Aggiornato il 19/10/26 at 04:18 pm
Benjamin Netanyahu si è abituato a essere il leader permanente del governo israeliano ed è diventato talmente dipendente da questa posizione da non riuscire a immaginare la propria vita lontano dal potere. Per conservarlo, dopo un tentativo coordinato di estrometterlo dalla scena politica, ha fatto ricorso alla sua arma più efficace, condivisa con i suoi sostenitori della destra nazionalista: alimentare la paura. Ha cercato di convincere gli israeliani che il loro Paese sia circondato da minacce e che soltanto lui sia capace di affrontarle, garantendo sicurezza e protezione.
Si è recato nei pressi di Tulkarm per farsi fotografare mentre celebrava l’invasione e lo sfollamento degli abitanti dei campi profughi del nord della Cisgiordania. È salito sul Monte Hermon, dichiarando che le Forze di difesa israeliane (IDF) sarebbero rimaste per sempre nei territori siriani occupati. Ha visitato il Libano meridionale insieme al suo fedele ministro Israel Katz, promettendo una vittoria totale e vantandosi dell’occupazione di parte del territorio libanese, come se avesse superato la celebre Linea Maginot. Successivamente, si è recato al confine con la Giordania per annunciare la costruzione di una barriera che dovrebbe estendersi dal fiume Giordano fino a Eilat.
In un gesto che molti hanno definito opportunistico, volto a conquistare il consenso della comunità drusa, Netanyahu ha affermato di aver fermato un massacro a Suwaida grazie a una telefonata con il presidente siriano Ahmed al-Sharaa.
Durante la campagna elettorale ha inviato bulldozer nel Negev per demolire numerose abitazioni, una mossa che ha soddisfatto le richieste dei suoi alleati più radicali, tra cui Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Ha inoltre descritto la Cisgiordania come un nuovo fronte di guerra, sia in superficie sia nel sottosuolo, sostenendo che soltanto lui e il suo ministro della Difesa fossero in grado di neutralizzare la minaccia. La regione è stata saturata di soldati, agenti sotto copertura e coloni, dando vita a una massiccia dimostrazione di forza che, in alcuni casi, ha incluso l’appropriazione di terreni agricoli e la raccolta dei frutti degli uliveti palestinesi.
Netanyahu non compie un passo senza la presenza delle telecamere e di alti ufficiali al suo fianco. Parallelamente, ha ampliato la sua campagna politica utilizzando parte delle risorse destinate ai cittadini palestinesi d’Israele per sostenere un esercito che, secondo i suoi critici, soffre di carenze di personale, equipaggiamento e risultati concreti.
Nonostante gli ingenti sforzi militari, Israele non è riuscito a ottenere una vittoria decisiva su nessuno dei molteplici fronti aperti negli ultimi anni, né a realizzare la promessa di un «trionfo totale» più volte evocata dal governo.
Dietro l’immagine di forza che cerca di proiettare attraverso discorsi, slogan e frequenti apparizioni televisive, Netanyahu sembra incarnare soprattutto la paura del proprio destino politico. Una paura così profonda da indurlo, secondo i suoi avversari, a mettere in secondo piano ogni altra considerazione pur di restare al potere.
A pochi giorni dalle elezioni e con i sondaggi che continuano a indicare un vantaggio del suo rivale Gadi Eisenkot, Netanyahu ha compiuto una mossa particolarmente controversa. Lui e i suoi alleati avrebbero infatti organizzato l’invio di migliaia di sostenitori presso i seggi elettorali delle comunità arabe e palestinesi, nella convinzione che una presenza massiccia possa scoraggiare l’affluenza alle urne.