Mosul, la terra del martirio


di Luigi Geninazzi
Le mura con le pietre a sbalzo ed i fregi in stile assiro-babilonese, annerite e danneggiate dagli incendi provocati dalle bombe, conferiscono un’aria spettrale alla chiesa dello Spirito Santo, chiusa dopo i ripetuti attacchi di questi ultimi anni. La grande e moderna costruzione caldea che sorge in quel che un tempo era un quartiere misto di arabi sunniti e di cristiani è diventata il Colosseo del XXI secolo in terra irachena. Qui è caduto il giovane padre Ragheed Ganni, ucciso insieme a tre suddiaconi in pieno giorno da terroristi a viso scoperto. E su questo stesso piazzale venne rapito e poi assassinato l’arcivescovo Faraj Rahho. Non si può sostare neppure un attimo per una preghiera, «questa è la zona più a rischio di tutta la città», mi dice Marcos Sabah, uno dei pochi cristiani rimasti a Mosul.
C’è da crederci, fino a due anni fa lui abitava proprio qui «ma la pressione sociale e la tensione psicologica erano arrivate ad un livello insostenibile», spiega, e così si è trasferito con tutta la famiglia in un quartiere residenziale della periferia, dove ci sono più garanzie di sicurezza. Negli ampi viali costeggiati da alte case incontriamo un check-point dell’esercito iracheno ogni duecento metri, in giro ci sono più militari che civili. Fermi in coda per i controlli, tutti sono nervosi e si guardano attorno con diffidenza perché a Mosul, come ricorda il mio amico con macabro umorismo, le auto-bombe sono più frequenti dei tamponamenti. Comunque, meglio qui che nella città vecchia, oltre il Tigri, un dedalo di viuzze che ad ogni angolo nascondono un’insidia.
Marcos e sua moglie Hanna si sentono dei superstiti. Mosul era la seconda città dell’Iraq per numero di cristiani, 50mila su una popolazione di oltre due milioni. Oggi è una comunità letteralmente decimata, ridotta a poco più di 4mila persone che vivono nel terrore d’essere aggredite, sequestrate e uccise dai gruppi fondamentalisti islamici che nessuno sembra poter o voler fermare. Chi può scappa, lasciando sul posto tutto quel che aveva. Ai cristiani che se ne vanno i gruppi fondamentalisti impongono di pagare la metà di quanto hanno ricavato dalla vendita della casa.
Marcos ha deciso di non vendere, ma teme che la sua vecchia abitazione finirà con l’essere occupata abusivamente, come spesso succede. Due suoi figli se ne sono andati in Svezia, la figlia con il neo-sposo non vede l’ora di seguirli. «Quando esco devo mettermi il velo, vengo insultata e minacciata continuamente. E voi scrivete che adesso in Iraq c’è la libertà», scuote il capo tristemente la giovane. Basil, il marito, lavora come autista per il vicino convento di San Giorgio, anche se ormai vi è rimasto un solo monaco. In quest’antica fortezza in cima alla collina si respira un clima di tranquillità e di pace, un’oasi nell’inferno di Mosul.
Per sfuggire alle intimidazioni e alle violenze migliaia di famiglie si sono rifugiate nella piana di Ninive, trovando ospitalità nei villaggi tradizionalmente abitati dai cristiani. Distano una manciata di chilometri da Mosul, cui fanno capo amministrativamente, ma di fatto stanno sotto l’ombrello protettivo del governo autonomo del Kurdistan le cui milizie, i famosi peshmerga già in guerra con Saddam Hussein, sono massicciamente presenti nelle cosiddette “disputed zones”, le aree dell’Iraq settentrionale in attesa di uno status definitivo. Percorrendo la pianura arida e assolata di Ninive, balza immediatamente all’occhio un paesaggio fatto di cupole, croci e immagini della Madonna.
È qui che i cristiani in fuga dall’orrore affrontano la difficile sfida della sopravvivenza. Hanno costituito una guardia d’autodifesa che presidia i villaggi, gente armata in uniforme, riconosciuta sia dal governo centrale di Baghdad sia da quello regionale curdo. A Karamlis, 5mila abitanti, la guardia d’autodifesa può contare su 250 uomini. Nella chiesa di Mar Addai c’è la tomba di padre Ganni, già venerato dai fedeli come un martire. Anche la salma di monsignor Rahho venne sepolta qui prima di essere traslata nella chiesa di San Paolo a Mosul. «Nei nostri villaggi si vive in un clima di relativa sicurezza ma la gente non ha lavoro, e soprattutto non ha fiducia nel futuro», ci dice monsignor Georges Casmoussa, il vescovo siro-cattolico di Mosul il cui sequestro, fortunatamente concluso con la sua liberazione, segnò l’inizio dell’interminabile Via Crucis dei cristiani iracheni.

«Dobbiamo imparare ad alzare lo sguardo, a non perdere la speranza», sottolinea padre Gibrail Tooma, superiore degli Antoniani caldei nel convento di Nostra Signora delle Messi, che sorge ad Alqosh, all’estremità settentrionale della piana di Ninive. Ha studiato a Roma ed è tornato a Baghdad nel momento peggiore, alla fine della guerra del 2003. Ha visto la morte da vicino parecchie volte, tra bombe, sparatorie e attentati diretti alla sua persona. Un giorno venne a sapere dalla venditrice ambulante da cui si riforniva di sigarette («una brava musulmana») di essere nel mirino di una banda di sequestratori. «Così decisi di lasciare Baghdad. E poi dicono che il fumo fa male. A me ha salvato la vita», scherza adesso.
Dal 2007 padre Gibrail è priore del convento di Alqosh, un grande complesso di edifici ai piedi dell’antico monastero scavato nella roccia di Sant’Hormisda, uno dei patroni della Chiesa caldea. Nel convento sono ospitati decine di orfani i cui genitori sono morti in seguito alla guerra ed alla violenza terroristica. Ne hanno fatto esperienza loro stessi quando, viaggiando su un pulmino, hanno evitato per un soffio l’esplosione di un’auto-bomba. Lo scorso febbraio, dopo l’ennesima strage di cristiani a Mosul, nelle celle del convento avevano trovato riparo una cinquantina di famiglie, sfollate in seguito alle minacce di morte.
Una sistemazione provvisoria che hanno lasciato dopo qualche mese. Pochi però hanno avuto il coraggio di tornare nelle loro case, la maggior parte se n’è andata in Turchia, in Siria e in Giordania avendo come meta finale l’Europa. È una richiesta che mi sono sentito ripetere come un ritornello incontrando i profughi cristiani. Dopo un po’ l’intervista si capovolge e sono loro a fare le domande che spesso si concludono con un’implorazione: «Mi aiuti ad ottenere un visto per l’Italia».
Eppure, c’è qualcuno che ha deciso di compiere il cammino inverso. Come Youssif Dred, 35 anni, da venti rifugiato in Olanda dove, insieme con la moglie Sonia e i suoi tre bambini, ha ottenuto la cittadinanza.
È tornato al villaggio natale di Alqosh per stare vicino al padre malato, scegliendo poi di rimanere in Iraq. Al momento ha trovato lavoro in un bar, ma intende coltivare un terreno affidatogli in usufrutto dai monaci del convento. «È la fede che mi ha spinto a questa decisione – racconta –. Sono cristiano e sono iracheno, voglio che la mia Chiesa non scompaia dalla terra in cui sono nato. In Olanda, le chiese sono vuote di fedeli e vengono date agli immigrati musulmani: ma che razza di cristianesimo è il vostro?», chiede provocatoriamente.
Anche Hazim Harboli, 33 anni, è tornato. Con un’idea ben chiara in mente: diventare monaco. Era uscito dal Paese nel 1998, insieme con i genitori si era stabilito in Grecia, dove aveva pure una fidanzata. Nel 2008 ha deciso di rientrare in Iraq. La sua famiglia ha fatto di tutto per dissuaderlo: anche in Grecia si sono tanti monasteri… Ma Hazim, capelli rossi e testa dura, vuole essere monaco caldeo in patria. «Stavo male ogni volta che mi giungevano le notizie di uccisioni di vescovi e preti a Mosul. Ed ho pensato: anch’io sono nato in quella terra, devo prendere il loro posto», dice senza alcuna enfasi. A spingerlo alla decisione irrevocabile di tornare qui e di fare domanda di noviziato al monastero antoniano è stata la tragica vicenda di monsignor Rahho, trucidato barbaramente dai terroristi. Anche in Iraq, terra d’antica fede, semen est sanguis christianorum.
Luigi Geninazzi
Fonte:Avvenire

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