Appello dall’Iraq: «Non andate via»


di Matteo Bosco Bortolaso
Non andatevene dall’Iraq, non lasciateci da soli. Il generale dell’esercito iracheno Babaker Zebari pensa che il suo paese non sia pronto al ritiro delle truppe americane, previsto per fine mese. Anche se il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha promesso di iniziare il rientro definitivo tra qualche giorno, Zebari sostiene che le forze armate locali non sono pronte e non lo saranno per almeno altri dieci anni.
I militari a stelle e strisce dispiegati in questo momento in Iraq sono 64mila (in piena guerra erano 170mila). Una buona parte dei soldati americani – circa 50mila – continuerà comunque a rimanere nel paese anche l’anno prossimo, proprio per addestrare le forze armate di Baghdad. «Il vero problema arriverà dopo il 2011 – ha detto il generale durante una conferenza stampa – se mi chiedessero del ritiro, io direi ai politici: l’esercito degli Stati Uniti deve rimanere a pieno regime fino al 2020».
Non si tratta di una semplice questione militare. I problemi, in Iraq, sono ben più complessi. Dopo le elezioni dello scorso marzo, il premier Nouri al Maliki non è riuscito a formare una maggioranza solida. L’appello di Zebari, che fa parte della minoranza curda, non entra nelle faide tra sciiti e sunniti, ma mette in evidenza la mancanza di leadership nel paese. Le cassandre temono che al Qaida, approfittando delle divisioni interne e del ritiro americano, ritorni con furore in Iraq.
Faleh Abdul-Jabbar, direttore dell’Institute for Strategic Studies a Baghad, sostiene che la mossa di Obama «manderà un segnale sbagliato ai ribelli, attivi o dormienti poco importa: la vedranno come una ritirata». E non a caso l’ex ministro degli esteri di Saddam Hussein, Tareq Aziz, aveva lanciato un appello simile a quello del generale, invitando gli occidentali a non «lasciare l’Iraq ai lupi».
La Casa Bianca, comunque, non sembra intenzionata a cambiare il calendario del ritiro, e seguirà lo «State of Forces Agreement», che stabilisce a livello legale quali forze armate possono essere presenti sul territorio iracheno dopo il 31 agosto. Il rientro in patria, comunque, è voluto da Washington soprattutto per opportunità politica (ed economica, visti i tagli alla Difesa). In novembre ci saranno infatti le elezioni di «medio termine» (Obama è infatti al secondo dei quattro anni di presidenza): continuare a lasciare truppe in Iraq, oltre che in Afghanistan, non porterebbe meno elettori ai democratici.
E’ vero che gli scontri iracheni sono diminuiti rispetto ai picchi di violenza del biennio 2006-7. Ma è anche vero che in luglio si sono moltiplicati attacchi e scontri a fuoco. Baghdad sostiene che lo scorso mese ci sono state 553 vittime civili, ma Washington contesta queste stime. E nei primi dieci giorni di agosto sono già morte oltre cento persone.
Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha cercato di liquidare gli episodi collegandoli «all’aumento di violenze che si registrano attorno al Ramadan, quando i ribelli tentano di avere più attenzione». Gibbs, citando l’ultimo rapporto dall’Iraq del generale Ray Odierno, comandante sul campo, ha detto che «sono stati mantenuti quei significativi miglioramenti ottenuti negli ultimi due anni: le forze di sicurezza irachene sono assolutamente pronte a prendere il comando nel momento in cui noi concluderemo la missione di combattimento, alla fine del mese”.
Fonte: Il Manifesto

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