Aggiornato il 06/09/26 at 12:28 pm
di Shorsh Surme –———Donald Trump punta a rimuovere la Siria dalla lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo, aprendo la strada alla piena riabilitazione internazionale di Damasco e al suo progressivo reinserimento nel sistema finanziario globale. Una svolta che segna un netto cambio di rotta nella politica americana e che porta al centro della scena Ahmed al-Sharaa, un tempo conosciuto come Abu Mohammed al-Jolani e oggi considerato da Washington un possibile interlocutore.
Trump ha comunicato al Congresso l’intenzione di cancellare la Siria dalla lista nera sulla quale il Paese figura dal 1979. La decisione arriva dopo decenni di accuse statunitensi contro Damasco per i rapporti con Hezbollah, Hamas, la Jihad islamica palestinese e l’Iran e potrebbe modificare profondamente gli equilibri politici ed economici della regione.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha motivato l’apertura citando i «progressi» compiuti dal governo siriano guidato da al-Sharaa. Ed è proprio il passato del nuovo leader siriano a rendere particolarmente significativa la svolta americana. Al-Sharaa è stato infatti alla guida del Fronte al-Nusra, organizzazione jihadista nata come branca siriana di al-Qaeda, prima di guidare Hayat Tahrir al-Sham e avviare un progressivo processo di trasformazione politica e di allontanamento formale dal jihadismo transnazionale.
L’uomo che per anni è stato considerato dagli Stati Uniti un esponente di primo piano dell’universo jihadista è dunque diventato un interlocutore con il quale Washington ritiene possibile trattare. Una metamorfosi politica che dimostra quanto rapidamente possano cambiare giudizi e strategie quando mutano gli interessi geopolitici.
La Siria era stata inserita nella lista degli Stati sponsor del terrorismo durante la presidenza di Hafez al-Assad ed era rimasta sotto sanzioni anche durante il lungo governo del figlio Bashar. Washington aveva fatto dell’isolamento economico e diplomatico uno dei principali strumenti di pressione sul regime siriano, accusato di sostenere organizzazioni armate considerate terroristiche dagli Stati Uniti e di mantenere uno stretto rapporto strategico con Teheran.
Con il nuovo corso politico siriano, quella strategia viene ora rimessa in discussione. Per Washington i segnali provenienti da Damasco sembrano sufficienti per tentare una normalizzazione. Dietro il pragmatismo diplomatico vi sono però anche interessi strategici ed economici. Dopo anni di guerra e distruzioni, la ricostruzione della Siria rappresenta un mercato potenzialmente enorme, dalla produzione energetica alle infrastrutture, dal settore bancario alle telecomunicazioni e all’edilizia.
La cancellazione dalla lista americana potrebbe facilitare il ritorno degli investimenti stranieri, ridurre l’isolamento finanziario del Paese e permettere a Damasco di accedere con maggiore facilità ai capitali internazionali. Trump ha affermato che la Siria «merita una possibilità di successo», ma la normalizzazione potrebbe contemporaneamente aprire nuovi spazi alle imprese occidentali interessate alla futura ricostruzione.
Washington non ha tuttavia concesso un assegno in bianco. L’amministrazione americana ha chiesto alle nuove autorità siriane progressi concreti nel contrasto al terrorismo, nella gestione dei combattenti stranieri, nella rottura dei rapporti con le organizzazioni inserite nelle liste terroristiche e nella gestione dei centri di detenzione nei quali sono rinchiusi membri dell’ISIS.
Resta quindi da verificare fino a che punto Damasco abbia soddisfatto queste condizioni e quali garanzie Washington pretenderà prima di completare il processo. Ma il dato politico è già evidente: la Siria sta uscendo dall’isolamento nel quale era rimasta per quasi mezzo secolo e al-Sharaa, passato dalla militanza jihadista ai palazzi del potere di Damasco, sta ottenendo una crescente legittimazione internazionale.
La possibile cancellazione della Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo non rappresenta quindi soltanto una modifica tecnica del regime delle sanzioni. È il segnale di un nuovo equilibrio regionale nel quale Washington sembra pronta a mettere da parte parte delle contrapposizioni del passato per costruire un rapporto con la nuova Siria. E, ancora una volta, la geopolitica dimostra di avere una memoria molto più corta degli archivi giudiziari e dell’intelligence.