Kurdistan, l’altro Iraq tra pace e sviluppo


di Luigi Geninazzi

La prima sorpresa ti coglie appena sbarcato all’aeroporto, un terminal modernissimo inaugurato un mese fa, con una pista d’atterraggio fra le più lunghe del mondo. Ma c’è una seconda sorpresa, ancora più grande, quando vieni a sapere che l’ha costruito una ditta della Turchia, «il nemico storico» del popolo curdo. Basta con i vecchi stereotipi e gli antichi rancori. Benvenuti nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno: un mondo a parte, un’oasi di tranquillità in un Paese ancora dilaniato dalla violenza, un’economia in espansione.
Grande come la Svizzera e con poco meno di 4 milioni di abitanti, il Kurdistan è l’altro Iraq, quello che a Baghdad non riescono neppure ad immaginare. Ci si entra senza visto, si circola in tutta sicurezza. Non è uno Stato ma gode di un’indipendenza de facto dal 1991, dalla prima guerra contro Saddam Hussein che riuscì a mantenere il potere ma perse il controllo sulla regione nord abitata dai curdi, la cosiddetta no fly zone. Dopo la guerra del 2003 vanta la propria autonomia all’interno di uno Stato federale, come sottolinea sempre Jalal Talabani, presidente dell’Iraq e leader politico curdo.
Qui la vita scorre normale e sono gli stessi abitanti a fartelo notare, sottolineando le differenze con il resto del Paese. Erbil, la capitale del Kurdistan, ha accolto a braccia aperte i profughi da Mosul e da Baghdad e il quartiere cristiano di Ankawa, vicino all’aeroporto, ha visto raddoppiare la popolazione nel giro di tre anni. «In Kurdistan cristiani, musulmani, yazidi (i discendenti degli antichi cultori di Zoroastro, ndr) convivono in perfetta armonia.
Qui non c’è spazio per l’estremismo e l’intolleranza» ci dice il vescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashir Warda. I curdi vanno giustamente fieri di questa diversità. La loro bandiera nazionale (rosso, bianco e verde con un sole al centro) sventola ad ogni angolo, mentre non c’è traccia della bandiera irachena se non sugli edifici governativi, ma sempre affiancata alla propria. Un’autonomia rivendicata con orgoglio, anche perché diventata sinonimo di sviluppo.
Erbil è un cantiere ininterrotto, con bulldozer e gru che innalzano palazzi in vetro e cemento, grandi alberghi e centri commerciali. Ai piedi della Cittadella, dove seimila anni fa sorgeva il primo insediamento abitato del mondo, la tradizione del bazar sta per essere soppiantata da negozi di stile occidentale. Sorgono continuamente nuovi quartieri dai nomi esotici come Dream City e Magic City, mentre poco fuori della città, prendendo la strada verso le montagne che dominano la pianura brulla e arida, incontri uno dopo l’altro il village inglese, polacco, svedese.

Il Kurdistan è il nuovo polo d’attrazione medio-orientale per gli investimenti esteri. Su tutti domina la presenza turca con le sue 1200 ditte, il 60% delle compagnie straniere che operano in Kurdistan. L’Iraq è il quarto partner commerciale della Turchia e l’interscambio continua a crescere, a beneficio soprattutto della regione curda dove nel 2008 ha toccato i 4,5 miliardi di euro, vale a dire il 70% del totale. «La Turchia è la nostra finestra sull’Occidente, il Paese confinante con cui si apre la prospettiva di una solida integrazione economica», dice Sinan Chalabi, ministro dell’Industria del Krg (il Governo autonomo del Kurdistan). 50 mila uomini d’affari arrivano ogni anno da Istanbul e da Ankara, la maggior parte delle merci sono made in Turkey e c’è allo studio un progetto per creare una zona franca alla frontiera. Tutto questo avviene mentre l’esercito turco continua a bombardare le roccaforti del Pkk, i ribelli curdi che sognano l’indipendenza da Ankara. Intanto ad Erbil viene aperto il consolato turco, un evento inimmaginabile fino a pochi anni fa, e si chiudono le sedi di rappresentanza del Pkk, senza più il sostegno dei “fratelli” del Krg che hanno imboccato la via del pragmatismo.
Per molti anni i clan di potere che controllavano il Kurdistan iracheno, il Pdk di Masud Barzani e l’Upk di Jalal Talabani, si sono fatti la guerra. Dopo il 2003 hanno siglato un’intesa che ha portato alla creazione di un governo regionale unificato ed alla spartizione delle cariche, con Talabani presidente del nuovo Iraq e Barzani presidente del Kurdistan autonomo. Un’alleanza che garantisce stabilità ma si regge sul clientelismo e favorisce il dilagare della corruzione.
«Certo, non siamo a livello della cleptocrazia che c’è a Baghdad, ma anche qui ad Erbil non ottieni nulla se non sei iscritto ad uno dei due partiti che si spartiscono il potere», mi confida il giovane Aziz che lavora per una ditta italiana. «I nostri politici parlano di modernizzazione ma si comportano come signori feudali: chi viene ad investire qui deve versare loro un corrispettivo», denuncia Samer Omar, dirigente di “Gorran” (Cambiamento in curdo), il nuovo partito d’opposizione che ha ottenuto un sorprendente 15% alle elezioni regionali di un anno fa.
Come nella Russia post-sovietica, anche nel Kurdistan del dopoguerra la ricchezza viene esibita sfacciatamente, ville sontuose e auto di lusso che contrastano con la povertà diffusa. Il motivo è semplice: questa è una terra che galleggia su un oceano di petrolio, 40 miliardi di barili, il 20% di tutte le riserve irachene. Il Kurdistan incassa il 17% degli introiti petroliferi dell’Irak ma rivendica il diritto di siglare accordi e d’esportare in proprio.
Attualmente estrae 100 mila barili al giorno, che «potrebbero decuplicare nel giro di cinque anni», è la previsione del ministro delle Risorse naturali del Krg, Ashti Hawrami. Ma il governo centrale iracheno si oppone decisamente alle richieste avanzate da Erbil. Ed ogni volta che il Kurdistan firma un contratto con una società straniera per lo sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio sul suo territorio, Baghdad lo dichiara illegale. Lo scontro si sta inasprendo: recentemente il ministero iracheno dell’Energia ha accusato le autorità curde d’esportazione illegale verso l’Iran, violando l’embargo internazionale.
C’è poi la questione di Kirkuk, la città petrolifera arabizzata da Saddam Hussein e rivendicata dai curdi. Sul suo futuro status giuridico è in corso un braccio di ferro dall’esito incerto. Il Kurdistan vuole essere la vetrina del nuovo Iraq ma c’è caos nel retrobottega. E la tentazione indipendentista, negata a parole, si rafforza nei fatti.
Fonte: Avvenire
 

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