Iraq. Io, giornalista embedded


di Joshua Massarenti
Kawthar abd al Ameer al Zubede spiega perché Baghdad è il posto più pericoloso al mondo per fare informazione
Tre morti, un disperso e sedici feriti. E’ il bilancio dell’attentato suicida perpetrato ieri a Baghdad contro il palazzo che ospita i giornalisti della televisione araba Al-Arabiya. Secondo l’Afp, “tra le vittime si contano due guardie di sicurezza e un’impiegata, mentre la persona scomparsa è un altro impiegato originario del Bangladesh”.

Nel pomeriggio, il generale Qassem Atta, portavoce del comando militare di Baghdad, ha dichiarato al canale arabo che “è stato trovato un documento di Al Qaeda nel quale il gruppo indicava di preparare un attacco contro Al-Arabiya”.

L’attentato contro il media internazionale ci ricorda un altro triste bilancio: i 141 giornalisti uccisi in Iraq dal 2003, anno dell’invasione delle truppe americane per rovesciare Saddam Hussein. Tra questi, l’82% sono di nazionalità irachena. Una percentuale due volte superiore al numero di giornalisti eliminati nelle Filippine, considerato dal Committee to Protect Journalists (CPJ) il secondo posto più pericoloso al mondo dove svolgere attività giornalistiche.

Insomma, informare l’opinione pubblica in Iraq è un’attività in cui la probabilità di lasciare la pelle è altissima. Ne sa qualcosa Kawthar abd al Ameer al Zubede, che di rischi ne corre un po’ troppi. Oltre ad essere donna, Kawthar vive sola, per giunta in una delle aree più pericolose di Baghdad: Dora City. Arruolata dall’agenzia di stampa “Voices of Iraq” per seguire le attività del Parlamento iracheno, Kawthar divide la sua vita “tra la paura e la gioia di fare il più bel mestiere del mondo”.

Un mestiere che l’ha portata fino a Bruxelles in seguito ad un invito rivolto dalla Commissione europea a una quindicina di giornalisti iracheni per confrontarsi sul ruolo dell’Ue nella ricostruzione dell’Iraq. Vita ha incontrato Kawthar al termine del suo primo viaggio in Occidente e raccolto la testimonianza di una giornalista di Baghdad da sempre embedded.

Quando hai iniziato a fare la giornalista?

Nel 2002, sotto l’era di Saddam Hussein. Lavoravo in un settimanale pubblicato a Baghdad che si chiamava Tikrit. In quel periodo, la mia libertà era molto limitata. Eravamo continuamente sottoposti alla sorveglianza degli uomini di Saddam. La caduta del regime ha segnato ovviamente una svolta importante nella mia vita professionale.

Dall’oggi all’indomani i giornalisti iracheni erano diventati liberi di scrivere ciò che volevano. Eravamo come bambini invitati a muovere i primi passi nel mondo della stampa libera. Molte sono state le cadute iniziali, ma la sete di correre era tale nella nostra categoria che nulla ci avrebbe fermato. Almeno così pensavamo sino ai primi attentati che purtroppo hanno interrotto sul nascere questa stagione di libertà assoluta.

Da allora?
 

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