Riflessioni sulla lingua 2: Il curdo è la lingua di una civiltà?

Il curdo è la lingua di una civiltà?
 
Traduzione dell’articolo di Yasin Ceylan (Docente di Filosofia presso l’Università Tecnica del Medioriente di Ankara) apparso sul Radikal in data 6 marzo 2012.
 In una discussione andata in onda sul canale CNN Türk, in data 3 Febbraio 2012, il Sottosegretario
 alla Presidenza del Consiglio Bülent Arınç ha sostenuto che il curdo non sarebbe la lingua di una
 civiltà e che pertanto non sarà possibile usare questa lingua nell’istruzione. Per prima cosa, Bülent
 Arınç ha dimostrato come sia possibile arrecare un dispiacere a milioni di persone usando la lingua
 di una civiltà. Laddove invece lo stesso Bülent Arınç, in data 22 Dicembre 2011, durante il suo
 discorso di chiusura agli incontri sulla finanziaria, aveva detto che ai curdi sarebbero stati
 riconosciuti interamente i loro diritti linguistici e culturali, guadagnando stima, ammirazione e
 rispetto agli occhi dei curdi stessi.
 Ora vorrei dire qualcosa sul rapporto lingua-civiltà. Prima di tutto va chiarito che ogni lingua è
 capace di diventare una lingua di civiltà. Le lingue nazionali che usiamo nella nostra epoca come
 mezzi di espressione della civiltà occidentale, in primo luogo inglese, francese e tedesco, fino a
 prima di tre secoli fa non erano le lingue di una civiltà. La lingua scientifica e accademica
 dell’Europa cristiana era il latino. Persino i titoli di alcuni famosi libri pubblicati nel XX secolo sono
 in latino. Tuttora i diplomi di laurea di alcune antiche università europee vengono scritti in latino.
 Comunque, parallelamente alla fondazione degli stati nazionali, si sono iniziate ad usare le lingue
 nazionali in campo scientifico, accademico e nell’istruzione. Il fatto che ogni nazione abbia optato
 per la propria lingua, in luogo di una lingua d’istruzione comune, ha dei vantaggi ma anche diversi
 svantaggi.
 Il persiano e l’arabo.
 La lingua della scienza e dell’istruzione nel mondo islamico, prima dell’avvento del modello statonazione,
 era l’arabo. Eruditi provenienti da etnie diverse hanno scritto le loro opere in arabo. La
 lingua comune che usavano nei loro incontri era ancora l’arabo. Per questa ragione, possiamo
 considerare lingue che si sono fatte carico di un civiltà fino a prima dell’epoca moderna il greco, il
 latino, il persiano, il sanscrito, l’arabo e il cinese. Il turco, con tutti i suoi dialetti, pur esendo una
 grande lingua parlata per secoli, non è mai stata la lingua di una civiltà specifica. Ciò nonostante
 non si può dire che il turco non possa essere lingua di civiltà. A condizione che diventi un fulcro di
 valori scientifici e sociali, esso è candidato a diventare in futuro la lingua di una civiltà. Il passato
 del turco moderno non risale troppo indietro. Inizia con la fondazione della Repubblica. La netta
 frattura con l’ottomano ha creato la possibilità che le nuove generazioni non siano in grado di
 leggere un libro scritto cento anni fa. Non solo gli studenti universitari, ma persino molti professori
 non sarebbero in grado di leggere e comprendere il Nutuk di Atatürk nell’originale. Per l’arabo e il
 persiano, che non hanno vissutto una tale rottura, la situazione non è così grave. Uno studente di
 liceo iraniano può leggere e capire tranquillamente le poesie di Sadi o di Hafýz. D’altro canto, un
 arabo che abbia studiato può leggere e comprendere senza troppe difficoltà il testo del Corano o gli
 atti dei profeti.
 Tutte le lingue del medioriente hanno fatto fatica (e tuttora la fanno) a trasporre molti dei concetti e
 dei termini scientifici, sociologici e letterari della civiltà occidentale contemporanea. Per quel che
 riguarda la formazione di nuovi termini l’arabo, a confronto col turco e col persiano, è più fortunato.
 La ragione di ciò è che, fra il IX e il XIII secolo, le fonti basilari della filosofia e delle scienze
 greche antiche, sono state tradotte in arabo e in più il fatto che esso fosse la lingua parlata nei
 rapporti di potere. Le più grandi menti del tempo hanno scritto in questa lingua. Il grande filosofo
 islamico, di origini turche, Farabi, così come il famoso interprete coranico Zamahsari, anch’egli di
 origine turca, hanno scritto le loro oper in lingua araba.
 Il curdo
 Venendo al curdo, fino all’epoca degli stati-nazione, eruditi d’origine curda come Ibn el-Esir e
 Sihabettin Sühreverdi hanno scritto i loro libri nella lingua comune all’epoca, l’arabo. La validità di
 questa lingua comune era così diffusa che persino il famoso filosofo e teologo ebreo Endülüslü Ibn
 Maymun (Maimonide) ha scritto la sua famosa opera intitolata “Guida dei perplessi” in arabo.
 L’utilizzo del curdo come lingua di una nazione, se prendiamo come riferimento ‘Mem û Zîn”,
 occorre negli stessi tempi delle altre lingue nazionali. Non essendo una nazione fornita di uno stato,
 a confronto con le altre lingue nazionali esso è rimasto indietro. Ad ogni modo, vuoi la letteratura
 che viene utilizzata nelle scuole e nelle università del Nord Iraq, vuoi le pubblicazioni in curdo nella
 diaspora, colmano questa carenza. Nelle analisi che ho condotto negli ultimi tempi, ho potuto
 constatare come il curdo sia una lingua straordinariamente elastica e che possiede una buona
 disponibilità alla creazione di nuove parole. Che sia stata capace di mantenere la sua vivacità pur
 essendo stata proibita per un tempo pari quasi ad un secolo, che la maggioranza dei parlanti il
 dialetto kurmanci possano capirsi a vicenda nonostante la distanza geografica e altri impedimenti di
 questo tipo, sono fatti davvero sorprendenti. Molti ricercatori nutrono la comune convinzione che
 dal punto di vista della cultura popolare e tradizionale i curdi siano il più antico e ricco gruppo
 etnico della regione. Una volta restituite ai loro legittimi proprietari, i curdi, molte componenti del
 folklore turco, arabo e persiano, e molta dell’eredità letteraria, musicale e mitologica, si capirà
 anche come le fonti in lingua curda non siano poi così povere. Conseguentemente, quanto per il
 turco c’è la possibilità che esso diventi la lingua di una civiltà, tanto vale per il curdo. Voglio però
 parlare di un vantaggio che il curdo possiede: facendo parte del gruppo linguistico indoeuropeo, dal
 punto di vista della sintassi, presenta delle somiglianze col tedesco e l’inglese. La gran parte dei
 suoni presenti nel suo alfabeto si trova anche nelle lingue occidentali. Questa somiglianza, vuoi in
 fase di traduzione, vuoi nel parlato, apre la strada ad alcune facilità. Ad esempio possiamo osservare
 come sia d’altissimo livello l’inglese parlato dai diplomatici curdi del Nord Iraq. Il fatto che il turco
 faccia parte di un gruppo completamente diverso da quello delle lingue occidentali, fa sì che nella
 traduzione e nel parlato si riscontrino notevoli difficoltà. È un fatto naturale. L’assenza in turco dei
 pronomi relativi crea grossi problemi ai traduttori. Nell’ottomano questo bisogno è stato compensato
 prelevando dal persiano la particella pronominale -ki. L’eliminazione del -ki dal turco moderno
 (nella lingua scritta) è la ragione di lunghe frasi aggettivali che precedono il nome e che creano una
 distanza inutile fra soggetto e predicato. Questa situazione rende questa lingua straordinariamente
 sistematica ed estetica, incomprensibile nelle sue lunghe frasi.
 Il turco
 Il fatto che il turco moderno possieda una breve storia, ha fatto sì che non si riesca a trovare una
 stabilità nella trasposizione dei concetti da alcune scienze e discipline della cultura occidentale. Ad
 esempio nelle traduzioni e addirittura in alcune opere compilatorie d’ambito filosofico, la
 terminologia filosofica che viene usata cambia di traduttore in traduttore, da scrittore a scrittore. A
 tal punto che, il più delle volte, siamo costretti a rivolgerci direttamente al libro originale dalle
 difficoltà che incontriamo nel comprendere la traduzione. Ad ogni modo in questo campo negli
 ultimi tempi si registrano importanti progressi e presto lavorando su tutti i filosofi, trovando un
 accordo sulle scelte, la lingua filosofica turca prenderà corpo. Ciò che si capisce è che, se poniamo
 la condizione che una lingua per essere usata nell’istruzione debba essere la lingua di una civiltà, ad
 esclusione di alcune poche, molte lingue ne verrebbero a subire danno, compresa la lingua usata da
 Bület Arınç.
 Da ultimo voglio porre una domanda: esiste un rapporto fra la lingua di una civiltà e l’essere civili?
 La mia risposta è che esiste e non esiste allo stesso tempo. Esiste, poiché le grandi menti hanno
 espresso i loro pensieri fino alle più sottili sfumature in quella lingua. Usando quella lingua
 completa hanno innalzato l’umanità. Non esiste poiché altra gente, che in quella medesima lingua si
 esprime, ha praticato enormi crudeltà. Ha affossato l’umanità, ha pugnalato la giustizia, la pietà,
 l’onore, la dignità. Oh, magari fosse possibile imparare a essere civili imparando la lingua di una
 civiltà.
 Traduzione di Francesco Marilungo

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