Aggiornato il 06/09/26 at 06:36 pm
di Dott.ssa Barbara Canova* ———– Giunti alla ribalta in Europa durante la guerra in Ucraina, i droni ad uso bellico avevano già fatto un ingresso significativo in Medio Oriente dal 2011 nelle campagne lanciate dagli USA contro i gruppi di al-Qaida in Pakistan e Yemen. Circa 450 attacchi via drone, con varie migliaia di morti fra cui numerosi civili. Una scelta tattica decretata dal pr. Obama deciso a continuare la lotta contro i gruppi terroristici, pur rifiutando di far subire ulteriori perdite umane alle forze armate statunitensi.
È dottrina militare ben nota che il vantaggio ottenuto da qualsiasi progresso tecnologico nell’ambito della guerra è sempre limitato al tempo in cui l’avversario riuscirà a sviluppare la stessa tecnologia. Nel caso specifico, è stato commesso un errore strategico di portata difficilmente calcolabile. Gli USA hanno introdotto nel conflitto con al-Qaida un’arma ad alta letalità, a basso costo di produzione, facile da manovrare, il cui uso non implica alcuna perdita umana per l’attaccante, ribaltando così degli equilibri ormai consolidati, dapprima nella regione in questione, in seguito a livello planetario. Questo nuovo scenario passato praticamente sotto traccia agli occhi degli europei – se non degli occidentali tout court – non è sfuggito a potenze medie della macro regione, che hanno rapidamente lanciato la produzione di droni, abbassandone i costi e allargando il bacino di utenza. Dal 2015 in poi, droni di fabbricazione iraniana e turca hanno inondato un mercato decisamente opaco che si estende dal Golfo di Aden fino al Sahel. Ne sono seguiti molti eventi ‘sorprendenti’ per l’opinione pubblica occidentale. È stato fatto ampio uso dei droni durante l’attacco ai carghi internazionali da parte degli Huthi, in novembre e dicembre 2023, che ha costretto più di 2000 navi commerciali a transitare per rotte alternative, aumentando nettamente i costi delle merci e creando uno scompenso dell’economia egiziana, di cui Suez resta un’importante voce di bilancio. L’uso dei droni è stato decisivo in Siria per la vittoria della coalizione di cinque gruppi salafisti al-qaidiani confluiti in Hayʼat Taḥrīr al-Shām – coalizione che per esigenze di “realpolitik” ora è comunemente definita come una coalizione di ‘ribelli al regime di Assad’, ma che di fatto è ancora annoverata fra le organizzazioni terroristiche e criminali da ONU, EU, Giappone, Argentina, Regno Unito, Indonesia, Canada, Australia, Nuova Zelanda. La tecnologia offensiva utilizzata dall’amministrazione Obama contro al-Qaida senza nessun risultato veramente decisivo in Pakistan e Yemen, dopo un decennio ha permesso agli Houti di affermarsi nello Yemen e ad una coalizione salafista al-qaidiana di prendere il controllo della Siria. Un effetto boomerang mascherato dalla comunicazione poco accorta degli avvenimenti da parte dei media. Sconfiggere un dittatore non trasforma ispo facto dei criminali in eroi. La relativa quiescenza della Siria attuale non è una garanzia di allontanamento dagli obiettivi del salafismo violento. Le azioni di questi gruppi sono lente, progettate con cura nei decenni ed efficaci quanto quelle occidentali sono estemporanee, confuse, controproducenti e incapaci di proiettarsi oltre al mandato governativo di chi le ha decise.
Lo stesso errore commesso dagli USA in Pakistan e Yemen, è stato commesso dai russi del gruppo Wagner in Sahel. I droni, ancora assenti in quell’area, sono stati massicciamente utilizzati durante l’attacco che ha sancito la rottura unilaterale – da parte dello Stato Maliano – degli accordi di pace di Algeri 2015. Attacco che ha riaperto le ostilità fra Stato Maliano e gruppo Indipendentista del Nord del Mali. La vittoria maliano-russa conclusasi con l’occupazione della città di Kidal in 2023 (le vittime di tre mesi di attacchi via drone sono state unicamente civili, visto che le truppe indipendentiste si erano ritirate dalla città, praticamente senza perdite, dopo una settimana di bombardamenti a cui erano completamente impreparati) è stata l’ennesima vittoria di Pirro. Lo stato Maliano ha aperto un terzo fronte – oltre a EI-Sahel (affiliato Stato Islamico) e JNIM (affiliato al-Qaida), che già destabilizzavano il paese. FLA, gruppo indipendentista non islamista, ormai riattivatosi nel conflitto, si è rapidamente impadronito della tecnologia dei droni ed ha inflitto numerose e gravi sconfitte al gruppo russo Wagner/Africa Corps e alle truppe maliane. Attualmente più di quattro quinti del territorio del Mali è in mano a gruppi armati extra governativi (FLA, JNIM, EI-Sahel) che hanno stretto fra loro trattati di tregua se non addirittura di cooperazione con relative spartizioni territoriali.
Queste campagne via drone, attuate in teatri bellici che si trovano al margine degli interessi occidentali hanno avuto una copertura mediatica sporadica e imprecisa. Ma analizzando in maniera approfondita questi avvenimenti, si può osservare a medio termine un bilancio a favore del più ‘debole’, più fluido e più motivato e a svantaggio del più ‘forte’, più organizzato ma mediocremente motivato. Questa tendenza si è spettacolarmente confermata durante la guerra in Ucraina. Gli attacchi via drone che hanno colpito a monte, in territorio Russo, le riserve di energia, munizioni, equipaggiamenti militari è stato uno dei punti decisivi della controffensiva. L’uso etico di queste armi da parte dell’esercito ucraino (sono stati colpiti solo obiettivi militari), non preclude scenari ben meno rassicuranti per i paesi limitrofi da parte dei Russi, che stanno già ‘testando la reattività’ di paesi quali la Romania, la Polonia con invio di droni non armati. Per il momento non ci sono danni, né umani, né materiali.Ma non si può escludere che in caso di escalation del conflitto ibrido dei droni armati possano essere utilizzati, senza rivendicazione degli attacchi, per danneggiare delle strutture strategiche di paesi europei, avvalendosi della cooperazione di gruppi anonimi stanziati in paesi terzi.
*Già esperta e profonda conoscitrice delle problematiche africane