Iraq, Trump ridisegna la presenza americana in Medio Oriente: meno truppe e più influenza diplomatica

Aggiornato il 13/10/26 at 06:20 pm

di Shorsh Surme ———Il presidente americano Donald Trump sembra essere meno interessato alla promozione della democrazia e dei sistemi democratici che alla ricerca di una stabilità immediata, funzionale agli interessi degli Stati Uniti. In quest’ottica si spiegano anche i suoi rapporti con leader autoritari, come il presidente nordcoreano Kim Jong-un. Più che soffermarsi sulle ragioni delle guerre combattute in Iraq, Siria e Afghanistan, Trump appare infatti preoccupato dalle conseguenze e dall’eredità politica lasciata da quei conflitti.
Mentre Washington procede verso una riduzione della propria presenza militare in Medio Oriente, in particolare in Iraq e Siria, la recente dichiarazione dell’inviato speciale Tom Barrack sul social network X assume un significato particolare. Le sue parole sembrano indicare una nuova fase della strategia americana, caratterizzata dal progressivo trasferimento di responsabilità ad altri attori regionali. Alcuni osservatori si interrogano persino sulla possibilità che i recenti problemi registrati nelle reti di comunicazione e telefonia mobile in Iraq e nel resto della regione possano essere collegati a nuove tensioni, tali da richiedere in futuro un rinnovato coinvolgimento statunitense. Al momento, tuttavia, non emergono elementi sufficienti per stabilire un simile collegamento.
Dal punto di vista degli equilibri di potere, l’obiettivo principale di Trump e Barrack sembra essere quello di chiudere definitivamente il capitolo aperto dall’amministrazione di George W. Bush. Questa strategia rischia tuttavia di creare un vuoto che altre potenze potrebbero tentare di colmare. Gli annunci sul ritiro delle truppe americane non rappresentano soltanto una scelta operativa, ma anche il tentativo di correggere quello che l’attuale presidente continua a considerare un errore strategico delle precedenti amministrazioni.
Trump ha più volte definito la guerra in Iraq un «grande errore» e un «disastro», sostenendo al tempo stesso che gli Stati Uniti abbiano infine raggiunto alcuni dei propri obiettivi, in particolare attraverso la sconfitta territoriale dell’ISIS. Un’impostazione che richiama, per certi aspetti, le dinamiche già osservate nel periodo successivo alla lotta contro al-Qaeda. In questa lettura, le responsabilità del lungo coinvolgimento militare americano e dell’instabilità seguita all’invasione del 2003 vengono attribuite principalmente all’amministrazione Bush.
Tuttavia, i riferimenti alla necessità di un assetto istituzionale fondato sul principio di «uno Stato, un unico comando» dimostrano che la questione delle forze armate e degli equilibri interni iracheni resta tutt’altro che risolta. Al contrario, continua a rappresentare uno degli elementi più delicati del quadro politico del Paese.
Il messaggio pubblicato da Tom Barrack su X può essere interpretato come una dichiarazione politica volta a presentare il ritiro delle truppe non come un fallimento o una ritirata, ma come una trasformazione del ruolo degli Stati Uniti nella regione. Quando afferma che Washington «non se ne è andata», ma ha inserito Baghdad, Erbil e i propri alleati regionali in un quadro strategico condiviso, intende sottolineare il passaggio da una presenza militare diretta a una forma di influenza basata sulla cooperazione diplomatica e sulla sicurezza.
L’utilizzo del termine «amico» anziché «protettore» contribuisce a ridefinire l’immagine degli Stati Uniti in Iraq, non più come potenza militare dominante, ma come partner esterno. Parallelamente, il richiamo a «uno Stato e un’unica catena di comando» rappresenta un messaggio a favore della piena subordinazione delle forze armate all’autorità del governo iracheno. Ciò solleva inevitabilmente la questione delle milizie armate e del complesso rapporto di influenza tra Baghdad e Teheran.