La crisi dei vecchi regimi dice a Erdogan che la sua Turchia non è ancora pronta per fare la potenza


L’Opinione di Luigi De Biase

Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha appena chiuso una visita ufficiale in Iraq, dove ha firmato intese economiche con il governo di Baghdad e con la provincia petrolifera del Kurdistan, nella parte nord del paese. Il suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, si muove da giorni fra il Cairo e Damasco per gestire le crisi più preoccupanti della regione. E’ così che il governo di Ankara cerca di usare la propria influenza in un momento decisivo per l’area: da Tripoli a Damasco, ci sono rivolte e proteste che cambiano rapidamente il profilo del mondo arabo.
La Turchia vuole la leadership ed è pronta a usare due risorse importanti per ottenerla: da una parte cultura e religione, dall’altra la forza delle sue imprese economiche. Il partito filoislamico di Erdogan, Giustizia e progresso (Akp), è al potere da nove anni. In questo tempo il paese ha migliorato i contatti con tutti i vicini d’oriente e il processo si è rafforzata nel 2009, quando Davutoglu ha preso la guida della diplomazia. Il ministro vuole annullare tutti i conflitti intorno ai confini per assicurare lo sviluppo economico del paese. Sulla carta la dottrina Davutoglu pare scontata, ma la Turchia è un paese diviso a metà fra l’Europa e l’Asia: quando i tuo vicini si chiamano Iran, Iraq, Armenia e Siria, i problemi non si possono evitare. Anche per questo le ambizioni di Erdogan e Davutoglu hanno prodotto scontri con Israele, che teme una deriva islamista ad Ankara, e con gli Stati Uniti, che non possono perdere il più grande paese europeo della Nato.
Non si può dire che il governo Erdogan abbia reagito tempestiavemente ai segnali di rivolta in arrivo da Tunisi, dal Cairo e da Tripoli. Il premier è parso da principio sorpreso e impacciato, ha cambiato più volte opinione rispetto ai giovani che occupavano le strade dell’Egitto e ha scelto infine di tenere una linea basata sull’attesa: è meglio aspettare che la guerra sia finita prima di scegliere con chi stare. Le crisi non sono state accolte positivamente in Turchia, un paese che aveva buone relazioni con il rais egiziano Hosni Mubarak e con il tunisino Ben Ali.
Erdogan è riuscito a muoversi meglio di molti colleghi europei nel nuovo scenario. Alla vigilia dell’attacco contro la Libia, il premier diceva che la Turchia non avrebbe mai contribuito ai bombardamenti; ha cambiato posizione appena si è accorto che l’attivismo della Francia e della Gran Bretagna riduceva rapidamente il suo spazio di manovra. Il ministro Davutoglu ha spinto per affidare alla Nato la guida della missione militare, Erdogan ha garantito quattro navi e un sommergibile per sorvegliare la costa della Libia, il suo esercito ha preso il controllo di due infrastrutture decisive come il porto e l’aeroporto di Bengasi. Cinquecento feriti sono stati evacuati dai campi della Libia e si trovano oggi negli ospedali di Izmir. Il premier è coinvolto anche nelle trattative per il cessate il fuoco fra i ribelli e l’esercito di Muammar Gheddafi – i suoi inviati si sono già visti con le due parti in Libia e in Egitto. La diplomazia turca ha rovesciato il proprio ruolo in tre giorni: da zero compiti a mediatori della transizione. Questo successo, però, non è stato replicato altrove. Erdogan affronta al Cairo difficoltà molto simili a quelle del presidente americano, Barack Obama, e del premier di Israele, Benjamin Netanyahu. I candidati alle prossime elezioni egiziane, a partire da Mohammed ElBaradei, che ha conquistato il sostegno di molti analisti occidentali nei giorni della rivolta, sono convinti che il paese dovrebbe dare il via a una nuova fase nei rapporti con Teheran, il che non premia certo le vecchie alleanze con Ankara, Gerusalemme e Washington. Un’ambasciata iraniana dovrebbe aprire presto al Cairo, e i militari hanno già permesso alle navi della Repubblica islamica di entrare nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez. L’Egitto si prepara a seguire il modello turco – meno conflitti con i vicini di casa, come dice Davutoglu – ma questa scelta potrebbe penalizzare proprio Erdogan.

I diplomatici turchi non se la passano meglio in Yemen, dove hanno proposto di guidare i colloqui fra gli uomini del presidente, Ali Abdullah Saleh, e l’opposizione, ma hanno ricevuto in cambio un caloroso “no grazie”. Davutoglu è stato in Siria negli ultimi giorni e ha incontrato il leader di Damasco, Bashar al Assad, che si è congratulato per i progressi raggiunti dall’Akp negli ultimi anni e ha detto che seguirebbe volentieri il modello della Turchia, ma ha chiesto all’ospite di non intromettersi negli affari siriani.
Come dice Semih Idiz del quotidiano turco Milliyet, la Turchia deve ancora dimostrare di essere una grande potenza. I movimenti compiuti da Erdogan nelle ultime settimane danno in parte ragione all’analista: la politica dell’Akp si è mossa troppo velocemente rispetto alle possibilità reali del paese. Il governo di Ankara si scosta dall’occidente e vuole uno spazio proprio – è una tendenza più vicina a de Gaulle che ad Ataturk – ma è costretto a indietreggiare sul piano diplomatico ogni volta che avanza da solo. Chi ferma le ambizioni di Erdogan sono proprio i governanti che lui vorrebbe conquistare, dalla Siria all’Egitto passando per l’Iran.

La Turchia continua ad avere grande peso negli equilibri della Nato, un fatto evidente se si prenden in considerazione quel che è avvenuto nel corso dell’intervento militare in Libia: quando Ankara ha sposato la linea di quanti chiedevano un impegno più forte da parte dell’Alleanza, l’Europa ha raggiunto l’intesa. E’ all’interno di quella cornice che Erdogan ha ottenuto il risultato migliore dall’inizio di questa crisi. Nonostante gli scontri, il premier sa di non poter rinunciare al patto con l’occidente – anche per questo, ha recentemente respinto l’ipotesi di chiudere il comando Nato di Izmir. La sua Turchia non è ancora pronta a fare la superpotenza.

Fonte: Il FOGLIO QUOTIDIANO

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