Aggiornato il 19/11/25 at 11:44 am
di Hussamettin TURAN ——–L’esistenza del Kurdistan e il suo processo di nazionalizzazione non possono essere considerati un concetto “immaginario” o “fittizio”, se analizzati nel loro contesto storico e sociologico, poiché possiedono basi estremamente concrete. Il popolo curdo, che da migliaia di anni vive nella stessa regione geografica, condivide la stessa famiglia linguistica, modelli culturali simili, tradizioni comuni e strutture sociali continue; è una delle più antiche comunità dell’intera regione. Questa continuità sociale coincide con i criteri della teoria moderna delle nazioni, che richiedono un territorio storico, una cultura condivisa e una memoria collettiva.
L’esperienza statuale dei curdi affonda le sue radici nei primi contatti con le civiltà mesopotamiche; alcune ricerche accademiche discutono il ruolo significativo degli elementi curdi nelle formazioni politiche successive alla caduta degli Assiri. Nel corso del Medioevo e dell’età moderna diversi principati, emirati e organizzazioni politiche semiautonome curde hanno rappresentato attori importanti nelle lotte egemoniche regionali. Anche nei periodi in cui la loro presenza politica subiva interruzioni, le strutture tribali, la continuità linguistica e la conservazione delle pratiche culturali hanno mantenuto viva l’identità collettiva e la memoria del popolo curdo.
Nell’epoca moderna, soprattutto all’inizio del XX secolo, la ridisegnazione del Medio Oriente da parte delle potenze imperiali e regionali portò alla divisione del territorio del Kurdistan in quattro parti, frammentando il popolo curdo tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e, in parte, il Caucaso post-sovietico. Questa divisione scisse non solo i confini, ma anche le strutture politiche, le dinamiche sociali e le strategie nazionali, dando origine a orientamenti politici differenti in ciascuna parte. Le politiche di assimilazione, negazione e annientamento imposte dagli stati formatisi con confini artificiali hanno prodotto meccanismi coloniali di lungo periodo volti a colpire l’identità nazionale curda.
Questa frammentazione ha condotto, nel presente, all’emergere di movimenti politici curdi con paradigmi diversi; tuttavia, i dinamismi fondamentali del processo di costruzione nazionale rimangono una realtà comune in tutte le parti del Kurdistan. Il popolo curdo, stimato oggi intorno ai cinquanta milioni di persone, dispone del potenziale per diventare uno dei principali attori demografici, economici e geopolitici del Medio Oriente qualora persegua un progetto politico comune di unificazione e indipendenza. Dal punto di vista del diritto internazionale, inoltre, il diritto all’autodeterminazione è pienamente legittimo e riconosciuto per tutti i popoli che vivono condizioni coloniali, tra cui il popolo curdo.
L’idea di un Kurdistan indipendente e fondato sull’integrità territoriale deve essere considerata come una fase naturale del processo di formazione nazionale. Negare questa realtà storica e sociale conduce inevitabilmente alcuni ambienti, pur proclamandosi teoricamente marxisti, ad assumere in pratica una posizione social-sciovinista che si integra con le politiche coloniali delle nazioni dominanti. Negare la richiesta di libertà nazionale di un popolo oppresso non rappresenta una postura rivoluzionaria, bensì la riproduzione del sistema esistente.
Il popolo del Kurdistan possiede il diritto di determinare liberamente il proprio destino, un diritto che non deriva da istruzioni esterne ma dalle stesse condizioni storiche e sociali. Le rivendicazioni nazionali non sono il frutto di dogmi, bensì della memoria collettiva, della continuità culturale e della realtà storica. Pertanto, l’esistenza nazionale del Kurdistan e il suo obiettivo di statualità non sono semplici aspirazioni politiche: costituiscono una verità radicata nella continuità storica, nella cultura condivisa e nella memoria sociale.