Il Kurdistan iracheno vuole il suo oleodotto


di Ferdinando Calda

Il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno è intenzionato a proseguire nella costruzione di un proprio oleodotto con la Turchia, nonostante le proteste di Baghdad e il parere ….. contrario degli Stati Uniti, preoccupati per il rischio di una disgregazione dell’Iraq. Lo ha chiarito il ministro per le Risorse naturali del Kurdistan, Ashti Hawarmi. “Noi intendiamo andare avanti nonostante le riserve espresse dagli Stati Uniti, che sono contrari al progetto perché temono che possa portare ad una divisione dell’Iraq”, ha spiegato mercoledì il ministro citato dal quotidiano arabo Asharq al Awsat. Hawarmi ha aggiunto anche che “una commissione composta da otto compagnie britanniche sta portando avanti delle trattative col nostro ministero per arrivare ad un accordo sugli investimenti da fare nel settore petroliero e gasiero nel Kurdistan”.
Da mesi ormai il governo di Baghdad e le autorità curde sono ai ferri corti per il controllo, lo sfruttamento e la divisione dei proventi derivanti dagli idrocarburi nel Paese. Il governo centrale pretende il monopolio – anche nella gestione dei contratti con le compagnie straniere – in cambio della ridistribuzione di una parte dei proventi a Irbil, capitale del Kurdistan. I curdi, da parte loro, accusano il governo dello sciita Nuri Al Maliki di non rispettare i patti, ritardando anche i pagamenti alle compagnie petrolifere. A fronte dell’insolvenza di Baghdad, Irbil sostiene il proprio diritto a gestire autonomamente le proprie risorse energetiche. “Il Kurdistan ha diritto al 17 per cento dei prodotti raffinati (dell’Iraq, ndr), ma il governo centrale ci manda solo il 3 per cento e la nostra capacità di raffinazione non sufficiente a soddisfare la domanda interna”, ha spiegato in questi giorni il ministro Hawarmi citato dal quotidiano Zaman. Hawarmi ha ribadito anche che Irbil “vuole un proprio oleodotto” verso la Turchia, per non essere più costretta ad utilizzare la conduttura – controllata da Baghdad e la più grande del Paese con una capacità massima di 200mila barili al giorno – che unisce Kirkuk, nel nord dell’Iraq, alla città turca di Ceyhan, sul Mediterraneo. Già da dicembre scorso il Kurdistan ha tagliato drasticamente il flusso di petrolio, lamentando i mancati pagamenti del governo centrale alle compagnie straniere. A metà gennaio, inoltre, i curdi hanno riconosciuto pubblicamente di aver iniziato – dall’ottobre scorso – a esportare una parte del proprio greggio in Turchia con le autobotti al ritmo di 15mila barili al giorno, in cambio di prodotti petroliferi raffinati e carburanti.
Sempre più assetata di energia e desiderosa di allentare la propria dipendenza dal gas iraniano e russo, la Turchia sta da tempo corteggiando il governo del presidente curdo Massud Barzani. Inoltre il governo turco del premier Recep Tayyip Erdoğan è interessato alla collaborazione dei curdi iracheni nella lotta contro i separatisti del Pkk, avversari politici della leadership curda irachena vicina a Barzani. L’appoggio di Ankara a Irbil ha acuito le tensioni tra Erdoğan e Al Maliki, che ha più volte accusato il leader turco di alimentare le tensioni settarie interne che rischiano di destabilizzare l’Iraq.
Lo spettro di una disgregazione dell’Iraq sotto le spinte autonomiste e le tensioni settarie sembra spaventare anche gli Stati Uniti. “Se la Turchia e l’Iraq non riusciranno ad ottimizzare i loro legami economici, il fallimento potrebbe essere molto negativo”, ha dichiarato nei giorni scorsi l’ambasciatore Usa ad Ankara Francis Ricciardone, evocando il rischio di un “conflitto violento e la disintegrazione dell’Iraq”. Secondo quanto riportato dal quotidiano turco Hurriyet, il diplomatico ha sottolineato che “il successo economico può tenere insieme l’Iraq”, mentre “il fallimento potrebbe invece sostenere le forze disgreganti”. Il che, ha aggiunto, “non rappresenta un bene né per la Turchia, né per gli Stati Uniti, né per chiunque nella regione”.
È lo stesso Ricciardone a spiegare il motivo per cui a Washington sembrano tenere particolarmente ai buoni rapporti tra Ankara e Baghdad. L’ambasciatore statunitense ha ricordato che Ankara e Washington condividono un interesse strategico nell’ottimizzazione dello sfruttamento del petrolio e del gas naturale iracheno e della commercializzazione verso i mercati mondiali. Soprattutto, ha spiegato Ricciardone, per gli Usa la Turchia rappresenta un canale alternativo allo Stretto di Hormuz – considerato eccessivamente “controllabile” dall’Iran – nel trasporto del petrolio e del gas naturale iracheno verso i mercati mondiali. Per questo motivo, ha aggiunto, “ci piacerebbe (che la Turchia potesse accedere) non solo al 20 per cento del petrolio e del gas presente in Iraq, ma al 100 per cento delle risorse in tutto il Paese”.
fonte:Rinascita f.calda@rinascita.eu

 

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