intervento più deciso nel conflitto siriano, (almeno) con l’istituzione di una zona d’interdizione aerea (no-fly zone), già al centro di un duro scontro interno all’amministrazione tra l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton – favorevole, insieme all’ex capo della Cia David Petraeus, a un intervento – e il presidente, nettamente contrario a ogni passo che preludesse a un coinvolgimento diretto dell’America nella guerra.
L’avversione di Obama resta intatta; il punto è se essa resisterà al precipitare della situazione sul campo. L’America non può permettersi di alienare la Turchia, testa di ponte mediorientale della Nato, alla cui sicurezza la Casa Bianca è tutt’altro che indifferente – come dimostrano, tra l’altro, le pressioni sul premier israeliano Netanyahu che hanno portato, due mesi fa, alle scuse ufficiali di Gerusalemme per l’incidente di Gaza. Soprattutto, non può permettersi di assistere impassibile al travaso del caos siriano negli Stati vicini, alcuni dei quali (Libano, Giordania, Iraq) rischiano traumatiche destabilizzazioni.
Al contempo, un presidente alle prese con una sfilza di scandali (revival del caso Bengasi, ispezioni fiscali, spionaggio ai danni dell’Associated Press) che rischiano di minare il suo secondo mandato e la sua eredità politica (a cominciare dalla riforma sanitaria, alla cui applicazione i repubblicani minacciano di opporre un ostruzionismo implacabile) vede come il fumo negli occhi un coinvolgimento, anche indiretto, in Siria. Ragion per cui ha rintuzzato ancora una volta l’appello turco, puntando tutto sul vertice di Ginevra concordato a fatica per inizio giugno con la Russia.
Scommessa pericolosa, data la perdurante ambiguità di Mosca. La cui teorica disponibilità a qualche forma di collaborazione con l’America nella gestione della crisi siriana non le impedisce, ad oggi, di continuare a foraggiare l’alleato siriano. Lo attesta il recente invio di missili antinave a Damasco, non confermato (ma nemmeno ufficialmente smentito) dal ministro degli Esteri russo Lavrov e definito “assai spiacevole e intempestivo” dal Capo degli Stati maggiori riuniti Usa, il generale Martin Dempsey.
Date queste premesse, la strada di Obama ed Erdoğan resta tutta in salita.
fonte:Limes
 

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