Iraq: una casa divisa


di Sami Moubayed
Di recente l’Iraq, con il suo vuoto di governo che dura dal mese di marzo, ha ottenuto un record mondiale battendo i Paesi Bassi che nel 1977 rimasero senza governo per ben 208 giorni. In Medio Oriente il caso che più si avvicina al record iracheno è quello del Libano, che sopravvisse senza presidente dal novembre del 2007 al maggio del 2008. Questo record infamante la dice lunga su quanto la situazione dell’Iraq sia difficile e potenzialmente esplosiva, sette mesi dopo che il mondo aveva salutato la sue elezioni parlamentari come un simbolo di democrazia nella regione.
Giorni fa, gli ottimisti hanno parlato di segni di speranza provenienti da Baghdad, quando l’Alleanza Nazionale Irachena (INA), che comprende figure di primo piano come Ammar al-Hakim, Ibrahim al-Jaafari e il religioso sciita Muqtada al-Sadr, ha deciso porre le proprie forze a sostegno del primo ministro Nuri al-Maliki. L’INA, tuttavia, controlla non più di 70 seggi dei 325 presenti nel parlamento iracheno. Anche se gli 89 deputati di Maliki si coalizzassero con i 70 dell’INA, mancherebbero loro ancora quattro voti per ottenere la maggioranza dei 163 seggi necessari perché Maliki diventi primo ministro.
L’ago della bilancia, quindi, si trova presso i sunniti ed i curdi, che controllano 57 seggi. Essi possono determinare la fortuna o la rovina delle ambizioni politiche di Maliki, o del suo primo rivale Iyad Allawi, che controlla 91 seggi.
Convincere i sunniti, che da marzo sostengono Allawi, a sostenere Maliki non sarà un’impresa facile dato il cattivo sangue che scorre tra loro e il primo ministro. Per esperienza, i sunniti non si fidano di Maliki, il quale nel 2006 promise di soddisfare molte delle loro richieste in cambio del loro sostegno, e si è poi sottratto da quasi tutti i suoi impegni.
Ai sunniti non è mai stata concessa una maggiore rappresentanza all’interno del governo iracheno, né un’amnistia per scarcerare migliaia di loro esponenti, e nulla è stato fatto per arrivare ad una riconciliazione con i baathisti.
Quando i sunniti si ritirarono dal governo di Maliki nell’estate del 2007, egli non fece nulla per placare le loro ire e perché rimanessero a far parte delle sue file. Maliki ha continuato ad usare il pugno di ferro con i Consigli del Risveglio, un gruppo armato sunnita di esponenti tribali istituito nel 2007 per combattere al-Qaeda, e nel frattempo non ha fatto nulla per risolvere il problema delle milizie sciite armate che vagano per le strade di Baghdad.
Per dire “sì” a Maliki, i sunniti vorrebbero che fosse loro garantito che i comportamenti illeciti degli ultimi quattro anni non vengano ripetuti dal primo ministro. Tale garanzia deve assicurata da Stati degni di fiducia come l’Arabia Saudita e la Siria, che giorni fa ha ospitato Hakim, del Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC).
Inoltre, l’INA non è unita nella sua decisione di conferire a Maliki la carica di primo ministro. Questo risulta chiaro dalle dichiarazioni di aspiranti primo ministri come Adel Abdul Mehdi, che domenica ha detto: “Fino ad ora non abbiamo visto nulla che potesse farci cambiare idea sul fatto di non sostenerlo.”
Abdul Mehdi, deputato dell’INA che nel marzo scorso concorreva per la carica di primo ministro, ha condannato Maliki accusandolo di “accentramento del potere, malgoverno, e di non essere lungimirante”. Dal canto loro, i curdi hanno detto che non entreranno a far parte né sosterranno un governo che non includa la Lista Nazionale Irachena di Allawi e il SIIC.
L’approvazione dei vertici dell’INA, pertanto, non garantisce un atterraggio morbido per il premier, malgrado tutto ciò che è stato ultimamente scritto e ipotizzato sulla stampa internazionale.
Pochi giorni fa, il vicepresidente americano Joseph Biden ha invitato tutti i principali attori in Iraq a sostenere “un processo – non un determinato candidato o uno specifico risultato elettorale”, che si traduca in una “democrazia partecipativa”. Gli Stati Uniti, tuttavia, vogliono chiaramente rimanere fuori dai dettagli della politica interna dell’Iraq, a differenza di quanto avvenne negli anni di George W. Bush, quando gli USA scelsero di sostenere un candidato piuttosto che un altro. Washington ha lasciato la politica del quotidiano agli iracheni stessi e alle potenze della regione come la Siria, l’Arabia Saudita e l’Iran.
Nel mese di settembre, in Iraq girava la voce che fosse stato raggiunto un “accordo segreto” tra Stati Uniti e Iran per il mantenimento al potere di Maliki. L’Iran ha evidentemente perdonato Maliki, dopo un rancore prolungato dovuto al fatto che egli aveva cambiato orientamento e, nel marzo scorso, aveva formato una lista indipendente, lontano dai suoi alleati tradizionali dell’INA.
Tutti qui ritengono che la crisi di governo in Iraq sia andata troppo oltre, e ora minacci di riportare la violenza in Iraq, così come di esportarla in paesi vicini, come l’Arabia Saudita, l’Iran e la Siria.
Luglio e agosto sono stati due dei mesi peggiori dal 2008 per quanto riguarda la violenza in Iraq. Sebbene agli Stati Uniti sarebbe piaciuto vedere il laico Allawi sostituire Maliki, Washington si rende conto che a causa delle dinamiche politiche che stanno avendo luogo in Iraq ciò sta diventando quasi impossibile. Gli attori chiave sciiti semplicemente non lo sosterranno mai, indipendentemente dal numero di seggi che controlla in parlamento.
Forse la soluzione migliore per tutte le parti interessate sarebbe quella di escludere la possibilità che Maliki e Allawi concorrano per la carica di primo ministro, e concentrarsi invece su altri attori che possano essere accettabili per sunniti, sciiti e curdi.
In teoria, né l’Arabia Saudita, né l’Iran sono impegnati al 100% con Maliki o Allawi. In ogni caso, però, l’Iran desidera fortemente che Allawi non diventi premier, così come l’Arabia Saudita insiste sul fatto che non tollererà altri quattro anni di governo Maliki, il quale è considerato da Riyadh un politico settario che ha molto danneggiato gli interessi dei sunniti.
È qui che l’opinione della Siria entra in gioco, date le sue eccellenti relazioni sia con i sunniti che con gli sciiti, che le permettono di creare un equilibrio di cui né l’Arabia Saudita, né l’Iran godono. La Siria è ascoltata da Hakim e Muqtada dell’INA, ed è anche molto autorevole presso Allawi e i sunniti.
Tutti questi attori – i siriani, gli iraniani e i sauditi, così come gli iracheni, sunniti, curdi e sciiti – devono essere parte dell’accordo che porrà fine al vuoto di governo in Iraq. Pensare che l’approvazione di una delle parti, come di Muqtada, sia sufficiente per mantenere Maliki nella carica di premier significherebbe nutrire un’illusione ottimista. In poche parole: la politica non è un’equazione matematica in Iraq. Le maggioranze e i numeri parlamentari contano poco in un gioco così complesso.
Sami Moubayed è un analista politico siriano; è direttore della rivista Forward; risiede a Damasco

 

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