Siria. Il sangue di Aleppo


di Davide Illaretti

In Siria ci si prepara alla battaglia finale. Nella seconda città del Paese ribelli ed esercito regolare attendono l’ora dello scontro. Ai confini si riversano profughi e sfollati. Tra le tende umanitarie spuntano ragazzi pronti alla jihad. Reportage da Atme, la cittadina da 14 mesi in mano al Free syrian army………. Se la Siria è una grande clessidra – dove i mesi, le settimane e i giorni scorrono interminabili – allora il suo punto più stretto si chiama Atme. Quattro case in croce a un tiro di schioppo dalla frontiera turca, una moschea, una stazione di polizia e una ex-scuola trasformata in dormitorio dai ribelli. Da qui passa e ripassa, ogni giorno, tutto il conflitto siriano. Cibo, gas, medicinali, vestiti, soldi, aiuti umanitari, armi. E uomini. Feriti, sfollati da tutto il Paese, ribelli, giornalisti e mujahedin accorsi da Libia, Egitto, Iraq e Inghilterra per fare la “jihad” in Siria. Tutto, o quasi, viene registrato in un grande faldone sulla scrivania di quello che una volta era l’ufficio del capo della polizia di Assad, e che ora funge da centro di smistamento persone-cose. «Abbiamo liberato Atme 14 mesi fa e da allora siamo riusciti a tenere la città ininterrottamente», spiega l’ufficiale incaricato di registrare i documenti. «Siamo l’avamposto della rivoluzione, il primo angolo di Siria liberata».
Atme è un orzaiolo nell’occhio di Assad di cui il regime sembra – finora – non essersi ancora accorto. Ma le bombe e i carri armati sono l’unica cosa, di tutto il conflitto siriano, a non essere ancora arrivata fin qui. La marea umana riversata sulla città da una Aleppo sconvolta dalla battaglia porta con sé i segni dell’orrore, sui cellulari dei ragazzini gira il video di un miliziano che decapita due ribelli con una motosega. Wassem, mentre aspetta di essere trasportato in un centro d’assistenza di là dal confine, racconta di come ha lasciato entrambe le gambe in una prigione di Aleppo. «Ho sposato una straniera,e non sapevo come fare a raggiungerla in Svizzera. La notte avevo l’incubo ricorrente di essere seguito dagli uomini di Assad. A un certo punto non ce l’ho fatta più, sono andato a parlare con degli ufficiali del regime: mi hanno rinchiuso in prigione per 15 anni, dicevano che ero una spia di Israele. Alla fine mi hanno amputato le gambe, e mi hanno lasciato andare».
«I miliziani di Assad hanno ucciso mio cugino solo per asportargli i reni e venderli in Russia. Dovevo aspettare che arrivasse il mio turno?», racconta Ahmed Nassar, imbianchino, di Idlib. Con lui ci sono tre donne e quattro bambini. «Sono felice di andare in Turchia», racconta una di loro. «A casa mi facevano sempre male le orecchie (per le bombe, ndr) e avevo paura: una casa vicino alla nostra è stata distrutta, ci abitava una bambina con cui giocavo».
E una volta arrivati qui, c’è ancora la frontiera da attraversare. Mica una passeggiata. I campi di ulivi lungo il confine sono sorvegliati da sentinelle turche autorizzate a sparare a vista. Gli ufficiali della dogana fanno passare i convogli umanitari e pullman carichi di feriti, ma il grosso degli sfollati lo lasciano ai mercanti di uomini. Il viaggio da Idlib alla frontiera, poco più di un’ora e mezza d’auto in condizioni normali, «costa più di trecento dollari americani a persona», racconta Ahmed. «Per portare ad Antakya la mia famiglia ho speso oltre mille dollari». E quanto costa un passaggio dal confine alla prima città turca (mezz’ora di auto)? «Sono 100 dollari a testa», spiega un contrabbandiere turco pronto a riportare indietro fino in Siria i suoi carichi umani se si rifiutano di pagare.
Del resto, si sa, la guerra fa girare l’economia. E non sono solo i soldi degli sfollati ad attraversare il confine. Si dice che l’entourage alawita di Assad abbia già iniziato a trasferire in Bulgaria, Sudafrica e Libano (tramite una banca controllata da Hezbollah) i proventi di 40 anni di supremazia. A raccontarlo è K. Al-Omar, un ex ufficiale dei servizi di sicurezza del regime convertito in “corriere” per conto di alcune famiglie in vista di Aleppo, preoccupate di far arrivare i loro risparmi al sicuro in Turchia. «Sono stato 23 anni nella polizia militare – racconta – la stessa che, in questo momento, nella prigione di Aleppo tortura i civili e uccide tutti i prigionieri in possesso di istruzione superiore. Bashar ci ha dato il potere di arrestare chiunque a nostra discrezione, e ora la situazione gli è sfuggita di mano. I nostri ufficiali sequestrano persone a caso, solo per intascare i soldi della cauzione». Ma i disertori non mancano. «Fino a poco tempo fa, eravamo in grado di rintracciare e arrestare le famiglie di chi abbandonava Assad. Se era uno della polizia militare, o un generale, la famiglia periva con lui. Adesso la situazione è fuori controllo. Per questo anche io ho potuto andarmene». Eppure, al regime rimangono ancora amici potenti. «La mia sezione, ad Aleppo, era in stretto contatto con un diplomatico di un importante Paese straniero, che veniva a trovarci tutte le settimane. L’ultima volta che l’ho visto è stato un mese fa, quando in gran segreto ha portato in dono nella nostra sede un centinaio di giubbotti anti proiettile. In quell’occasione ci chiese esplicitamente di fare il possibile per uccidere uno a uno tutti gli oppositori del regime. Ricordo che gli consegnammo 100 grammi di oro puro a titolo personale».
Soldi e ancora soldi. Da una parte all’altra del confine. A fare gola sono soprattutto quelli stanziati per l’emergenza umanitaria dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Golfo (100 milioni di dollari) e dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton (25 milioni in tutto). Come vengono spesi? In medicine, ad esempio. Ma secondo un documento che left ha potuto visionare, solo una parte dei farmaci che passano attraverso il confine turco sono approvati dal dipartimento della Difesa americano. Alcuni medicinali utilizzati negli ospedali da campo siriani avrebbero passato solo la prima fase dell’iter di sperimentazione, quello dei test su animali, e il DoD non ne ha ancora autorizzato l’uso sui campi di battaglia. Se fosse vero, i pazienti siriani sarebbero le prime “cavie” umane di questi farmaci, con notevole profitto delle aziende produttrici.
Che quella siriana sarebbe stata un’emergenza “al risparmio”, del resto, lo si era capito fin da subito. Secondo il governo di Ankara, a oggi sono 44mila gli sfollati che, passando per Atme e non solo, si sono riversati nelle città turche dall’inizio del conflitto. Diecimila nelle tendopoli di Hatay, 12mila a Killis, 7mila a Gaziantep, 13mila a Sanlurfa. Gli ospedali pubblici sono sovraccarichi. «C’è soprattutto bisogno di strutture per i degenti», spiega il dott. Khawla, medico volontario di una ong turca. «Nei centri di assistenza volontaria le cure, l’acquisto di medicinali e tutto il resto, tranne cibo e vestiti dei degenti, è pagato dalla beneficenza privata. È necessario che il governo turco e altri Paesi aumentino i finanziamenti».
Nei centri di assistenza la noia si ammazza con filmati freschi di importazione, i ribelli ne vanno fieri: «Questo è un generale di Assad», dice uno di loro, mostrando il video di un uomo rantolante. «Ecco cosa gli abbiamo fatto, io e la mia brigata». E fieri vanno delle proprie gambe crivellate di suture. «Cosa darei per avere un’arma e tornare a combattere gli alawiti. Solo Dio sa se potremo mai perdonarli».
Tra i 75 degenti del centro di Reyhanli (una ex pensione “sequestrata” dagli sfollati) c’è anche Alì. Quindici anni e le gambe ingabbiate in due morse metalliche. «Sono stati gli shabbiha (civili alawiti fedeli ad Assad, ndr), sono entrati e mi hanno sparato alle gambe. Non vedo mia madre da tre mesi, è rimasta in Siria assieme a mia sorella. Non ho paura per loro, le proteggono Dio e l’Esercito libero». E nel via vai della frontiera, di fianco a feriti come Alì, ai ribelli frustrati e ai disertori ossessionati dal pericolo di rappresaglie, spuntano anche i mujahedin, accorsi da Libia, Egitto, Iraq e persino dall’Europa per la “guerra santa” contro gli alawiti. Ventenni sbarbati, zaino in spalla e kefiah al collo, che fanno la spola tra Antiochia e il campo di addestramento di Bab Al -Hawa, 30 km a sud di Atme, il più grande della Siria nordoccidentale. «Dopo Gheddafi, vogliamo la testa di Assad». Tra di loro c’è anche il signor Yassin. È venuto fin qui da Bengasi, per riprendersi suo figlio. «Ha appena 18 anni, si chiama Ahmed. Mi ha lasciato una lettera dicendo che partiva per fare la jihad. Ho provato a raggiungerlo in tutti i modi. Non risponde al telefono. Sono molto preoccupato». Una delle tante vittime di questo conflitto. Né la prima, né certamente l’ultima.
Fonte: left 32-33

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