Le scuse ai Curdi 70 anni dopo


Mea culpa di Erdogan ’a nome dello Stato’ per il massacro di Dersim


di Cristoforo Spinella

Di solito, la Turchia non chiede scusa. Sono stati in tanti a pretenderla, in questi decenni. Greci, ebrei, curdi, e soprattutto armeni: l’invito a fare i conti con il proprio passato recente, fatto anche di colpi di stato e repressioni violente,……. è venuto a più riprese. Ma finora ad Ankara è rimasto sempre inascoltato. Meglio, fino a due giorni fa. Una data da segnare sul calendario e trascrivere presto sui libri di storia, quella del 23 novembre: il giorno in cui il premier Recep Tayyip Erdoğan ha chiesto “scusa a nome dello Stato” per il massacro di migliaia di curdi e di aleviti nella provincia sudorientale di Dersim (oggi Tunceli) tra il 1936 e il 1939.
Il primo mea culpa ufficiale pronunciato da una guida politica turca ha riportato sulle prime pagine dei giornali un episodio lontano nel tempo ma mai scomparso dalla memoria collettiva. Stando alle parole di Erdoğan, sono state 13.806 le persone uccise da una repressione che finora era stata giustificata come risposta alla ribellione degli indipendentisti curdi e della minoranza musulmana degli aleviti. Secondo i documenti inediti citati dal premier, le operazioni militari sono state il frutto di una politica sistematica di repressione che ha anche costretto decine di migliaia di persone ad abbandonare quelle zone. Una versione avvalorata da molti storici ma sempre negata dai governi repubblicani che si sono succediti ad Ankara. Sempre, fino a due giorni fa.
Che cosa è cambiato allora? A spingere il premier turco a toccare adesso un tema così delicato sono stati probabilmente i rumors dei giorni scorsi: già lunedì il quotidiano ‘Radikal’ aveva pubblicato alcuni cablo riservati dell’ambasciata britannica da cui emerge la pianificazione del massacro e l’uso di gas velenosi. Erdoğan, insomma, ha preso la palla al balzo, rovesciando d’un colpo la narrazione ufficiale di Ankara e attribuendo la responsabilità dei fatti al Chp (Partito repubblicano del popolo) di Mustafa Kemal Atatürk, che all’epoca agiva in un regime monopartitico. Così, il premier ha messo in forte imbarazzo l’attuale leader del Chp, oggi principale partito di opposizione, Kemal Kılıçdaroğlu (peraltro originario proprio di Dersim) e guadagnato il plauso del Commissario europeo per l’Allargamento Stefan Füle.Ma c’è dell’altro. Con questa mossa il Primo Ministro sembra aprire la strada a una graduale ma decisiva revisione di alcuni dogmi repubblicani, puntando forse addirittura alla figura del padre della patria Atatürk, che ancora oggi viene protetta con leggi ad hoc.
Certo, il rischio è quello di scoperchiare un vaso di Pandora che al suo interno contiene episodi cruciali come il massacro degli armeni del 1915 – che la Turchia si rifiuta di riconoscere come un ‘genocidio’ – e i pogrom contro la minoranza greca nel 1955. Questioni ancora oggi molto sentite cui va aggiunto l’altro, grande rimosso della storiografia ufficiale turca: il Kurdistan.
È questo, adesso, il primo obiettivo di Erdoğan: riuscire dove tutti, prima di lui, hanno fallito: avere ragione dell’indipendentismo curdo nel sud-est della Turchia. Prima delle scuse per Dersim, un altro segnale era arrivato nelle scorse settimane, quando 65 caserme dell’esercito erano state rinominate, abbandonando la dedica agli ufficiali protagonisti della repressione per passare a quella alle vittime. Un gesto simbolico per cercare di aprire alla più massiccia minoranza etnica del Paese, pari circa al 20% degli oltre 70 milioni di turchi.
In questi anni, d’altronde, Erdoğan ha fatto molto di più, lanciando nel 2009 un’operazione di riconciliazione nazionale chiamata ‘iniziativa democratica’ e concedendo alcuni diritti culturali e linguistici con l’avvio di corsi di curdo in qualche università e il lancio del canale televisivo di Stato TRT6, che trasmette anch’esso in curdo. Eppure, non è bastato: dopo averlo votato massicciamente nel 2007 di fronte alle promesse di investimenti nel sud-est depresso, una parte dei curdi ha abbandonato il partito Akp (Giustizia e Sviluppo) del premier. Che ha stravinto le elezioni del giugno scorso, ma ha visto indebolirsi la sua autorevolezza politica in quell’area.
Ma soprattutto, è sul piano militare che la Turchia è ripiombata negli abissi di qualche anno fa. Dalla scorsa estate si sono intensificati i bombardamenti sulle montagne di Qandil, in territorio iracheno. Una vera e propria azione di guerra mirata ad annientare i ribelli del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), considerato un’organizzazione terroristica anche da Usa e Ue. Una recrudescenza arrivata dopo una serie di sanguinosi attentati in cui hanno perso la vita decine di soldati turchi.
Secondo molti osservatori è proprio lì, nel Kurdistan iracheno, che si gioca la partita decisiva: da mesi, ormai, è emerso il ruolo di mediatore del governatore della regione autonoma dell’Iraq, Massoud Barzani. La presunta trattativa, però, non è semplice: Ankara chiede la definitiva ritirata in Iraq dei 2-3mila guerriglieri curdi presenti nel suo territorio e un cessate il fuoco definitivo, mentre il Pkk pretenderebbe la partecipazione almeno indiretta ai negoziati di Abdullah Öcalan, il suo leader attualmente unico detenuto nell’isola-prigione di Imralı. Condizioni difficili per tutti, specie alla vigilia dell’allettante vuoto di potere che arriverà con il ritiro dell’esercito Usa dall’Iraq.
Insomma, un accordo non sembra vicino. Anzi: lontano dal frastuono delle bombe, Erdoğan sta facendo piazza pulita dei suoi interlocutori: all’inizio della settimana sono stati più di 70 gli arrestati per presunti legami con il Kck (Unione delle comunità curde), considerato il braccio urbano del Pkk. Tra loro, numerosi amministratori locali del principale partito curdo Bdp (Partito per la pace e la democrazia) e 42 avvocati, accusati di aver svolto un ruolo di collegamento tra Öcalan e il resto dei ribelli.
Mea culpa di Erdogan ’a nome dello Stato’ per il massacro di Dersim

Le scuse ai Curdi 70 anni dopoIn effetti, i numeri non segnalano certo una distensione dei rapporti: dal 2009 centinaia di persone sono state arrestate per presunti legami con il Kck, e ancora adesso sono 5 i parlamentari dietro le sbarre insieme a molti intellettuali curdi. Insomma, non è solo sulle montagne di Qandil che il conflitto si è acuito. E se lo scontro militare dal 1984 ha causato quasi 40mila morti e decine di migliaia di profughi, adesso sembra inabissarsi anche l’ambizione di convincere i curdi che la soluzione migliore possibile sia quella offerta oggi dal governo Erdoğan. Le scuse per Dersim difficilmente basteranno.
fonte:lindero.it

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