Aggiornato il 11/10/26 at 04:51 pm
di Shorsh Surme ———Chiunque abbia creduto che una guerra contro l’Iran potesse essere vinta nell’arco di giorni, settimane o mesi si sbagliava. E si sbaglia altrettanto chi pensa che il conflitto in Medio Oriente sia vicino alla conclusione o a una soluzione definitiva.
Ciò non dipende soltanto dal fatto che il presidente americano, con la sua consueta enfasi, abbia spesso annunciato obiettivi difficilmente realizzabili, come piegare o distruggere l’Iran costringendolo alla resa. Esiste una ragione più profonda: finché Benjamin Netanyahu e il suo governo di coalizione continueranno a perseguire la guerra senza aver raggiunto i propri obiettivi principali, e finché il suo alleato Donald Trump sosterrà questa impostazione, l’Iran e i suoi alleati continueranno a resistere. Non hanno alternative. La guerra li ha posti di fronte a una scelta obbligata: arrendersi oppure continuare a combattere.
Fin dall’inizio, Teheran si era dichiarata disponibile a un compromesso e a una soluzione politica. Tuttavia, a determinare la prosecuzione delle operazioni militari non sono soltanto le posizioni delle parti coinvolte, ma soprattutto il fatto che questa guerra rappresenta l’espressione di un più ampio conflitto regionale e globale.
Il conflitto globale che oggi si manifesta in Medio Oriente non costituisce il primo capitolo di questa sfida. Un precedente fondamentale si è aperto lungo il confine tra Russia e Ucraina, due anni prima dell’esplosione della guerra mediorientale. Sebbene si trattasse prevalentemente di una guerra terrestre, il conflitto ha portato all’occupazione, da parte della Russia, di una consistente porzione del territorio ucraino.
Nonostante l’enorme disparità di forze tra i due eserciti, nessuna delle parti è riuscita a conseguire una vittoria decisiva né nel primo né nel secondo anno di conflitto, e nulla lascia prevedere che ciò possa accadere nel prossimo futuro.
Uno sguardo ai primi giorni della devastante guerra israeliana nella Striscia di Gaza mostra come essa abbia rappresentato il primo capitolo dell’attuale conflitto regionale. Quando i fronti di sostegno non erano ancora stati aperti, l’Occidente riteneva che Israele intendesse condurre una guerra limitata in risposta all’operazione «Alluvione di Al-Aqsa». Tuttavia, con il progressivo emergere delle valutazioni militari e politiche israeliane sulla durata del conflitto, iniziarono ad apparire divergenze sia all’interno di Israele sia tra il governo israeliano e l’amministrazione dell’allora presidente americano Joe Biden.
Fu l’allora ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, a prospettare per primo una guerra destinata a durare mesi, forse addirittura un anno o un anno e mezzo, prima che Israele potesse raggiungere i propri obiettivi di sicurezza nella Striscia di Gaza. Una prospettiva che suscitò sorpresa negli Stati Uniti, chiamati a garantire per un periodo così lungo la copertura politica internazionale di un conflitto destinato a comportare costi umani e diplomatici enormi.
Poiché gli obiettivi della guerra andavano oltre le semplici esigenze di sicurezza, che avrebbero potuto limitare il conflitto alla Striscia di Gaza e a una durata relativamente breve, il confronto si è progressivamente allargato, aprendo diversi fronti attorno a Israele.
È inesatto sostenere che tali fronti si siano aperti contro la volontà di Israele. Lo Stato ebraico era pienamente consapevole delle possibili reazioni delle forze della resistenza regionale e, nonostante le pressioni interne e le aspettative americane legate alle elezioni presidenziali del 2024, ha continuato a ostacolare qualsiasi accordo in grado di porre fine anticipatamente al conflitto.
Una delle prove più evidenti di questa strategia sarebbe rappresentata dalle operazioni di espulsione e dalle pressioni esercitate nei territori palestinesi della Cisgiordania, spesso con il coinvolgimento di gruppi radicali di coloni. Secondo questa interpretazione, l’obiettivo sarebbe quello di collegare lo sfollamento della popolazione di Gaza a quello della popolazione della Cisgiordania, creando le condizioni per l’annessione dei territori palestinesi e per la realizzazione del progetto della cosiddetta «Grande Israele».
Un ulteriore elemento a sostegno di questa tesi emerge dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, all’inizio del 2025. Nonostante le sue iniziali pressioni per favorire accordi sullo scambio di prigionieri e successivi cessate il fuoco sui fronti libanese e di Gaza, Israele ha continuato a perseguire la guerra.
Ciò è avvenuto malgrado i vertici militari e politici israeliani avessero più volte dichiarato di aver raggiunto gran parte dei propri obiettivi di sicurezza. Sul terreno, infatti, la Striscia di Gaza era stata in gran parte distrutta, Hamas aveva subito pesanti perdite nella propria struttura politica e militare e risultati simili erano stati ottenuti contro Hezbollah nel Libano meridionale.
Nonostante ciò, Israele ha scelto di non porre fine al conflitto né a Gaza né in Libano. Al contrario, ha aperto il fronte più delicato e potenzialmente esplosivo: quello con l’Iran.