Aggiornato il 30/10/26 at 09:28 am
di Shorsh Surme —– Israele si trova nuovamente di fronte al rischio di una paralisi politica dopo le elezioni legislative del 28 ottobre 2026. Secondo i risultati provvisori, né il blocco della destra religiosa guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu né lo schieramento di opposizione raccolto attorno a Gadi Eisenkot avrebbero conquistato i 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza nella Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 deputati. Il Paese potrebbe quindi avviarsi verso una complessa fase di negoziati, dalla quale emergono quattro possibili scenari: un governo di unità nazionale, una coalizione dell’opposizione sostenuta dai partiti arabi, un accordo tra Netanyahu e alcune forze avversarie oppure nuove elezioni anticipate.
Giovedì mattina, con oltre il 90 per cento delle schede scrutinate, nessuno dei due principali schieramenti risultava in grado di formare autonomamente un governo. Le profonde divisioni politiche e personali tra i leader rendono difficile individuare una maggioranza alternativa, soprattutto perché diversi partiti hanno escluso durante la campagna elettorale qualsiasi collaborazione con i rispettivi avversari.
La formazione del prossimo esecutivo potrebbe quindi richiedere una revisione degli impegni assunti davanti agli elettori. In assenza di un compromesso, il sistema istituzionale israeliano potrebbe condurre il Paese verso una nuova consultazione elettorale.
Una prima possibilità è rappresentata dalla nascita di un governo di unità nazionale che riunisca il Likud di Netanyahu e il partito centrista guidato da Eisenkot. Una simile soluzione consentirebbe di superare la frammentazione parlamentare, ma incontrerebbe ostacoli politici considerevoli.
Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa israeliane, ha costruito gran parte della propria campagna elettorale sulla necessità di porre fine alla leadership di Netanyahu. Parlando ai sostenitori a Tel Aviv nelle prime ore di mercoledì, ha ribadito la richiesta al premier di ritirarsi dalla vita politica, sostenendo che la fiducia dell’opinione pubblica nei suoi confronti sia ormai compromessa.
Anche Netanyahu ha mantenuto una posizione legata ai tradizionali alleati. Nel discorso pronunciato dopo il voto presso la sede del Likud, ha elogiato i partner della destra religiosa e dei partiti ultraortodossi, esprimendo l’auspicio di formare rapidamente un forte governo di destra.
Per attirare le formazioni centriste, il premier potrebbe essere costretto a ridimensionare il ruolo degli alleati più radicali. Una scelta che rischierebbe tuttavia di compromettere i rapporti politici sui quali ha costruito le precedenti maggioranze.
Il quadro regionale potrebbe influenzare le trattative. Prima delle elezioni, diversi media israeliani e statunitensi avevano riferito di colloqui tra Netanyahu e l’amministrazione americana riguardanti possibili operazioni militari contro obiettivi iraniani.
L’eventualità di un ampliamento del confronto militare regionale potrebbe aumentare le pressioni per la formazione di un governo di emergenza nazionale. Una situazione di grave crisi potrebbe favorire un compromesso tra forze politiche oggi contrapposte, senza tuttavia eliminare le divergenze che ne ostacolano la collaborazione.
Un secondo scenario riguarda la possibilità che Eisenkot riesca a costruire una maggioranza parlamentare attraverso il sostegno dei partiti arabi.
Secondo le proiezioni riportate, le formazioni rappresentative della popolazione araba israeliana potrebbero ottenere complessivamente 19 seggi, grazie anche all’elevata partecipazione elettorale dei cittadini palestinesi d’Israele.
La Lista Araba Unita, conosciuta come Ra’am e guidata da Mansour Abbas, sarebbe accreditata di circa sette seggi, mentre la Lista Unita potrebbe conquistarne dodici.
Abbas ha già manifestato la disponibilità a sostenere una coalizione guidata dall’opposizione. I rappresentanti della Lista Unita avrebbero invece lasciato aperta la possibilità di garantire un sostegno parlamentare esterno, con l’obiettivo di impedire la formazione di un nuovo governo di destra.
La partecipazione dei partiti arabi alla costruzione di una maggioranza rappresenterebbe un passaggio politicamente significativo, ma incontrerebbe resistenze anche all’interno dello schieramento contrario a Netanyahu.
Yair Golan, leader del Partito Democratico, figura tra i principali esponenti politici ebrei favorevoli a una collaborazione con queste formazioni. Rimangono però divergenze profonde sulla gestione della Striscia di Gaza, sulla Cisgiordania e sulle prospettive del conflitto israelo-palestinese.
Tali differenze potrebbero rendere difficile la definizione di un programma condiviso, soprattutto su questioni direttamente collegate alla sicurezza nazionale.
Un terzo scenario prevede che Netanyahu tenti di convincere alcune forze dell’opposizione ad abbandonare lo schieramento contrario al Likud, facendo leva sulle affinità esistenti in materia di sicurezza e politica regionale.
L’attenzione si concentra soprattutto sull’ex primo ministro Naftali Bennett, co-leader dell’alleanza Insieme, e su Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu.
Entrambi condividono diverse posizioni della destra israeliana sui temi della sicurezza, ma hanno condotto la campagna elettorale indicando nella sostituzione di Netanyahu uno dei principali obiettivi politici.