La comunità curda in Siria L’enigma del Kurdistan siriano Intervista a Marc Pierini, già ambasciatore dell’Unione Europea in Turchia, Libia, Tunisia e Siria

Aggiornato il 03/05/18 at 04:32 pm


E’ da tempo noto che in Siria non c’è solo lo scontro frontale tra l’esercito di Bashar Assad e le armate ribelli. Una realtà sfaccettata e di complessa interpretazione sta prendendo piede nel Nord del Paese: è la minoranza curda siriana,……… una comunità che costituisce una percentuale tra l’8 e il 10% dell’intera popolazione nazionale, distribuita nelle principali aree metropolitane e nel Nord-est del Paese. Da oltre un anno i curdi stanno amministrando varie città e villaggi nei governatorati settentrionali di ar-Raqqah e, soprattutto, al-Hasakah.
Il progressivo ritiro dell’autorità centrale e delle sue istituzioni dalle aree a maggioranza curda ha generato un forte vuoto di potere nell’alta Siria. Le truppe di Assad, impegnate a battersi per mantenere le città e le aree principali, hanno lasciato che le milizie curde prendessero il controllo del Nord del Paese, formando una sorta di enclave. Dopo l’iniziale fase di stabilizzazione, la comunità curda ha iniziato ad approntare forme di auto-governo, attivando forze di polizia locali, organizzazioni di sostegno sociale e consigli popolari.
“Da molto tempo ritorna il progetto di una regione autonoma curda siriana” dice a ‘L’Indro’ Marc Pierini, Visiting scholar del Carnegie Endowment for International Peace per il Medio Oriente: “E’ la situazione del Kurdistan iracheno a richiamare tale idea: in Siria vorrebbero ispirarsi a quel modello. Presto la situazione per i curdi in Siria si chiarirà, ma bisogna ancora attendere”.
Sono due le principali ambizioni della comunità: mantenere l’autonomia acquisita e proteggersi da possibili ripercussioni esterne. I curdi guardano a quanto accade fuori dalla loro regione con incertezza, schiacciati tra il timore di un ritorno di Assad e i dubbi nutriti nei confronti dell’esercito dei ribelli. Se, infatti, l’aperta ostilità anti-curda delle brigate islamiste di al-Nusra e Ghuraba al-Sham è già sfociata nella battaglia di Ras al-Ain, anche da parte delle fazioni più moderate del Free Syrian Army non traspare eccessiva simpatia per la comunità, accusata di non avere abbracciato in massa la battaglia contro il regime.
La comunità curda è stata effettivamente più attenta alla stabilizzazione delle proprie aree che a quanto avveniva nel resto della Siria. Due blocchi partitici hanno preso forza nell’area: il Partito di Unione Democratica (PYD) e il Consiglio Nazionale Curdo (KNC), formato da un agglomerato di piccoli partiti. Il PYD è stato considerato da alcuni un’emanazione siriana del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) -i leader del gruppo hanno però, a più riprese, chiarito l’assenza di legami concreti- ed è il partito più forte e con una vera forza militare; il KNC raggruppa invece partiti e milizie più vicini al modello del KDP iracheno.
Il graduale consolidamento degli equilibri interni sta portando le prime ruggini interne al territorio curdo: il PYD è il partito che dispone del maggior consenso sul territorio e, secondo i gruppi minoritari, sta gestendo il potere locale in maniera personalistica e incompetente. Marc Pierini, già ambasciatore e capo delegazione dell’Unione Europea ad Ankara tra il 2006 e il 2011, non si sbilancia su una possibile “correntificazione” della comunità: “Il passaggio da un regime autoritario alla libertà fa sempre sì che il potere passi in mano a brigate locali. E’ difficile dire se la comunità curda riuscirà a strutturarsi in maniera chiara”.
Quando si parla del popolo curdo ritorna sempre il dibattito sull’eventualità della formazione di uno Stato indipendente che riunisca i membri delle varie comunità sparse tra Anatolia, Iran, Iraq e Siria. Gli esponenti dei principali partiti attivi in Siria ribadiscono come la loro massima ambizione sia il riconoscimento di uno statuto autonomo all’interno della futura costituzione siriana, non la nascita di uno Stato vero e proprio. Secondo Pierini “nella storia recente la comunità curda siriana non è mai stata abbastanza forte per poter pensare all’indipendenza. Si ricordi l’angheria legata alla negazione del documento d’identità”. Per anni il Governo siriano ha rifiutato di rilasciare il documento di riconoscimento a grande parte dei curdi residenti nel governatorato di al-Hasakah, negando loro di fatto la cittadinanza siriana.
Marc Pierini ribadisce: “Si è parlato tanto di seguire l’esempio iracheno, ma i curdi siriani non hanno la stessa importanza dei vicini né un’uguale disponibilità di risorse energetiche. Il loro territorio è composto da una stretta fascia di terre senza città di grande importanza o sbocchi sul mare: questo li mette in una situazione difficile”. Il Kurdistan siriano dispone di giacimenti petroliferi (principalmente nel governatorato di al-Hasakah), le cui dimensioni non sono, però, neppure lontanamente paragonabili a quelli del modello iracheno cui ci si vorrebbe ispirare. Questo elemento rende minore la capacità negoziale della comunità anche di fronte al potente vicino turco.
Attenta a studiare gli sviluppi della guerra civile, ad amministrare l’emergenza umanitaria legata all’arrivo di profughi siriani e ad assicurare la sicurezza alle proprie aree di confine, la Turchia resta con un occhio ben puntato su quanto accade in territorio curdo. La necessità di mantenere una quota di controllo sugli sviluppi nell’area di confine spinge Ankara a sfruttare il proprio legame con il Governo Regionale Curdo (KRG), amministrato da Massoud Barzani.
La crescente sinergia economica – legata allo sfruttamento delle risorse energetiche di cui il Kurdistan iracheno dispone – ha fatto sì che la Turchia prendesse la regione semi-autonoma sotto la propria ala protettiva. Ankara è soddisfatta dell’approccio moderato e diplomatico di Barzani alla questione curda: il successo dell’esperimento autonomo regionale nel Nord-est dell’Iraq ha aumentato la fama del KDP presso il popolo curdo, consentendo alla Turchia di trovare un efficace contrappeso all’influenza esercitata dal PKK.
Ad oggi sono tante le incognite sia sui possibili sviluppi del conflitto, sia sulle effettive intenzioni delle forze curde: la comunità del Nord-est si accontenterebbe di uno statuto semi-autonomo o piuttosto cercherebbe di far pressione per un progressivo allontanamento da Damasco come Erbil sta facendo con Baghdad? Se Assad cadrà, quali saranno le prospettive per i curdi? Come si definiranno gli assetti di potere tra partiti e milizie interne alla comunità? Quali interazioni avranno con un’autorità statale consolidata?
E’ difficile dare risposte coerenti. Secondo Marc Pierini, prima di poter parlare di eventuali evoluzioni, sarà necessario vedere quale piega prenderà la guerra civile: “La rivoluzione siriana è in una fase difficile, aggravata dal prolungato supporto della Russia al regime siriano. In tale situazione i curdi potrebbero conquistare una porzione di indipendenza, ma hanno bisogno dei mezzi per organizzare la propria semi-autonomia. E’ difficile prevedere gli sviluppi, anche di fronte alla resistenza di Assad: è sicuramente delegittimato, ma nessuno può dire quando cadrà”.
Fonte:L’indro

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