Si avvicina la fine del regime di Damasco?


L’ultimo discorso del presidente siriano, pronunciato lo scorso sabato 16 aprile, ha segnato un nuovo cambio di rotta da parte del governo siriano, indicando che la pressione delle proteste ormai è pesantemente avvertita dal regime alawita guidato dal clan degli Assad. Se il 30 marzo Bashar al-Assad aveva scelto la strada della fermezza, rifiutandosi di presentare un calendario di riforme, questa volta egli ha cambiato tattica, si è mostrato conciliante, ha promesso l’abrogazione dello stato di emergenza (abrogazione approvata proprio ieri), una legge sui partiti politici, la lotta alla corruzione.
Queste nuove aperture sono giunte dopo che nei giorni scorsi egli aveva concesso la cittadinanza a 120.000 curdi che vivevano da apolidi nel paese dai tempi del censimento del 1962, ed aveva fatto concessioni ai musulmani sunniti più intransigenti, in particolare reintegrando nelle scuole le insegnanti che indossano il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi.
Ma così come le precedenti concessioni non erano servite (in particolare, i curdi hanno continuato a manifestare, anche perché 80.000 di essi rimangono tuttora privati dei diritti più elementari), allo stesso modo le ultime aperture sono apparse tardive e poco credibili. E infatti nei giorni successivi al discorso di sabato ci sono stati altri morti e feriti, ancora una volta a causa del brutale ricorso alla violenza da parte delle forze di sicurezza.
In un comunicato emesso il 18 aprile, il ministero dell’interno siriano ha definito la sollevazione popolare “un’insurrezione armata da parte di gruppi appartenenti alle organizzazioni salafite, soprattutto nelle città di Homs e Banias”, segnando in questo modo una nuova oscillazione verso la linea dura, e confermando che il governo in realtà non ha una chiara linea politica per far fronte agli eventi nel paese.
UN ERRORE FATALE
Proprio la sciagurata e sconsiderata gestione delle proteste da parte delle forze di polizia e dell’esercito ha fatto perdere al presidente Bashar al-Assad gran parte dei punti di forza che egli poteva vantare in termini di popolarità e di credito nazionale rispetto ai suoi omologhi in Egitto e Tunisia, Mubarak e Ben Ali.
La repressione violenta dei manifestanti, con il frequente uso di proiettili veri da parte delle forze di sicurezza (oltre 200 morti si contano dall’inizio della sollevazione a metà marzo), l’impiego di finte manifestazioni filo-governative, il ricorso a intimidazioni e arresti su vasta scala, la decisione di scatenare gruppi di teppisti e bande armate che hanno picchiato, ferito e ucciso numerosi cittadini inermi – tutto questo ha contribuito grandemente a ingrossare le file della sollevazione popolare, a radicare il risentimento e l’odio nei confronti del regime, ed in ultima analisi a porre quest’ultimo in un vicolo cieco.
Fare marcia indietro, avviare un processo di riconciliazione e di riforme credibili, e riportare la calma nel paese, appare sempre più difficile per il presidente Assad; e ciò ha spinto molti analisti a ritenere che egli abbia di fatto accelerato la fine del regime.
Il problema, secondo molti, è che l’apparato di potere siriano, non essendo riuscito a riformarsi dall’interno in tutti questi anni, difficilmente riuscirà ad avviare un vero processo riformatore ora che è minacciato direttamente dalla pressione popolare. Infatti, se il regime dovesse perdere il controllo di tale processo, e crollare adesso, le conseguenze per l’élite che lo sostiene sarebbero certamente pesanti.

Se negli anni passati sarebbe stato possibile avviare un processo di dialogo e di riconciliazione nazionale che portasse alla graduale integrazione della minoranza alawita nella società siriana, alla riduzione delle discriminazioni etniche e sociali, e a rimarginare la profonda ferita lasciata dalla brutale repressione della rivolta sunnita guidata dai Fratelli Musulmani nel 1982 – una ferita mai realmente sanata – ora che è stato sparso altro sangue è molto più difficile che ciò avvenga.
Tutt’al più il regime potrà cercare di guadagnare tempo, attraverso riforme “cosmetiche” che tuttavia mantengano il controllo del potere saldamente nelle sue mani. Assad potrà tentare forse la strada delle riforme economiche, nelle quali però ha fallito in tutti questi anni. I centri del potere economico, all’interno del suo stesso clan e tra le ricche famiglie sunnite che lo sostengono, rappresentano infatti un formidabile ostacolo al cambiamento.
LA MINACCIA DELLE DIVISIONI SETTARIE
Molto è stato detto a proposito del possibile rischio che la rivolta popolare degeneri, e che la Siria si avvii a diventare un nuovo Iraq o un nuovo Libano qualora il regime dovesse crollare. Un simile esito sarebbe determinato dalla complessa composizione etnica e settaria del paese, che certamente lo differenzia dall’Egitto o dalla Tunisia.
Dal canto loro tuttavia, molti esponenti del movimento popolare in Siria, così come molti analisti ed esperti di faccende siriane, hanno tenuto a sottolineare la natura democratica ed essenzialmente non settaria della protesta, caratterizzata da slogan che esaltano l’unità e la coesione dei siriani, a prescindere dal fatto che essi siano arabi o curdi, sunniti o alawiti, cristiani o drusi.

Va anche detto che la Siria non è mai stata governata dalla minoranza alawita in quanto tale, sebbene istituzioni chiave del regime come l’esercito e le forze di sicurezza siano dominate da elementi appartenenti al clan degli Assad e dell’élite alawita a cui quest’ultimo appartiene.

Episodi di coordinamento tra i sunniti e gli alawiti in città come Latakia indicano che vi sono alawiti desiderosi di un cambiamento politico al pari dei sunniti e degli altri siriani in generale.
Tuttavia gli alawiti sono stati generalmente discriminati in passato, prima che gli Assad salissero al potere nel 1970. E per altro verso il regime alawita degli Assad ha compiuto numerose ingiustizie nei confronti della maggioranza sunnita del paese, la più grave delle quali fu il massacro di Hama nel 1982, quando furono trucidate dalle 20.000 alle 30.000 persone.
Il rischio è dunque che, di fronte a una minaccia diretta alla propria esistenza, sia il regime stesso a fomentare le divisioni settarie prendendo “in ostaggio” l’intera minoranza alawita nel tentativo di salvarsi dalla distruzione.
In altre parole, se la protesta siriana è dominata ancora una volta dai giovani, e da altri settori della società che hanno in gran parte una connotazione non settaria e sono portatori essenzialmente di rivendicazioni di giustizia, dignità e libertà, è però il regime stesso che sembra propenso a ricorrere a un discorso settario, così come sono le altre forze politiche storiche presenti all’interno della Siria a non essere esenti da connotazioni settarie.
Nel suo discorso del 30 marzo, il presidente Bashar al-Assad ha più volte messo in guardia contro la “fitna”, la discordia tra le diverse comunità e fazioni. Nello stesso discorso ed in altre occasioni egli ha parlato di “congiure” straniere, di “complotti” da parte dei “nemici della Siria”, ed ha ammonito – come già Mubarak e Ben Ali avevano fatto prima di lui – che l’alternativa al suo regime sarebbe il caos.
Così come Mubarak, e successivamente l’apparato di potere sopravvissuto alla caduta del presidente egiziano, hanno tentato di contrastare la rivoluzione in Egitto fomentando l’odio confessionale tra musulmani e cristiani, e creando spaccature tra i Fratelli Musulmani e l’opposizione laica, allo stesso meccanismo può ricorrere il regime siriano, con la differenza che la società siriana è molto più composita di quella egiziana, e soprattutto che la Siria si trova da anni al centro dei più tragici conflitti mediorientali.

Per il regime siriano è dunque più facile evocare nemici “esterni o interni” (che in effetti sono ben più numerosi di quelli del regime di Mubarak); ma anche i rischi che il ricorso a tali tattiche divisive comporta sono molto più grandi.

I “NEMICI” DI ASSAD
Tra i “nemici interni” di Bashar al-Assad, a giudizio del regime sempre pronti a cospirare contro di lui, vi sono lo zio Rifaat al-Assad – noto per essere stato il comandante delle truppe che nel 1982 bombardarono Hama, ormai in esilio in Europa da almeno vent’anni dopo un fallito colpo di stato ai danni del fratello Hafez – così come Abdel Halim Khaddam, vicepresidente fino alla fine del 2005, legato agli anni più bui della presenza siriana in Libano, poi caduto in disgrazia, e fondatore in esilio del partito di opposizione del Fronte di Salvezza Nazionale in Siria.
Musulmano sunnita, Khaddam ebbe un ruolo chiave nel garantire la legittimazione del regime alawita di Hafez al-Assad agli occhi del mondo arabo sunnita, ed in particolare nel rinsaldare i rapporti fra Damasco e Riyadh. In Libano Khaddam strinse un legame con il miliardario Rafiq Hariri, padre di Saad, attuale leader dei sunniti libanesi, ed anch’egli molto legato ai sauditi. L’assassinio di Hariri nel 2005 segnò la fine delle fortune politiche di Khaddam a Damasco e l’inizio della sua mortale inimicizia con il presidente Bashar al-Assad.
Sebbene sia Rifaat al-Assad che Khaddam siano nemici veri per Bashar, e sebbene perfino esponenti vicini al movimento di protesta in Siria non escludano che essi stiano cercando di approfittare del caos nel paese per portare avanti i loro piani di destabilizzazione, il loro ruolo appare marginale, e certamente non è alla base della sollevazione popolare in atto, per quanto il regime abbia cercato di far credere diversamente.

In soccorso delle tesi “complottiste” propagandate da Damasco sono però giunte anche le rivelazioni di alcuni dispacci di Wikileaks pubblicati dal giornale libanese al-Akhbar.

Secondo un dispaccio archiviato dall’ambasciata USA a Beirut alla fine dell’agosto 2006 – quando si era appena conclusa la devastante guerra di Israele in Libano – il leader della Coalizione del 14 Marzo, Saad Hariri (figlio di Rafiq, e anch’egli recentemente accusato da Damasco di armare e finanziare le proteste anti-regime in Siria), avrebbe chiesto che la comunità internazionale isolasse il presidente siriano Bashar al-Assad, affermando che, nel caso in cui il regime siriano fosse caduto, il vuoto politico in Siria avrebbe potuto essere colmato da una partnership tra i Fratelli Musulmani, Abdel Halim Khaddam e l’ex comandante dell’esercito Hikmat Shehabi.
Sebbene il giornale al-Akhbar sia vicino a Hezbollah, noto alleato della Siria, le rivelazioni appaiono veritiere, tant’è vero che la stessa TV satellitare al-Arabiya, il canale ‘all news’ dell’Arabia Saudita, non ha smentito la notizia, ma l’ha riportata sul suo sito web aggiungendo – ed anche questo è un fatto molto interessante per comprendere certe dinamiche mediorientali – degli “aggettivi” che connotano diversamente la notizia.
Al-Arabiya ha titolato: “Hariri voleva che dei moderati [corsivo aggiunto] rimpiazzassero Assad”. Nell’articolo, questi “moderati” vengono poi definiti anche “progressisti” e “laici”, e solo a metà del testo si scopre che queste forze “moderate, progressiste, e laiche” proposte da Hariri non erano nient’altri che Abdel Halim Khaddam, Hikmat Shehabi e i Fratelli Musulmani siriani.
Questo breve pezzo di al-Arabiya dà un’idea non certo rassicurante di quella che sembra essere l’interpretazione saudita di “moderazione”, “progressismo”, e “laicità”.
Ancora una volta è necessario chiarire: questi dispacci di per sé non confermano l’accusa di Damasco secondo cui Saad Hariri starebbe attualmente armando le proteste contro il regime, e se pure tale accusa venisse confermata, è evidente che anche in questo caso il ruolo di Hariri apparirebbe marginale, visto che le proteste siriane sono eminentemente pacifiche, e che i dimostranti stessi sanno bene che solo mantenendo il carattere pacifico della protesta essi hanno una chance di spuntarla sul regime (mentre in un confronto armato sarebbero condannati a soccombere).
Tuttavia, quanto fin qui esposto dimostra che, sebbene la protesta in Siria sia spontanea e genuina, nata sulla base di rivendicazioni che lo stesso regime è stato costretto a riconoscere come legittime, il governo siriano ha in effetti diversi nemici a livello regionale ed internazionale. Questo fatto, lungi dal favorire il successo della protesta popolare, rischia di renderla ostaggio delle rivalità e delle tensioni regionali.

Che Riyadh, ad esempio, non veda con sfavore un eventuale crollo del regime di Damasco sembra del resto essere confermato dal modo compiaciuto con cui il principale quotidiano saudita, al-Sharq al-Awsat, ha dato risalto in tutti questi giorni alla crisi siriana, sebbene l’Arabia Saudita stessa non sia certo la culla della democrazia, e stia operando attivamente in queste settimane per soffocare le proteste democratiche in Bahrein.

Ed ecco altre rivelazioni che in questi giorni hanno dato una mano alle “teorie della cospirazione” care a Damasco: altri dispacci resi noti da Wikileaks riferiscono che il Dipartimento di Stato USA ha finanziato in questi anni gruppi dell’opposizione siriana in esilio, e addirittura un canale satellitare legato a tali gruppi. I finanziamenti avrebbero avuto inizio nel 2006, in piena era Bush, ma sarebbero proseguiti anche sotto l’amministrazione Obama, almeno fino al settembre 2010.
Ancora una volta, ciò rende più facile al regime siriano parlare di “congiura” ordita da sauditi, americani, forze libanesi, e perfino giordane, ai danni della Siria – tesi sposata anche dai mezzi di informazione iraniani, in quella che è ormai una vera e propria battaglia mediatica in Medio Oriente.
E tutto questo mentre – lo ripetiamo ancora una volta – la sollevazione siriana continua ad apparire eminentemente spontanea, ed essenzialmente motivata da ragioni interne: il carattere repressivo del regime, le disuguaglianze sociali, la disoccupazione, la corruzione dilagante.
RIVOLUZIONI POPOLARI E BATTAGLIA PER L’INFLUENZA REGIONALE
Bisogna rilevare – a titolo d’esempio – che, nel momento in cui Assad accusa forze fedeli al libanese Saad Hariri di fomentare le rivolte in Siria, sta accusando forze sunnite strettamente alleate con l’Arabia Saudita. Quando definisce la rivolta “un’insurrezione armata” guidata da gruppi salafiti, ripete lo stesso schema. Così facendo pone le premesse per un conflitto settario.
Del resto, queste premesse nella regione le ha già poste l’Arabia Saudita stessa nel momento in cui ha inviato le proprie truppe nel vicino Bahrein per soffocare una sollevazione che, pur essendo democratica e non settaria, è stata definita da Riyadh come “sciita” e fomentata dall’Iran.
Teheran, dal canto suo, pone le stesse premesse nel momento in cui dipinge le rivolte avvenute in Egitto ed altrove nel mondo arabo come un “risveglio islamico” ispirato alla Rivoluzione iraniana del 1979, tralasciando il fatto che queste rivolte sono state eminentemente laiche e basate su rivendicazioni democratiche.
Da parte loro, gli Stati Uniti danno il loro contributo all’ipocrisia generale ed all’inasprimento delle tensioni regionali quando, ad esempio, il segretario di stato Hillary Clinton accusa Teheran di appoggiare alcune rivolte arabe, ed allo stesso tempo di reprimere i movimenti democratici in patria e in Siria – un fatto certamente in parte vero, ma che è esattamente speculare al comportamento di Washington, che è intervenuta militarmente in Libia, ha dovuto ingoiare suo malgrado la caduta di Mubarak in Egitto, e tace sulla repressione in corso in Bahrein e nello Yemen.
In conclusione, non è il movimento di protesta in Siria che ha di per sé connotazioni settarie, ma sono le forze politiche locali e regionali che rischiano di dare al proprio conflitto per la sopravvivenza e per il potere e l’influenza nella regione – che si intreccia attualmente con le rivolte popolari di questi mesi – una colorazione settaria, come esse tradizionalmente hanno fatto negli ultimi decenni, rendendo così probabile l’eventualità che la sollevazione siriana diventi ostaggio delle tensioni e dei conflitti regionali.
In Siria sia la popolazione che il regime sono ben consapevoli di quanto possa essere sanguinosa una guerra civile, avendo ben vivo il ricordo del Libano e dell’Iraq. Ma se il regime anteporrà la propria sopravvivenza ad ogni altra considerazione, e se davvero le ingerenze regionali dovessero acquisire un ruolo importante nella crisi siriana, la deriva settaria sarebbe assicurata, e con essa il rischio che la rivolta popolare si trasformi in una guerra civile o addirittura in un conflitto regionale.
Una deriva di questo genere potrebbe essere del resto favorita anche dalle tensioni che soffiano sempre più forti dal Golfo Persico.
Fonte:medarabnews
 

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