Kurdistan della Turchia. Emozioni di frontiera


di Massimiliano Salvo

Tra la Siria, la Mesopotamia, la Georgia il Monte Ararat l’atmosfera antica del Kurdistan. Tra memorie bibliche, il lago di Van e la spettacolare Hasankeyf, un territorio da esplorare……… “Vedi il Kurdistan e poi muori”, potrebbero raccontare i pastori di questa terra polverosa e bistrattata, cotta dal sole, meravigliosa. Abitato da una popolazione povera e fiera, quando si entra in Kurdistan non serve un cartello ad annunciarlo. Prima finiscono le autostrade, poi anche l’asfalto. La Turchia in odore di Europa lascia il posto a una regione evitata dal turismo, senza wi-fi ai tavolini dei bar e grattacieli ma bambini che pascolano oche e venditori ambulanti di pistacchio.
La “capitale” è Diyarbakir, roccaforte della tenacia curda e teatro di grandi scontri tra il PKK e l’esercito di Ankara, sfiorata dal Tigri, circondata da un muraglione in basalto nero costruito dai romani, in alcuni tratti antico 1700 anni. Caravanserragli che ospitavano anche cinquecento cavalli si confondono tra vicoli senza nome e case di mattoni, in una città ricca di cultura e bambini di strada che chiedono l’elemosina. La moschea Ulu sorge sulle rovine della chiesa dove San Tommaso predicava il Vangelo, e la bellezza dei luoghi di culto stride con l’aria fatiscente di città un po’ pericolosa, di città maledetta perché in conflitto con lo Stato centrale.
A circa 200 chilometri, sul confine siriano, Harran, villaggio torrido che vive di pastorizia e contrabbando. Nonostante dia l’impressione del luogo più inospitale in cui mai si metterà piede, è imperdibile. Città biblica, forse l’insediamento più antico al mondo ancora abitato, perché è qui che il nipote di Noè costruì la prima città dopo il diluvio. Abramo vi abitò intorno al 1900 a.C, le case ad alveare di stile siriano, simili a quelle ritratte nel Medea di Pasolini, sono le uniche di tutta la Turchia.
Qualche ora di viaggio nella Mesopotamia, tra praterie di frumento, deserti argillosi e pozzi di petrolio, e si raggiunge Mardin, arroccata sulle pendici di un monte a 1300 metri d’altezza. I mercati circondano il viaggiatore con ceste di tabacco, formaggi, leccornie curde, vapori di agnello alla brace. Le case in pietra color miele digradano lungo vicoli sbilenchi attraversati solo da asini e capre, polli e bimbi che giocano a biglie. Il minareto della moschea selgiuchide irachena domina dal XII secolo le pianure siriane e una città che con i fabbricanti di sapone e gli intagliatori di rame vive nel passato. Avendo l’accortezza di spostarsi solo con la luce del giorno e attraverso le strade principali – la zona è visitabile ma sulle montagne l’esercito turco e i curdi combattono – si raggiunge la meraviglia più incerta della Turchia: Hasankeyf. E’ un villaggio sorto in una gola bagnata dal Tigri, la costruzione di una diga lo sommergerà con 30 metri d’acqua. La vita prosegue placida come migliaia di anni fa, con il nido di cicogna sul minareto della moschea noncurante degli elicotteri da guerra turchi che sorvolano le montagne e i caccia militari che tagliano il cielo in direzione Iraq.
In poche ore di bus si raggiunge il lago salato di Van, incastrato tra le montagne di Iran e Iraq. I trasporti sono imprevedibili, e la popolazione locale è ben lieta di trasportare i rari viaggiatori che attendono ai bordi delle strade, travolti dal sole e dalle nuvole di polvere. A nord le montagne spoglie e brune diventano sempre più alte e coperte di prati, quando appare il gigante della Turchia la geografia si veste di religione, la fede nel credo cristiano è superata dalla forza del mito: il Monte Ararat domina il paesaggio. Le memoria delle due vette risale alla notte dei tempi, la Genesi e l’Arca di Noè avvolgono di magia un colosso da 5.000 metri incappucciato dai ghiacc
Ai suoi piedi Doğubeyazıt , polverosa città di frontiera con un paese un po’ bizzoso come l’Iran, brulicante di soldati e carri armati. A pochi chilometri sorge un tesoro nascosto della Turchia, il palazzo di Ishak Pasha. Le arti selgiuchidi e persiane si sposano in un castello da Mille e una notte, e l’atmosfera da fiaba aspetta il tramonto per mostrare tutta la sua magia, con il sole a illuminare il gigante di roccia dove Noè si arenò ai tempi del diluvio universale.
Ore di strade sterrate portano alle rovine di Ani, maestosa capitale armena sulla Via della Seta di cui restano le rovine su un altopiano spazzato dal vento, al confine tra Turchia e Armenia. Fu conquistata da bizantini, persiani, georgiani e mongoli, prima che un terremoto e le devastazioni di Tamerlano la condannassero all’oblio. Il confine con l’Armenia è segnato da un fiume, campi minati non segnalati coprono i pendii, le torrette d’avvistamento militare ricordano che gli screzi tra i due paesi per il genocidio di inizio novecento non sono ancora superati.
Con molte ore di autobus in direzione Sud-Ovest si raggiunge Malatya, base per le escursioni alla più grande attrazione del Kurdistan e Patrimonio dell’Unesco, il Nemrut Dağı. La vetta a 2150m, con vista sino al Tigri e all’Eufrate, è regno di misticismo e mistero da quando a fine 1800 un ingegnere tedesco che esplorava la zona giunse sulla remota sommità, e rimase sbalordito di fronte alle enormi statue che la sormontavano. Antioco, sovrano della regione prima di Cristo, aveva fatto innalzare un pantheon di divinità in posizione seduta, i “suoi” antenati, un Olimpo megalomane e folle in una zona ancor adesso impervia. In duemila anni di terremoti le statue erano crollate, ma si riconoscevano adagiate sul terreno le teste alte due metri del Leone, dell’Aquila, di Ercole, di Apollo, del Vecchio Antioco. Nelle due terrazze in direzione dell’alba e del tramonto aveva posizionato i “troni delle divinità”, regalando a se stesso e a questi colossi di pietra un’immortalità di pace e silenzio, e uno sguardo eterno sulle terre dove, duemila anni prima, era nata la storia.
fonte:viaggi.repubblica.it

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