Iraq, al-Zaidi vuole disarmare le milizie filo-iraniane entro giugno 2027

Aggiornato il 22/09/26 at 04:00 pm

di Shorsh Surme ——–Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi vuole completare entro il 30 giugno 2027 il disarmo delle principali milizie sostenute dall’Iran, mettendo fine all’esistenza di strutture armate capaci di operare autonomamente rispetto allo Stato. Un obiettivo che il capo del governo di Baghdad ha definito una «questione d’onore», al pari della lotta alla corruzione, ma che si scontra con il radicamento politico, economico e militare acquisito negli anni dalle formazioni vicine a Teheran.
In un’intervista al New York Times, al-Zaidi ha illustrato un percorso graduale. La prima fase dovrebbe durare 90 giorni, durante i quali le milizie sospenderebbero gli attacchi ottenendo in cambio garanzie di non essere colpite dalle forze statunitensi. Successivamente dovrebbe iniziare la consegna delle armi, da completare entro la fine di giugno del prossimo anno. Alcune delle formazioni coinvolte chiederebbero invece di rinviare la scadenza alla fine del 2027.
L’obiettivo di Baghdad non sarebbe soltanto raccogliere le armi pesanti, ma eliminare la capacità delle milizie di agire come organizzazioni indipendenti. I combattenti potrebbero entrare individualmente nelle Forze di Mobilitazione Popolare, le PMF, già integrate formalmente nell’apparato di sicurezza iracheno. Le organizzazioni che continuassero a operare autonomamente dopo la scadenza verrebbero invece considerate fuorilegge.
È proprio questa distinzione a rappresentare uno dei nodi più delicati. Le PMF nacquero nel 2014 dalla mobilitazione contro lo Stato Islamico e comprendono formazioni con orientamenti e catene di comando differenti. Una parte delle fazioni più potenti mantiene stretti rapporti con l’Iran e con i Guardiani della Rivoluzione, pur essendo inserita formalmente nelle strutture dello Stato iracheno.
Reuters ha identificato in Kataib Hezbollah una delle principali organizzazioni contrarie al disarmo. Le milizie riunite nella cosiddetta Resistenza islamica in Iraq disporrebbero complessivamente di circa 50mila combattenti, oltre ad armamenti avanzati e importanti interessi economici. Le formazioni più vicine a Teheran subordinano la rinuncia alle armi al ritiro definitivo delle forze statunitensi e alla cessazione di quella che considerano l’influenza politica e militare americana sull’Iraq.
La guerra tra Stati Uniti e Iran ha ulteriormente complicato il quadro. Le milizie sostengono di avere ancora bisogno delle armi per fronteggiare quelle che definiscono «forze di occupazione» e possibili minacce esterne. Gli attacchi contro obiettivi regionali attribuiti alle fazioni irachene hanno contemporaneamente aumentato la pressione su Baghdad. Un recente attacco con droni contro l’oleodotto East-West saudita, ricondotto dalle autorità a territorio iracheno, ha spinto al-Zaidi ad aprire un’inchiesta e a rimuovere il comandante militare della provincia di Maysan.
Il premier deve così mantenere un equilibrio particolarmente difficile tra Washington e Teheran. Gli Stati Uniti sono uno dei principali partner economici e di sicurezza dell’Iraq e l’amministrazione Trump sta facendo pressione affinché Baghdad riduca l’autonomia delle formazioni filo-iraniane. L’Iran, dall’altra parte, conserva una profonda influenza politica e militare nel Paese e rapporti consolidati con una parte importante del sistema sciita iracheno.
La questione non è nuova. Diversi governi iracheni hanno tentato di riportare le armi sotto il controllo esclusivo dello Stato senza riuscire a eliminare le strutture parallele. Le milizie non sono infatti soltanto organizzazioni militari: alcune dispongono di partiti, rappresentanti parlamentari, attività economiche e reti all’interno dell’amministrazione pubblica. Chatham House osserva che il problema centrale per Baghdad rimane proprio l’esistenza di gruppi formalmente collegati alle PMF ma capaci di operare al di fuori della catena di comando governativa.
Alla partita della sicurezza si sovrappone una crisi economica di dimensioni eccezionali. Al-Zaidi ha dichiarato che l’Iraq ha perso circa 60 miliardi di dollari dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran e che le entrate mensili derivanti dalle esportazioni petrolifere sono diminuite di circa il 60 per cento a causa delle forti limitazioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Particolarmente significativa è l’accusa rivolta direttamente a Teheran. Secondo il premier, l’Iran non avrebbe consentito alle petroliere irachene di attraversare Hormuz nonostante i rapporti tra i due Paesi. Al-Zaidi sostiene di avere discusso ripetutamente la questione con gli iraniani senza ottenere concessioni, attribuendo la decisione di Teheran alla volontà di mantenere pressione sul mercato internazionale del petrolio.
La crisi ha accelerato i progetti di Baghdad per ridurre la propria dipendenza dallo stretto. Il governo sta lavorando a rotte alternative verso il Mediterraneo e la Turchia. A luglio Iraq e Siria hanno raggiunto un’intesa, sostenuta dagli Stati Uniti, per riattivare l’oleodotto Kirkuk-Baniyas, destinato a collegare i giacimenti iracheni alla costa mediterranea siriana. Secondo il Dipartimento di Stato americano, il progetto potrebbe raggiungere inizialmente una capacità di trasporto di due milioni di barili al giorno.