USA via dall’Iraq, il punto della situazione


di Luca Scialò
Obama ha deciso il ritiro anche per rafforzare l’impegno americano in Afghanistan, dove i militari Usa e Nato sono attualmente circa 150 mila. Gli Usa comunque non usciranno completamente di scena; aumenteranno infatti i “soldati privati”, ossia le guardie private (o “contractor”) assunte in Iraq, portando il loro numero a 7.000. Avranno prevalentemente la funzione di addestrare i soldati iracheni e affiancarli per l’ordine pubblico. Resta scettico su questo ritiro lo stesso Generale Babaker Zebari, capo di stato maggiore iracheno; egli ritieni infatti prematuro il ritiro americano a quella data, affermando che il suo esercito non sarà pronto a completare totalmente la sua missione prima del 2020.
Fa un certo effetto guardare quei video e quelle foto dei soldati che lasciano quelle terre disperate facendo segni di vittoria; loro sanno bene di non aver vinto e concluso nulla, quei gesti sono più un segno di liberazione personale per la fine di un inferno. L’Iraq è ancora nel caos da quando il regime di Saddam Hussein è stato destituito, essendo ancora tanti gli attentati che ivi si consumano quasi quotidianamente; la disoccupazione è a livelli allarmanti e si sa che ogni disoccupato costituisce una facile preda per l’arruolamento dei terroristi. La democrazia irachena è tutt’altro che consolidata.
Il Regime di Saddam approfittava delle divisioni etniche del popolo iracheno, diviso principalmente in 3 gruppi: sciiti, sunniti e curdi; sebbene l’etnia sunnita fosse favorita essendo quella cui Saddam (e i suoi gerarchi) apparteneva (circa 25% della popolazione irachena), specialmente i clan originari di Tikrit (città natale di Saddam). Gran parte delle posizioni di una certa responsabilità (dirigenti del partito, funzionari governativi, ufficiali dell’esercito ecc.) erano di fatti affidate a sunniti, possibilmente di tendenze laiche. L’opposizione a Saddam era particolarmente forte fra coloro che erano danneggiati da queste discriminazioni, ovvero fra gli sciiti (oltre il 50% della popolazione) ed i curdi (circa il 20%). Vigeva comunque uno Stato laico, molto simile allo stalinismo insediatosi in Russia tanto per intenderci (Saddam stesso affermava di rifarsi molto a Stalin come modello politico).
Oggi invece l’Iraq è nel caos e nell’anarchia, con un Parlamento uscito molto frammentato dalle scorse elezioni di marzo, con nessuna lista in grado di formare da sola un Governo. La stessa Costituzione redatta a fatica dall’Assemblea Costituente (approvata con il 78,5% dei voti favorevoli dopo lo spoglio del Referendum in data 15 ottobre 2005), sembra aver fatto un passo indietro, giacché è ampiamente basata sulla dottrina islamica, mentre ai tempi di Saddam essa era laica. Inoltre, la stessa scontenta e sfavorisce il gruppo etnico cui Saddam faceva parte, i sunniti; ma si sa, la storia la scrivono i vincitori.
In conclusione, gli USA pongono fine ad una guerra iniziata 7 anni e mezzo fa (19 marzo 2003), voluta fortemente da George Bush per riprendere laddove il padre si era fermato più di 10 anni prima, il quale aveva intuito che rimuovere Saddam avrebbe portato caos e instabilità in quei territori. Anche lo stesso Clinton, a parte due bombardamenti nel ’94 e nel ’98, non era andato oltre. George Bush invece sì, e approfittando degli eventi dell’11 settembre, come fatto in Afghanistan, ha mosso una guerra mascherata da una fantomatica “missione di pace” per esportare la Democrazia; quando in realtà la stessa America ha fornito le armi al regime iracheno durante gli anni ’80 in chiave anti-iraniana e anti-sovietica. Armi che infatti non furono mai trovate dagli osservatori Onu.
Il bilancio di quella guerra è pesantissimo: sono morti oltre 4500 soldati della coalizione (di cui più di 4200 solo americani e 33 italiani), ai quali vanno aggiunti le circa mille vittime tra i professionisti (paramilitari e giornalisti). Mentre tra gli iracheni, i soldati morti sono stimati dalle varie fonti, tra i 7 mila e gli oltre 10 mila, mentre i civili in oltre 60 mila. Per quanto riguarda i costi, essi superano abbondantemente i 500 miliardi di dollari, con un incremento mensile di oltre 300 milioni.
Oltre a questi numeri drammaticamente da capogiro, non bisogna dimenticare altri lati oscuri del conflitto: il rapido sbarazzarsi da parte degli americani sia di Saddam (condannato a morte il 5 novembre 2006 per la strage di 148 sciiti nel 1982, e giustiziato il 30 dicembre), ma anche di altri gerarchi prima e dopo di lui. Tanti personaggi scomodi per l’amministrazione Bush, le cui testimonianze avrebbero forse fatto emergere verità compromettenti. Non va dimenticato infine, lo scarso coinvolgimento nell’operazione dei Paesi islamici, malgrado la guerra stessa fosse stata presentata dagli americani come una grande opportunità di pace proprio per loro. Presenti, di fatto, solo il Kuwait (fondamentale per l’ingresso in Iraq delle forze di terra), la Turchia (tramite lo spazio aereo), l’Afghanistan, l’Azerbaijan e l’Uzbekistan (che diedero però contributi simbolici). Ultimo punto, la spaccatura tra gli stessi Stati europei, con Germania e Francia che non parteciparono al conflitto, e la Spagna che vi uscì poco dopo con la vittoria di Zapatero a Premier.
L’amministrazione Obama appena insidiatasi nel novembre 2008 ha promesso il definitivo ritiro degli americani da quei territori entro il 2011, volendo mantenere quelle promesse di cambiamento nella politica estera che hanno riportato i democratici al Governo dopo 8 anni, addirittura con un candidato di colore. Ma il guaio resta agli iracheni, ora sì senza un dittatore sanguinario e spietato come Saddam, ma anche per tanti senza un lavoro, per le donne senza quell’emancipazione di cui paradossalmente godevano prima sotto il regime Baath, per i bambini senza un’istruzione garantita; per non parlare dei tanti ospedali ed infrastrutture rase al suolo. Ma soprattutto, con il vivere quotidianamente con il timore che possa scoppiare una bomba da un momento all’altro in un luogo affollato, per opera dei terroristi di Al Qaeda, pronti a mettere le mani sull’Iraq a maggior ragione con l’addio degli americani.
Paradossalmente, la scusa che aveva spinto gli States ad invadere l’Iraq, ossia il fatto che tale Paese covava il terrorismo islamico, dopo il conflitto rischia di diventare una cruda realtà.
fonte:caffènews

 

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