In Kurdistan, dove Emergency ricostruisce vite


di Leonardo Albanese
«Io vorrei vivere una felice disoccupazione» confida Carmine Simeone, con Giuseppe Villarusso testimone domenica dell’impegno dei volontari in Iraq Le immagini che scorrono, senza interruzioni, proiettate sul muro della sala Turtur, sarebbero bastate da sole a raccontare la situazione di un paese come l’Iraq, le vite sconvolte dalla guerra e le esperienzie di chi quelle vite cerca di cambiarle, di migliorarle.
Eppure a “dare voce” a quelle foto che sembrano appartenere a posti così lontani, a raccontare la loro esperienza, ci hanno pensato Carmine Simeone e Giuseppe Villarusso, rispettivamente volontario e coordinatore nazionale dei volontari di Emergency.
Ed è così che impari che quel fantastico paesaggio immortalato al tramonto è il Kurdistan iracheno, nella zona di Sulaimaniya, dove Emergency gestice da più di dieci anni un centro che fornisce protesi a chi ha avuto la sfortuna di esserer murilato. E non solo: «Nel nostro centro ci occupiamo anche della riabilitazione del paziente – dice Carmine -. Chi viene da noi è ospitato per circa una settimana, gli viene data una protesi nuova, fatta su misura e così si cerca di ricostruire una vita».
E per far sì che ciò avvenga non basta dare ad un uomo una gamba o un piede in polipropilene, ci vuole un rapporto profondo tra medico e paziente: «Il tecnico diventa un punto d’appoggio anche psicologico – afferma Giuseppe -, e parte della cura è anche pensare cosa fare dopo, imparare un mestiere. Il tutto è possibile all’interno del nostro centro dove noi organizziamo dei corsi per chi vuole diventare fabbro, o falegname o sarto».
Magari qualcuno penserà che questo ospedale, che non solo cura ma ridà dignità ai pazienti sia solo una goccia nell’oceano, ma vista dal loro punto di vista, dal punto di vista dei volontari, di chi lo fa anche solo per vedere un bambino tornare a calciare un pallone, «è una forma di resistenza, un modo concreto di affrontare la guerra e di non arrendersi alla sua logica spietata» come spiega sempre Carmine.
Certo, sono storie di uomini, siano essi pazienti o dottori, che proprio perché vivono e lavorano in una realtà non facile, in cui «vedere un amputato è quasi normale». Proprio per questo non si fanno illusioni: «Io vorrei vivere una felice disoccupazione -confida amareggiato Carmine – perché vorrà dire che non ci sarà più bisogno di protesi, e non ci saranno più guerre né mine anti-uomo».
Per ora però c’è ancora bisogno del loro impegno, ed anche della loro testimonianza diretta. Non c’è spazio per sterili utopie.

Fonte:molfettalive

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