Il Kurdistan, dopo Saddam e la guerra, guarda al futuro Reportage dalla capitale Erbi


di Monia Savioli

Erbil, 17 agosto 2012 – “Odio, paura, violenza”. Ecco il ricordo che il regime di Sadam Hussein a 24 anni dalla strage di Halabja, la città curda dove un bombardamento chimico ha provocato nel marzo del 1988 cinquemila morti,……. ha lasciato nel cuore dei curdi. Omar Bilbass ha trascorso quel periodo da rifugiato politico in Italia dopo aver lottato per il suo paese.Ora è tornato a vivere nella capitale del Kurdistan iracheno, Erbil. “Non ci siamo mai arresi nonostante le violenze che abbiamo dovuto subire. Saltuariamente Saddam durante il suo regime ha cercato la vicinanza del popolo curdo ma soltanto per salvaguardare i suoi interessi”.
Il Kurdistan oggi ha cambiato volto. Lasciata alle spalle la distruzione provocata dal regime e dalla guerra di fratellanza che ha opposto per quattro anni, dal 1995 al 1999, le due principali fazioni politiche in seno al popolo curdo, i partiti del Pdk e del Puk, la regione autonoma del Kurdistan iracheno oggi vive uno sviluppo economico intenso. Quartieri, alberghi, infrastrutture stanno nascendo rapidamente.
Erbil, dopo aver movimentato lo scorso anno un flusso di oltre 1 milione e 700.000 turisti provenienti in particolare dall’Arabia Saudita, si appresta ad assurgere nel 2014 al ruolo di capitale mondiale del turismo arabo. “La guerra non serve a nulla – sottolinea Sheakh Jaafar Sh. M, Ministro dei Peshmarga, i partigiani che hanno difeso la libertà del popolo curdo ora costituiti in esercito. “Noi curdi abbiamo sofferto molto. Per sterminarci – ricorda – hanno usato armi chimiche, l’anfal (la pulizia etnica) e le impiccagioni quando quello che chiedevamo era solo la libertà. Una lunga serie di violenze che ho vissuto e che ora mi portano a dire che la guerra non serve a nulla, soltanto a portare dolore e morte”.
Tolleranza è la parola chiave che ha permesso al Kurdistan iracheno di conquistare nell’ambito della instabilità generale che contraddistingue l’area medio orientale e l’Iraq stesso, una posizione di privilegio dovuta alla pacifica convivenza fra gruppi etnici e religiosi “Stiamo vivendo come in un isola felice – riflette la first lady irachena Hero Ibrahim Talabani – circondata da vicini pericolosi. Non so quanto resisteremo”. Baghdad è vicina, con i suoi movimenti estremisti che oppongono sciiti e sunniti in una lotta che sta rifiorendo e che non risparmia anche il movimento giovanile degli Emo, nato in ambito universitario ma osteggiato fino all’uccisione dei suoi componenti perché accusati di omosessualità. Come lo sono le città di Dyala e Kerkuk, zone calde al confine interno che delimita a sud il territorio della regione autonoma.
“Quello che ha fatto Saddam non ha precedenti – ricorda Arsalan Baiz, presidente del parlamento curdo. “Durante il regime non potevamo neppure visitare i nostri morti. Era vietato. Non colpivano le case in blocco ma ne sceglievano una lasciando illese le altre per tenerci ostaggio del terrore e non farci muovere. Ricordo che insistevo per tenere mia figlia a casa quando lei voleva andare dalla vicina per salutarla. E lei guardando il cielo mi diceva di non preoccuparmi perché gli aerei sarebbero stati troppo in alto in poterla colpire. Ora è tutto cancellato”.
Fonte:quotidiano.net

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*