Cosa sbaglia Trump sulla logica culturale che guida l’Iran

Aggiornato il 26/08/26 at 05:53 pm

di Michele Gelfand – Traduzione Panoramakurdo.it-———–La strategia del presidente statunitense Donald Trump nei confronti dell’Iran si fonda sull’idea che la pressione economica e militare possa, alla fine, costringere il regime a cedere. Tuttavia, questo approccio tende a fallire nelle società in cui la salvaguardia dell’onore e della reputazione impone la resistenza, anche a costo di enormi sacrifici.
Mentre il conflitto con l’Iran entra nella sua quarta settimana, gran parte del dibattito negli Stati Uniti si concentra sull’assenza di una strategia chiara, sull’indebolimento di alleanze storiche e sulla comunicazione spesso incoerente del presidente Trump. Considerando la crisi come una lotta per risorse e potere regionale, l’amministrazione ha puntato su sanzioni, isolamento e attacchi mirati per costringere Teheran a fare concessioni. Per l’Iran, però, la posta in gioco va ben oltre gli interessi materiali.
La politica estera americana si basa da tempo su una premessa semplice: infliggere abbastanza dolore economico e l’avversario, prima o poi, cederà. Questo metodo funziona quando i leader ritengono che la loro sopravvivenza dipenda dal compromesso. Ma fallisce nelle società in cui, per citare un antico proverbio arabo, l’onore vale più del pane. La fame si può sopportare; la vergogna no.
Nelle culture fondate sull’onore, i conflitti non si combattono solo per il territorio o la ricchezza. Individui e Stati sono disposti a sostenere costi straordinari pur di difendere la propria reputazione, anche a rischio della sopravvivenza. Ciò che può sembrare irrazionale agli osservatori esterni risponde invece a una logica strategica: dimostrare che si è pronti a combattere anche da una posizione di debolezza, o a intensificare il conflitto quando si sta perdendo, crea un effetto deterrente.
Questa logica ha radici profonde. Le ricerche mostrano che le culture dell’onore tendono a svilupparsi in contesti in cui le istituzioni sono deboli e le minacce costanti. In molte regioni del Medio Oriente, comprese alcune aree dell’Iran, le economie pastorali e le strutture tribali rendevano la ricchezza — spesso bestiame — preziosa e facilmente rubabile. Per scoraggiare gli aggressori, le tribù svilupparono rigidi codici d’onore e la prontezza a reagire immediatamente.
Quando non si può contare sullo Stato per la protezione, la reputazione diventa la principale difesa. La deterrenza richiede credibilità: se i rivali credono che reagirai, saranno meno propensi ad attaccare. Ma la credibilità è fragile, e anche una sola concessione può comprometterla.
Col tempo, questi comportamenti strategici si trasformano in imperativi morali. Rimanere fermi sulle proprie posizioni non è solo prudente, ma anche socialmente atteso; cedere sotto pressione non è solo un costo, ma una vergogna. Queste norme persistono anche quando le condizioni cambiano. In Iran, l’onore rimane profondamente radicato nelle aspettative sociali, nelle strutture familiari, nelle istituzioni religiose e nell’identità nazionale.

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