Iran: esplode lo scontro interno

Aggiornato il 03/05/18 at 04:37 pm


di Eugenio Roscini Vitali
Anche se non ci sono riprese televisive, il 4 agosto in Iran un’esplosione c’è stata. Anzi, di esplosioni ce ne sono state due. La prima, avvenuta lungo la strada che dall’aeroporto di Hamadan porta allo stadio della squadra locale di football, ha interessato il corteo del presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, in visita nel capoluogo dell’omonima regione per un comizio in favore del programma nucleare iraniano. La seconda, registrata a pochi minuti di distanza, ha colpito l’impianto petrolchimico della compagnia Pardis ad Assaluyeh, nell’Iran meridionale, e ha provocato la morte di cinque operai e danneggiato gravemente le strutture di produzione.
Per minimizzare i fatti di Hamadan, l’emittente iraniana in lingua araba Al Alam ha dovuto ammettere che la deflagrazione sarebbe stata causata da un numero eccessivo di fuochi d’artificio, accesi dai sostenitori al passaggio del corteo presidenziale, ma il network Al Arabiya parla di attentato e, secondo le informazioni diffuse da siti web vicini al regime e dall’agenzia filo-governativa FARS, ci sarebbero alcuni feriti e un arresto.
Quello dell’impianto di Assaluyeh, la cui seconda fase era stata inaugurata 28 luglio scorso dallo stesso presidente Ahmadinejad, è il terzo grave incidente registrato nell’arco degli ultimi due mesi in Iran e ufficialmente avrebbe avuto luogo durante la riparazione di una conduttura, una saldatura eseguita dagli operai della Pardis. Il 24 luglio l’impianto petrolchimico situato sull’isola di Khark, provincia di Bhusher, 1.200 chilometri a sud di Teheran, era stato investito da una vasta esplosione e da un incendio che aveva causato tre morti, un disperso e diversi feriti, alcuni dei quali intossicati dal gas.
Anche in questo caso le autorità avevano giustificato l’incidente con problemi tecnici: il surriscaldamento di una caldaia che aveva poi causato l’esplosione. Ma, visto che sull’isola sorge il più grande terminal petrolifero del Golfo Persico, il livello di allerta era cresciuto notevolmente. Il 29 maggio era invece esploso uno dei pozzi petroliferi di Naftshahr, provincia di Kermanshah: cinque i morti, 12 i feriti e una perdita di produzione di oltre 8.000 barili al giorno per 39 giorni, il tempo impiegato dal team della National Iranian Drilling Company (NIDC) per domare l’incendio e fermare la fuoriuscita di petrolio.
Con 2.4 milioni di barili al giorno, nel 2008 l’Iran è stato il quarto esportatore di petrolio al mondo; principali acquirenti sono stati i giganti asiatici (Giappone, Cina, India e Corea del Sud) e i Paesi europei appartenenti all’OECD (Italia, Spagna, Grecia e Francia). Sempre nello stesso anno la produzione è stata pari a 3.8 milioni di barili al giorno (5% della produzione mondiale), seconda solo a quella dell’Arabia Saudita (8.2) e davanti all’Iraq (2.4), agli Emirati Arabi Uniti (2.3) e al Kuwait (2.3); le aree di produzione sono quaranta, 13 delle quali offshore, e l’80% dell’estrazione arriva dalle grandi riserve del Khuzestan e dalle istallazioni situate nelle province di Bushehr, Fars, Kohkiluyeh e BoyerAhamd.
Nel gennaio scorso l’autorevole rivista Oil and Gas Journal ha stimato che per il 2009 la produzione iraniana è stata pari a 3.8 milioni di barili, 500 mila barili in più della quota OPEC prevista, e che la Repubblica Islamica possiede il 10% dell’intera riserva mondiale di greggio (137.6 miliardi di barili contro i 259.9 dell’Arabia Saudita e i 175.2 del Canada). Lo scorso anno gli impianti della National Iranian Oil Refining and Distribution Company (Abadan, Isfahan, Bandar Addas, Teheran, Arak, Tabriz, Shiraz, Kermanshah e Lavan Island) hanno raffinato 1.5 milioni di barili al giorno, una quantità che non soddisfa la domanda interna, ma che entro il 2013, grazie anche ai 40 miliardi di dollari che la Cina è pronta ad investire nella Repubblica Islamica, dovrebbe raddoppiare.
In Iran le vicende degli ultimi giorni sono sintomatiche di un aumento delle tensioni interne: la lista dei nemici dell’attuale regime è lunga e non manca chi è pronto a sostenerli. Ci sono le rivendicazioni politiche dei riformatori che, a causa delle contestazioni espresse nei riguardi del voto del 12 giugno 2009, stanno soffrendo una feroce repressione e il braccio armato dei Mujaheddin Khalq (MEK), gruppo armato iraniano con una lunga e insanguinata storia di opposizione al regime che attualmente non ha una reale capacità operativa ma che potrebbe entrare nella sfera di influenza qualche servizio segreto straniero disposto a finanziarlo.
Ci sono poi le aree dove le tensioni etniche possono dare origine a forme di separatismo armato e dove Washington e Tel Aviv potrebbero trovare spazio per preparare le basi di una resistenza interna: i curdi del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (Pjak) e gli azeri nel nord-ovest, i baluchi nel sud-est e ribelli sunniti Jundallah del Movimento di Resistenza Popolare dell’Iran (PRMI), i gruppi legati ad Al-Qaeda e gli ahwazi del sud-ovest arabo; 30 milioni di persone che rappresentano il 40% della popolazione iraniana e decine di movimenti che per ottenere ragione delle proprie istanze ricorrono ad ogni forma di lotta, compreso il terrorismo.

Fonte:Altrenotizie

 

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