Aggiornato il 24/08/26 at 05:37 pm
di Shorsh Surme –——-La rivalità tra Israele e Turchia in Siria sta assumendo una dimensione sempre più delicata. La disputa, inizialmente confinata alle dichiarazioni politiche, si è trasformata in un confronto sugli schieramenti militari e sugli interessi di sicurezza contrapposti, alimentando il timore che l’escalation verbale possa sfociare in uno scontro che nessuna delle due parti sembra desiderare.
Durante un dibattito su AVA News, lo scrittore e analista politico Elie Nissan ha sostenuto che il dispiegamento di sistemi di difesa aerea e radar turchi in Siria rappresenti una minaccia strategica per Israele, poiché potrebbe limitare la libertà di movimento dei velivoli israeliani.
Di diverso avviso il ricercatore di relazioni internazionali Muhannad Hafizoglu, che ha contestato la definizione delle operazioni israeliane come “autodifesa”, mettendo in guardia dall’utilizzo di questo concetto per giustificare attacchi preventivi.
Nonostante il forte disaccordo, entrambi gli analisti concordano su un punto: né Israele né la Turchia cercano una guerra diretta. Le loro valutazioni divergono, tuttavia, sulla natura dei movimenti militari e sui limiti entro i quali ciascuna parte può ricorrere alla forza sul territorio siriano.
Secondo Nissan, la tensione nasce dai tentativi della Turchia di consolidare la propria presenza militare in Siria. Israele considera questo dispiegamento una minaccia ai propri interessi di sicurezza, soprattutto perché i suoi velivoli impegnati a colpire obiettivi iraniani sorvolano lo spazio aereo siriano. La presenza di radar e sistemi di difesa turchi potrebbe quindi ridurre la libertà operativa dell’aeronautica israeliana, una condizione che, a suo avviso, Tel Aviv non sarebbe disposta ad accettare.
Nissan stima che la Turchia controlli circa il 5 per cento del territorio siriano, mentre Israele eserciterebbe la propria influenza su circa un quinto del Paese. L’analista presenta comunque le azioni israeliane come misure di autodifesa e non come tentativi di espansione.
Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Israele avrebbe comunicato agli Stati Uniti nuove “linee rosse”, adottando un approccio più proattivo: non attendere che una minaccia si concretizzi, ma intervenire preventivamente in nome della propria sicurezza.
Nissan ha inoltre ricordato che le relazioni tra Israele e le forze armate turche erano un tempo amichevoli, prima di deteriorarsi con l’ascesa al potere di Recep Tayyip Erdoğan. Ha citato anche un incontro in Svizzera tra Erdoğan e l’ex presidente israeliano Shimon Peres come simbolo di una fase delle relazioni bilaterali ormai conclusa.
Secondo Nissan, né Israele né la Turchia vogliono arrivare a un conflitto diretto, anche alla luce dell’appartenenza di Ankara alla NATO e dell’alleanza strategica tra Israele e Stati Uniti. Washington, Tel Aviv, Damasco e Ankara avrebbero quindi interesse a creare un meccanismo capace di prevenire incidenti e attriti, poiché uno scontro militare non porterebbe benefici a nessuna delle parti.
Le recenti dichiarazioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Israel Katz contro la Turchia sarebbero, secondo Nissan, una risposta all’“incitamento” di Erdoğan e al mandato di arresto annunciato contro Netanyahu e altri leader israeliani.
Riguardo all’Interpol, Nissan respinge l’idea che l’iniziativa turca sia paragonabile alle procedure della Corte penale internazionale, sostenendo che l’organizzazione internazionale di polizia non interviene nelle controversie di natura politica e che la decisione di Ankara avrebbe quindi effetti limitati.
Hafizoglu ritiene invece che Israele non disponga delle condizioni necessarie per affrontare direttamente la Turchia, non soltanto per l’appartenenza di Ankara alla NATO, ma anche per il peso militare e politico turco. Contesta inoltre la definizione delle operazioni israeliane come autodifesa, sostenendo che tale concetto presupponga un attacco diretto, mentre le azioni di Israele sarebbero, a suo giudizio, operazioni preventive e messaggi rivolti anche all’opinione pubblica israeliana in vista delle elezioni.
Il ricercatore avverte inoltre che l’uso ripetuto del concetto di autodifesa nei media potrebbe rafforzare la percezione di un Israele sotto attacco da parte di più Paesi, contribuendo così a legittimare operazioni militari che non rappresenterebbero semplici risposte ad aggressioni subite.
Per Hafizoglu, la pace richiede che Israele ampli la propria rete di partner e alleati, cercando il dialogo con i Paesi vicini invece di prepararsi a confronti con Stati che, a suo giudizio, non rappresentano una minaccia diretta.
Hafizoglu non interpreta inoltre il confronto in Siria come una semplice lotta per l’influenza, ma come lo scontro tra due differenti progetti regionali, uno orientato, nella sua lettura, alla stabilità e alla pace e l’altro fondato sull’occupazione e sull’espansione. Collega inoltre le tensioni regionali alle politiche di Iran e Israele, sostenendo che un cambio di governo a Tel Aviv potrebbe aprire la strada a una revisione della politica estera israeliana e delle relazioni con i Paesi vicini.
Nel corso del dibattito, Hafizoglu ha infine affermato che il mandato di arresto contro Netanyahu sarebbe stato emesso dopo l’attacco israeliano ad Abu al Dhuhur, accusando Nissan di avere ricostruito in maniera inesatta la successione degli eventi. Nissan ha replicato sostenendo che la “linea rossa” israeliana comprende qualsiasi minaccia percepita alla sicurezza nazionale e che Tel Aviv non intende rimanere inerte di fronte a eventuali rischi.