100 anni di diniego e inganno: da Losanna a oggi, la prova storica del popolo curdo

Aggiornato il 26/07/26 at 10:42 am

di Hüsamettin Turan——–All’inizio del XX secolo, con il crollo dell’Impero Ottomano, il popolo curdo si trovò di fronte a una delle più grandi trappole politiche della storia, costruita sotto le etichette di “fratellanza musulmana” e “patria comune”. Prima di Losanna, Mustafa Kemal e il governo di Ankara avevano promesso in ogni occasione — dalla Circolare di Amasya ai discorsi nel primo Parlamento — che nelle regioni a maggioranza curda sarebbe stata riconosciuta l’autonomia, che il diritto all’istruzione nella lingua madre sarebbe stato tutelato e che quelle terre erano la patria condivisa di turchi e curdi.
Per contrastare il tentativo britannico di concedere uno status ai curdi dell’Iraq settentrionale, furono inviati telegrammi segreti allo Sceicco Mahmud Barzanji tramite Özdemir Paşa; ancora una volta, sfruttando la fratellanza religiosa, i curdi vennero usati contro gli inglesi. Mentre Barzanji e i curdi che riponevano fiducia in lui attaccavano le truppe britanniche e vedevano i propri villaggi bombardati, alla delegazione di Losanna venivano fatti pervenire telegrammi — attraverso deputati curdi come Hasan Hayri Bey e Yusuf Ziya Bey — che dichiaravano: “Non abbiamo richieste diverse, siamo una cosa sola con i turchi”. Gli intellettuali curdi che avevano previsto il pericolo, come Şerif Paşa, Alişer Bey e Nuri Dersimi, furono invece bollati come “disfattisti” ed emarginati dal gioco politico.
Tuttavia, nel momento stesso in cui il Trattato di Losanna fu firmato, e l’accordo con l’Inghilterra raggiunto, tutte le promesse, i giuramenti di fratellanza e quella falsa alleanza costruita nel corso della storia vennero gettati al vento da un giorno all’altro. Il nuovo regime, fondato anche con il sangue e il sostegno dei curdi, si trasformò in un mostro di Stato‑nazione negazionista e turchista che ignorava il popolo curdo e ne proibiva lingua e identità. Hasan Hayri e Yusuf Ziya Bey, che fino al giorno prima venivano acclamati da Mustafa Kemal e dai deputati per aver difeso la fratellanza turco‑curda dalla tribuna parlamentare, quando compresero di essere stati ingannati e si opposero a quel tradimento, furono mandati al patibolo proprio da quella stessa volontà che li aveva applauditi.
Le giuste rivolte del popolo curdo — a Şeyh Said, ad Ağrı e a Dersim — contro queste politiche sleali di diniego e assimilazione furono represse con massacri di proporzioni genocide: a Zilan e a Dersim centinaia di villaggi vennero bruciati e decine di migliaia di civili, donne e bambini, furono spietatamente massacrati.
A distanza di cento anni, i codici ipocriti, negazionisti e colonialisti dello Stato e della sua mente egemone nei confronti dei curdi non sono cambiati di una virgola. Anche oggi, sotto la copertura del “processo di pace”, si ripetono le stesse stantie favole sulla “fratellanza”, mentre persino le più elementari richieste di diritti umani e culturali dei curdi vengono bollate come “deviazione nazionalista” o “tradimento”.
Chi oggi, dalle proprie comode poltrone, accusa i grandi leader curdi di un secolo fa chiedendo “perché allora non avete preteso uno status e dei diritti”, cade in una profonda ignoranza e ingiustizia storica. Quei leader non erano privi di intelligenza politica: furono vittime di un inganno vile, perpetrato sotto il nome della fratellanza religiosa e di promesse presentate come onorevoli. Spazzare via le verità storiche e incolpare la vittima è un’enorme ipocrisia; coloro che dovrebbero davvero essere giudicati sono quelli che hanno strumentalizzato la sincerità dei curdi per costruire uno Stato fondato sul diniego e sul massacro.