Usa, Trump e la stampa: lo specchio che il presidente non può infrangere

Aggiornato il 28/09/26 at 01:48 pm

di Shorsh Surme ———-In America un presidente può non gradire ciò che scrive la stampa, può replicare, contestare e persino creare i propri canali di comunicazione. Ma la democrazia si regge sull’esistenza di uno specchio che il presidente non può infrangere ogni volta che il suo riflesso non gli piace.
Il 18 settembre non è stato un giorno qualunque nel turbolento rapporto tra Donald Trump e i media americani. In quella data, il presidente ha annunciato il divieto di accesso alla Casa Bianca per CNN, MSNBC e Politico, accusandoli di diffondere notizie false e infondate. Ha precisato che la decisione non derivava da un singolo episodio, ma da anni di quella che definisce una “copertura mediatica falsa”, lasciando intendere che altre testate avrebbero potuto subire la stessa sorte.
Tre giorni dopo, lo scontro si è spostato dai corridoi della Casa Bianca alle aule dei tribunali: le tre testate hanno intentato causa contro l’amministrazione, sostenendo che il divieto violasse la libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento e i diritti procedurali tutelati dal Quinto. Hanno chiesto un’ingiunzione provvisoria per ripristinare l’accesso. Ironia della sorte, il caso è stato assegnato al giudice Timothy Kelly, lo stesso che nel 2018 aveva restituito l’accredito alla Casa Bianca al corrispondente della CNN Jim Acosta.
La vicenda non si è chiusa con una porta sbattuta. La CNN era una delle cinque emittenti che si alternavano nella copertura del presidente attraverso il cosiddetto “TV Pool”, un sistema in cui un’unica emittente filma gli spostamenti del presidente e condivide il flusso video con le altre. Dopo l’esclusione della CNN, ABC, CBS, NBC e Fox News si sono rifiutate di sostituirla, interrompendo la copertura degli eventi presidenziali. In un gesto che sembrava appartenere a un’altra epoca, l’amministrazione ha risposto lanciando una propria trasmissione, “Trump TV”, nel tentativo di presentare un’immagine dell’esecutivo senza l’intermediazione dei media tradizionali.
La novità è evidente: Richard Nixon ebbe un rapporto difficile con la stampa, ma non riuscì mai a costruire un canale diretto con il pubblico come quello che Trump ha sviluppato, sostituendo persino X con Truth Social.
Le ragioni del divieto trovano un esempio emblematico in Politico. Non solo perché è stata l’unica testata a scontrarsi apertamente con l’amministrazione, ma anche perché il 4 settembre ha pubblicato un reportage delicato dal titolo eloquente: “Gli abbiamo detto che non può venire”. L’articolo riportava le dichiarazioni di oltre venti deputati repubblicani che non volevano Trump al loro fianco nelle campagne elettorali per le elezioni di medio termine. Un’immagine imbarazzante: un presidente che rimane il fulcro della base, ma che alcuni candidati preferiscono tenere a distanza.
Le narrazioni sull’origine del divieto variano, ma le ragioni non cambiano. Trump sostiene che la decisione sia il risultato di anni di “fake news”. La Casa Bianca, in un altro contesto, cita Politico in un dossier sugli abbonamenti governativi, oltre otto milioni di dollari durante l’amministrazione Biden, che l’attuale amministrazione ha sospeso. Nel frattempo, la CNN riferisce, citando fonti informate, che tra i materiali mostrati al presidente prima della decisione figuravano articoli di Politico. Secondo queste fonti, Natalie Harp, una delle collaboratrici più vicine a Trump, gli avrebbe presentato estratti di articoli, tra cui un grafico pubblicato da Politico che lo avrebbe irritato e avrebbe contribuito alla scelta finale. Tre narrazioni diverse che convergono sulla stessa testata, senza però offrire una risposta definitiva.
In questo caso, il Primo Emendamento assume un significato più ampio della semplice libertà di stampa. La questione non è se i giornalisti abbiano un diritto assoluto di entrare alla Casa Bianca, ma se sia lecito trasformare l’accesso al potere in una ricompensa per chi lo sostiene e in una punizione per chi lo critica.