Struan Stevenson: “Questione sicurezza in Iraq ancora aperta”


Una piccola delegazione di deputati europei si è recata in l’Iraq settimana scorsa per incontrare il presidente della Repubblica Jalal Talabani, il consiglio di rappresentanza e altre autorità politiche. Al ritorno, il conservatore scozzese Struan Stevenson (ECR), presidente della delegazione europea per le relazioni con l’Iraq, ci ha parlato delle sfide sulla sicurezza, del massacro di Ashraf e della necessità di una migliore rappresentanza delle diverse forze politiche nel governo.
Onorevole Stevenson, siete appena tornati dall’Iraq. Qual era lo scopo di questa visita?
Sono due anni che chiediamo di visitare il paese, ma la possibilità ci è sempre stata negata per questioni di sicurezza. Abbiamo insistito, perché la prima domanda che ogni iracheno ci rivolge è: “siete mai stati in Iraq?”. Il non poter dare una risposta affermativa ci toglieva credibilità.
Come è la questione sicurezza nel paese?
È ancora estremamente delicata. Siamo stati prelevati all’ aeroporto da un convoglio di veicoli corazzati, con guardie di sicurezza in macchina, armate di mitra e pistole, e abbiamo dovuto indossare giubbotti antiproiettili. Ogni pochi kilometri c’era un posto di blocco, con cani che annusavano i bagagli e forze di sicurezza che perquisivano le macchina in cerca di esplosivi.
Recentemente Al-Qaeda ha cambiato strategia e ha messo le mani su un grosso carico di pistole con silenziatore. Adesso i terroristi fanno la coda ai posti di blocco insieme agli altri veicoli e quando i poliziotti si avvicinano per chiedere i documenti, sparano alla testa, unico punto non protetto dai giubbotti antiproiettili. In questo modo hanno ucciso 81 poliziotti solo nelle ultime due settimane e le forze armate sono estremamente nervose.
Mentre ci stavamo dirigendo verso l’ambasciata polacca per incontrare gli ambasciatori dei paesi UE, abbiamo visto un razzo sparato da Al-Qaeda. Succede quotidianamente. Il più delle volte cercano di colpire l’ambasciata americana, stavolta il razzo è finito nel fiume Tigri.
[DICO]Citation.La morte di Bin Laden è una buona notizia per il mondo ma certo non cambierà la situazione
Struan Stevenson
Avete visitato anche la regione autonoma del Kurdistan…
Nel Kurdistan la situazione è completamente diversa. Si tratta di un’area molto sicura anche perché sono stati schierati oltre 100.000 000 Peshmerga – le forze armate della regione – a sorvegliare i confini, per impedire l’ingresso ai terroristi di Al-Quaeda.
L’economia è in crescita del 10% annuo. È un luogo dinamico, ci sono petrolio e gas in abbondanza ma, certo, i problemi non mancano. La minoranza cristiana, ad esempio, attaccata e oppressa dai terroristi in tutto l’Iraq, ha trovato rifugio nell’area. Così al momento ci sono dodici mila rifugiati senza alloggio, scuola, servizi igienici, assistenza sanitaria… Dobbiamo assolutamente aiutare il governo curdo che finora si è dimostrato molto generoso nel dare ospitalità a cristiani, oltre 20.000 arabi, turchi e varie altre minoranze, ora che le rivolte in Siria rischiano di causare migliaia di rifugiati curdi.

Qual è il messaggio politico che porta al ritorno dal suo viaggio in Iraq?
Sul fronte politico posso dire che l’accordo che ha istituito il governo di unità nazionale, non è stato rispettato. Gli impegni presi comprendevano il conferimento di ministeri chiave (difesa, sicurezza, interni) alle altre fazioni politiche. Finora queste cariche non sono state ricoperte e il primo ministro Nouri al-Maliki ha concentrato tutto il potere nelle sue mani. Questo naturalmente mina l’intero concetto di unità nazionale che il governo era chiamato a rappresentare.

L’altra questione che ha dominato le nostre discussioni settimana scorsa è la strage di civili iraniani nel campo di Ashraf, dove si trovano dal 1986 i “Mujaheddin del popolo iraniano”, gruppo di opposizione politica. Il Parlamento europeo ha approvato due risoluzioni su Ashraf, in cui si chiede al governo iracheno di trattare con umanità e in maniera non violenta i 3.400 dissidenti iraniani, stanziati lì da 20 anni. Eppure l’8 aprile, cinque divisioni dell’esercito iracheno hanno attaccato e ucciso 35 innocenti.

Vogliamo che sia aperta un’indagine indipendente sulle circostanze del massacro e che i responsabili siano portati davanti alla giustizia internazionale, perché di crimine internazionale si tratta.
Nel lungo termine bisognerà trovare una soluzione negoziale che potrà prevedere anche il rimpatrio verso i 27 paesi membri, visto che molte di queste persone erano rifugiati in Europa, ma prima di tutto l’esercito iracheno deve ritirarsi da Ashraf. Mi è stato chiesto dal rappresentante ONU a Baghdad di aprire le trattative con i leader dei “Mujaheddin del popolo iraniano” a Parigi. Andrò in Francia mercoledì prossimo e sto cercando di far discutere una risoluzione urgente nella prossima plenaria.
Ha parlato del ruolo di Al-Quaeda in Iraq… La morte di Osama Bin Laden potrebbe portare a un cambiamento nel paese?
La sua morte è una buona notizia per il mondo. Odio la violenza, ma quando si ha a che fare con un mostro non c’è altra soluzione. Non sarebbe stato possibile catturarlo vivo. La sua morte è una grande vittoria per la libertà, la democrazia e la gente di libero pensiero.
Purtroppo però questo non cambierà la situazione. Al-Quaeda è molto attiva a Baghdad e nelle altre città irachene. È come tagliare la testa all’Idra: per ogni taglio ne spuntano altre quattro.

Della delegazione partita in Iraq ha fatto parte anche il capo della delegazione dei deputati PdL Mario Mauro, che è relatore per il Parlamento europeo del primo Accordo tra UE ed Iraq.
Portale Unione europea

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