Grande Kurdistan o potenziale sviluppo?


di Mario Sommossa

Seppur nel sentimento popolare kurdo il sogno latente rimanga la costituzione di un grande Kurdistan indipendente che si materializzi su territori che oggi appartengono a Turchia, Siria, Iran e Iraq……. , la real-politik porta la classe dirigente kurda verso un obiettivo meno ambizioso ma più facilmente realizzabile e foriero di potenziali grandi sviluppi economici per l’area.
Tre sono gli avvenimenti che, dal 1991 ad oggi, hanno condizionato l’attuale situazione della regione Curda e tutti i tre sono avvenuti in Iraq.
Il primo fu la creazione della “no-fly zone” nel nord. Grazie alla proibizione, imposta da americani ed inglesi all’aviazione di Saddam di sorvolare la regione curda, i peshmerga poterono scendere dalle montagne e impadronirsi sempre di più del proprio territorio. Fu in quel momento che cominciò la costruzione di quel che è oggi la Regione Autonoma Kurdo-irachena. Il territorio rimase, tuttavia, geograficamente diviso tra i due maggiori partiti: l’Unione Patriottica Kurda ( UPK) di Jalal Talabani e il Partito Democratico Kurdo ( PDK) di Massoud Barzani.
Il secondo avvenimento fu la guerra del 2003 degli USA contro Baghdad. Mentre le truppe alleate avanzavano da sud sulla capitale, i Kurdi ne approfittarono per eliminare cio’ che restava dell’esercito di Saddam sul loro territorio. Il rifiuto del Governo turco di consentire il passaggio delle truppe americane dal nord confermò ulteriormente la forza militare dei peshmerga, che poterono vantare di aver liberato il nord del Paese tutto da soli.
Il terzo evento è datato fine del 2011, con la partenza definitiva dei soldati americani dall’Iraq. Quest’ultimo fatto, in particolare, ha ribaltato completamente gli equilibri locali ed obbligato tutti i protagonisti ad adattarsi a nuove prospettive.
Tuttavia nessuno degli eventi citati consente ai curdi di avvicinarsi al sogno perseguito da almeno la fine della prima guerra mondiale: la creazione di uno Stato Kurdo indipendente che riunisse questo popolo sparpagliato tra Turchia, Iraq, Siria ed Iran. Se in Iraq, infatti, la caduta di Saddam ha consentito la nascita di una Costituzione Federale e la creazione di una Regione Kurda autonoma, negli altri tre Stati la situazione non e’ cambiata.
Quando fu dichiarata la fine ufficiale della guerra contro Saddam, gli americani avevano convinto i due partiti Kurdi ad un accordo che sancisse la fine dei loro scontri, spesso cruenti, e consentisse, finalmente, la creazione di un Governo locale unitario. Nonostante la retorica di uno stato kurdo indipendente non sia mai stata ufficialmente abbandonata, il Presidente Kurdo Massoud Barzani, politico saggio e prudente, si richiama continuamente, negli interventi pubblici, alla costituzione federale e ribadisce la volontà di Erbil di attenervisi, se non costretto da altri a scelte differenti.

La strategia di Barzani gioca sul filo dell’equilibrio tra real politik e quelle spinte “patriottiche” che egli non può formalmente sconfessare per non trovarsi “scavalcato” da oppositori interni e dalle opinioni pubbliche kurde dei paesi confinanti. In modo particolare, Barzani è conscio che per consentire lo sviluppo economico e sociale del suo paese ha bisogno di non avere problemi con i vicini e soprattutto con la Turchia, che rappresenta il più vicino sbocco al mare. Improbabile, infatti, sia per le tensioni internazionali, sia per il controllo che l’Iran già esercita su Baghdad, guardare a Teheran come maggiore sbocco e supporto, difficilissimo immaginare un’evoluzione positiva dei rapporti con Baghdad dove la politica di Al Maliki è sempre più centralista ed antifederalista. Identico problema è credere che la Siria di Assad avrebbe potuto essere un’ alternativa.
E’ pur vero che proprio la Turchia, i cui 20 milioni di Kurdi locali costituiscono da lungo tempo una costante spina nel fianco, è il paese che nel 2003 più ha manifestato preoccupazione per l’acquisizione dell’autonomia kurda. Ankara temeva che nell’intenzione di Barzani l’autonomia fosse propedeutica all’acquisizione dell’indipendenza e che quest’ultima diventasse un irresistibile polo di attrazione per i Kurdi di Turchia. Un Kurdistan iracheno indipendente avrebbe messo a rischio, perciò, l’integrità territoriale turca. Questa diffidenza non è del tutto sopita e continua a manifestarsi con la difesa ad oltranza dei turcomanni di Kirkuk e del veto a che questa città possa far parte della Regione Autonoma.
E’ proprio per vincere questa diffidenza e per avere la garanzia di strade commerciali aperte che Talabani e Barzani hanno volutamente privilegiato il dilagare di società turche nell’economia Kurdo-irachena in grande sviluppo. Ad oggi gli interscambi con la Turchia sono superiori ai 7 miliardi di dollari, e promettono di quintuplicarsi nei prossimi due anni. Ciò che comunque è stato determinante nello spingere ad un abbraccio sempre più stretto tra Kurdi-iracheni e Turchi è l’abbandono del campo degli americani. Erbil ha fatto di tutto per cercare di trattenerli arrivando ad offrire il proprio territorio per ospitare basi statunitensi. La loro presenza in Kurdistan sarebbe stata ulteriore certezza che nessuno avrebbe potuto portare attentati contro l’organizzazione federale dello stato. L’opposizione implacabile di gruppi sciiti, pur alleati in Baghad con l’Unione Kurda, ha reso anche questa soluzione impossibile ed ha costretto Barzani a cercare altri garanti.
La partenza americana e la conseguente egemonia iraniana in Iraq hanno pero’ obbligato anche Ankara a guardare i vicini di Erbil con un occhio differente. Da quel momento, non solo i Turchi hanno cominciato a pensare che l’amicizia di Talabani e Barzani avrebbe potuto aiutarli ad isolare le frange turco-kurde più estremiste all’interno, ma pure che il bisogno kurdo di uno sbocco verso il Mediterraneo poteva trasformarsi in una necessità virtuosa anche per gli interessi turchi su tutta l’area.
Qualcuno pensa perfino che il Kurdistan iracheno, autonomo, od anche addirittura indipendente, potrebbe diventare una sorta di protettorato turco. Tale idea si è rafforzata dopo l’annuncio di progetti congiunti tra Ankara ed Erbil per la costruzione di un oleo-gasdotto che possa portare alla affamata economia turca gas e petrolio della ricca regione kurda. In Turchia non si può non sapere del conflitto di competenze tra Erbil e Baghdad in merito allo sfruttamento dei nuovi pozzi, ma, ciò nonostante, si e’ deciso di andare avanti comunque su questa strada. D’altra parte la Turchia importa oggi gas e petrolio dalla Russia e dall’Iran, paesi che, nonostante le formali dichiarazioni di amicizia sono, da secoli, i naturali rivali degli ottomani.
La crisi siriana e la possibile caduta di Assad, con un altrettanto possibile nuovo governo più sensibile alle esigenze turche, non fa che rinforzare la comune strategia dei due vicini. La caduta del regime siriano non solo assesterebbe un duro colpo alla volontà egemonica di Teheran nella regione, ma potrebbe dare inizio a evoluzioni che non escludono la futura dissoluzione dello stato iracheno ed il controllo diretto della Turchia sulla Provincia di Mosul, oggi sotto Baghdad, anch’essa ricca di gas e petrolio. Questo scenario consentirebbe anche una possibilità di un ulteriore sbocco verso il Mediterraneo per gli stessi Kurdi, sebbene sotto il condizionamento dei Turchi
“La Voce della Russia”

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