Medio Oriente. La crisi tra Iran e Israele oltre lo Stretto di Hormuz

Aggiornato il 13/08/26 at 06:30 pm

di Shorsh Surme –——-L’attuale confronto tra Iran e Israele, sostenuto dagli Stati Uniti, non rappresenta semplicemente un nuovo capitolo del conflitto in Medio Oriente. Nella sua essenza, questa crisi assume i contorni di una svolta storica, un punto di frattura per una regione costretta a navigare attraverso una serie di “stretti”, geografici, ideologici e giuridici.
Sebbene lo Stretto di Hormuz sia il simbolo più evidente di questa costrizione strategica, gli eventi che si stanno sviluppando attorno ad esso trascendono il mero controllo di un passaggio marittimo vitale. Essi incarnano una lotta più ampia sul concetto stesso di Stato e sui limiti dell’ideologia nel plasmare l’ordine regionale.
Storicamente gli stretti sono sempre stati punti di passaggio cruciali, dai Dardanelli e dal Bosforo a Hormuz e Bab el-Mandeb. Ciò che distingue il momento attuale è che lo “stretto” non è più soltanto geografico, ma è diventato anche ideologico. Dalla rivoluzione del 1979, l’Iran ha costruito la propria influenza regionale su una formula che fonde lo Stato con reti ideologiche transnazionali, permettendo al suo progetto politico di oltrepassare la struttura tradizionale dello Stato-nazione e di espandersi attraverso milizie e gruppi armati per procura in molteplici scenari del mondo arabo.
Ma il quadro non si esaurisce qui. Israele, dal canto suo, è intrappolato in un proprio pantano ideologico, segnato dall’ascesa di una corrente politica che considera la superiorità militare e l’espansione territoriale come le principali garanzie di sicurezza. Questa visione, di fatto, riduce ulteriormente le prospettive di una soluzione a due Stati o di un accordo storico stabile con i palestinesi. Una logica che amplia la portata del potere, ma restringe lo spazio politico necessario alla costruzione di un ordine regionale equilibrato e duraturo.
In questo senso lo Stretto di Hormuz diventa la metafora geografica di un conflitto più profondo, nel quale l’idea stessa di Stato rischia di essere soffocata quando viene subordinata a progetti ideologici o espansionistici che trascendono i suoi confini naturali.
Tuttavia l’aspetto più pericoloso della crisi non è forse né militare né geografico, bensì giuridico. La questione centrale riguarda il modo in cui contenere il progetto iraniano, che per decenni si è fondato anche su reti transnazionali e gruppi armati per procura, contribuendo alla destabilizzazione di diversi scenari regionali. La guerra è stata avviata in un contesto caratterizzato da giustificazioni differenti e talvolta contraddittorie, dal contrasto ai gruppi filoiraniani al cambio di regime, fino alla distruzione del programma nucleare. La base giuridica di queste operazioni rimane però controversa, in un momento in cui l’ordine internazionale fondato sulle regole sembra arretrare di fronte alla logica della forza.
Indebolire il progetto iraniano può essere considerato un obiettivo strategico da diversi Paesi della regione, ma un simile risultato appare più stabile ed efficace se perseguito all’interno di un quadro regionale condiviso, che coinvolga le potenze interessate e rispetti le norme del diritto internazionale, piuttosto che attraverso decisioni unilaterali. La storia dimostra che il contenimento dei progetti espansionistici tende a consolidarsi maggiormente quando avviene attraverso equilibri regionali e regole comuni.
Il sistema internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale si fonda sull’idea che le relazioni tra gli Stati debbano essere governate da norme condivise. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a una crescente erosione del rispetto di queste regole, sia attraverso guerre giustificate in nome della sicurezza, sia mediante interpretazioni politiche flessibili del diritto internazionale. Questa erosione diventa ancora più evidente quando la politica estera si trasforma in un’estensione del conflitto interno e le decisioni più importanti vengono prese secondo una logica affrettata e individualistica, che privilegia la contingenza politica rispetto agli equilibri del sistema internazionale.
Eppure un mondo senza regole non è un mondo più sicuro. Nonostante i suoi limiti, il diritto internazionale rimane una delle principali garanzie per impedire che il sistema globale precipiti nel conflitto aperto. Gli Stati di piccole e medie dimensioni vi fanno affidamento soprattutto per tutelarsi dalla logica dell’egemonia esercitata dalle grandi potenze.
In questo contesto complesso emerge un diverso modello di gestione delle crisi. Fin dall’inizio della guerra, l’Arabia Saudita ha privilegiato i principi della statualità, invocando la de-escalation, richiamandosi al diritto internazionale ed evitando retoriche incendiarie o schieramenti impulsivi. Non si è trattato soltanto di neutralità, ma di una valutazione strategica della natura del conflitto.
Le guerre ideologiche sono, per loro natura, guerre di logoramento prolungate, nelle quali tutti finiscono per perdere, seppure in misura diversa. L’abilità politica non consiste necessariamente nel conseguire una vittoria totale, ma anche nel minimizzare le perdite. In questo quadro, gli Stati che hanno mantenuto saldi i principi della statualità, piuttosto che quelli dell’ideologia, sembrano trovarsi nella posizione migliore per attraversare la crisi limitandone le conseguenze.
Quando questa guerra finirà, come molte altre prima di essa, è improbabile che si assista al radicale ridisegno delle mappe previsto da alcuni osservatori. Il Medio Oriente, nella sua lunga storia, ha dimostrato una notevole resistenza ai tentativi di essere rimodellato dall’esterno. Ciò che questa fase potrebbe produrre, con maggiore probabilità, è un consolidamento dei reali equilibri politici della regione, rafforzando quelle realtà storiche e quelle costanti geografiche che tendono a riaffermarsi dopo ogni grande crisi.