LA DIASPORA DIMENTICATA L’occasione per i curdi Perché il popolo in lotta può sfruttare la crisi della Siria.


di Antonella De Biasi

Un detto curdo recita: «Gli unici amici sono le montagne». Non è difficile capire perché: dallo smembramento dell’impero ottomano, 30 milioni di curdi attendono un riconoscimento ufficiale della propria identità. Nessuno ha dato loro uno Stato e diritti civili. La storia e i governi li hanno costretti a migrazioni e fughe, impossibilitati persino a usare la lingua madre. Così, il popolo senza patria è diventato la mina vagante del Medio Oriente.
AL CENTRO DEGLI SCONTRI. L’incendio che sta divampando nella regione in questi giorni ne è una conferma.
Martedì 16 agosto otto soldati dell’esercito di Ankara sono stati uccisi in Turchia dai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), lo storico movimento di Abdullah Ocalan. Come rappresaglia, l’avazione turca ha bombardato il Nord dell’Iraq, per colpire le postazioni dei guerriglieri: è la prima volta che Ankara sconfina in territorio straniero per dare la caccia ai combattenti.
Il messaggio è chiaro: la crisi siriana, che non accenna a rientrare, sta dando nuova linfa a tutte le tensioni dell’area. Il teatro su cui si muovono armi e soldati è il Kurdistan. Un’area di importanza strategica, crocevia di culture e ricca di materie prime. La nazione mancata dei curdi, per cui non hanno mai smesso di lottare. E da quando l’autorità di Bashar Al Assad, autocrate di Damasco, vacilla sotto gli occhi del mondo, tutte le vecchie e irrisolte questioni sono tornate a galla. E rischiano di esplodere.

Kurdistan, il Paese che non c’è ricco di materie prime
Il Kurdistan di fatto non esiste. Almeno non fuori dai sogni dei figli della diaspora sparsi per l’Europa. La regione comprende il Tigri e l’Eufrate – l’antica Mesopotamia – che ne delimita il confine a Sud, mentre il monte Ararat (quello dell’Arca di Noè) ne segna il limite settentrionale.
L’ipotetica nazione comprende la catena dei monti Zagros a Est e quella del Tauro a Ovest. Paesaggi straordinari e ricchissimi di risorse, dal petrolio al nuovo oro nero: l’acqua. Ma il suolo è benedetto anche da oro, ferro, cromo e alluminio.
UNA TERRA PER TROPPI. Dopo il Trattato di Sèvres, firmato tra le potenze alleate della Prima Guerra mondiale e l’Impero ottomano nell’omonima cittadina francese, poi sostituito da quello di Losanna, il territorio del Kurdistan è diviso tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e le repubbliche ex sovietiche di Georgia, Armenia e Azerbaijan.
Da allora, per i curdi è iniziata la fase delle promesse tradite e il sogno di una terra in cui vivere liberamente. E delle guerre che oggi incendiano la regione.
ACQUA E PETROLIO. Le ragioni sono semplici. Il 60% del petrolio iracheno si trova nel territorio curdo. Ugualmente, l’unica zona ricca di petrolio della Siria è curda, e lo stesso si può dire per la regione a Sud Est della Turchia.
Inoltre il territorio curdo che si trova nell’attuale Turchia è ricchissimo di acqua, una riserva strategica cruciale. Ankara ha progettato la costruzione di dighe e centrali idroelettriche per garantirsi il controllo delle risorse idriche della regione, mettendo Siria e Iraq in una posizione di debolezza.
Insomma, nessuno vuole rinunciare a tante ricchezze per darle ai legittimi proprietari. E i curdi sono oggi disposti ad attaccarsi a qualsiasi cosa per rivendicare i propri diritti.

Sono 30 milioni, la maggioranza si trova in Turchia
curdi, d’altronde, sono moltissimi. Per numero, il quarto popolo del Medio Oriente, dopo arabi, turchi e persiani. In tutto circa 30 milioni, la maggior parte residenti in Turchia. Che però non li accetta di buon grado.
Un segno di speranza è arrivato dall’Iraq della nuova era. Qui, durante la lunga reggenza di Saddam Hussein, i curdi sono stati sterminati con le armi chimiche: 4 mila villaggi distrutti e gravissimi danni fisici per i sopravvissuti alla campagna conosciuta come Al Anfal. Oggi, però, esiste la Regione autonoma del Kurdistan iracheno con capitale Erbil.
EMARGINATI E NON RICONOSCIUTI. In Siria i curdi sono circa 2 milioni, concentrati nelle ricche regioni del Nord Est. Sono sempre stati emarginati da Damasco: la famiglia Assad, alla guida del Paese da 40 anni, non ha mai equiparato questa minoranza, la più grande della nazione, ai cittadini siriani.
La maggior parte dei curdi siriani non ha una carta di identità, non può uscire dal Paese, possedere una casa, sposare un cittadino siriano o farsi curare in ospedale. Conduce, insomma, una vita da fantasma.

L’esperimento di Kirkuk e gli Stati Uniti che non mollano
Persino laddove hanno ottenuto qualcosa, i curdi sono tenuti sotto scacco. Nel Kurdistan iracheno la città di Kirkuk dovrebbe essere il più compiuto esempio di integrazione. La chiamano la “Gerusalemme curda”: qui vivono arabi sciiti e sunniti, curdi, turcomanni e assiri-caldei. Ma la città è ancora un punto interrogativo: non è stato deciso se può passare alla Regione autonoma curda oppure no. La consultazione che dovrebbe stabilirlo, infatti, viene continuamente rimandata.
La ragione è semplice: Kirkuk è il cuore petrolifero dell’Iraq. E nessuno, a partire da Saddam fino ad arrivare all’attuale reggente Nuri Al Maliki, vuole cedere sulle ricchezze della regione.
IL RITIRO A RISCHIO. Il rischio che, con l’inasprirsi della crisi siriana, salti il tappo della rabbia curda in tutto il Medio Oriente è così serio da pesare sulle scelte di Obama.
Il presidente americano ha parlato di un ripensamento: il ritiro dei suoi soldati dall’Iraq potrebbe slittare.
D’altra parte l’Iran da settimane bombarda il Kurdistan iracheno. In Iraq continuano gli attentati contro i cristiani. E in Turchia il numero di morti nel Sud Est aumenta di giorno in giorno.
Gli Stati Uniti probabilmente avrebbero ogni interesse a chiamarsi fuori dalla zona martoriata. Ma non si possono permettere che la regione prenda fuoco di colpo.

Fonte: Lettera43.it Mercoledì, 17 Agosto 2011

 

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