Aggiornato il 02/07/26 at 05:31 pm
di Hüsamettin Turan————-Il Massacro di Madımak, compiuto a Sivas il 2 luglio 1993, in cui 33 scrittori, poeti, artisti e intellettuali furono bruciati vivi, rappresenta la prosecuzione e la trasposizione in epoca contemporanea della storia genocidaria della Repubblica di Turchia. Ridurre l’evento all’esplosione improvvisa di una “folla reazionaria” o attribuirlo a un indistinto vortice di “autori ignoti” significa occultare la realtà: si trattò di un’operazione pianificata e condotta dai servizi di intelligence. Questo massacro si inserisce in un’ingegneria statale di lungo periodo rivolta in particolare contro la direttrice curdo‑alevita, che da Koçgiri a Zilan, da Dersim a Maraş, fino a Malatya e Çorum, costituisce una linea di continuità storica. Numerosi documenti e testimonianze confermano oggi che il Massacro di Sivas fu progettato in specifici centri e messo in atto come una vera e propria “operazione”.
L’obiettivo principale era ricondurre i curdi aleviti sotto l’asse di controllo dello Stato, costringendoli a schierarsi sulla linea kemalista e a contrapporsi alle fazioni “religiose” o “shariatiste”. Si tratta di una strategia che prosegue dagli anni Settanta: i massacri di Maraş, Çorum e Malatya sono anelli della stessa catena. La tragedia di Sivas non fu un’esplosione improvvisa, ma l’attuazione di un piano orchestrato molto tempo prima.
Nonostante tutte le forze di sicurezza monitorassero gli eventi minuto per minuto, non vi fu alcun intervento. In una città come Sivas, le forze militari e di polizia avrebbero potuto sedare i disordini in pochi minuti. Il mancato utilizzo di questa capacità dimostra che il massacro fu deliberatamente lasciato “al suo corso” da una mente superiore. Le testimonianze emerse successivamente confermano questa tesi. La confessione del primo tenente delle Forze per le Operazioni Speciali (Özel Harp), H.Ç., che dichiarò “Madımak lo abbiamo bruciato noi”, rivela che l’evento fu guidato da una squadra organizzata. La sua affermazione — “siamo arrivati in elicottero da Erzincan, ero a capo di una squadra di 25 persone, la prima pietra l’abbiamo lanciata noi e poi ci siamo ritirati” — dimostra concretamente il legame tra questa operazione, lo Stato profondo, il JİTEM e i canali di intelligence.
Sul fronte mediatico dell’eccidio parteciparono anche alcuni ambienti e organi di stampa “di sinistra”. In particolare, il quotidiano Aydınlık e il suo entourage ebbero un ruolo significativo nel plasmare la percezione pubblica dell’epoca, insieme all’Associazione Culturale Pir Sultan Abdal. I discorsi provocatori di alcune figure “intellettuali”, presumibilmente legate all’intelligence, contribuirono a mobilitare la folla radunata davanti all’hotel. Non è un caso che i documenti che attestano come l’unico scrittore famoso sopravvissuto al massacro ricevesse uno stipendio dal MİT siano emersi proprio dopo l’evento. La sua salvezza appare dunque non come una coincidenza, ma come un dettaglio operativo.
Come prosecuzione di questo piano strutturale, l’eccidio di 33 cittadini sunniti nel villaggio di Başbağlar, a Erzincan, il 5 luglio 1993, deve essere interpretato come un ulteriore anello della strategia statale volta a creare un conflitto confessionale. In questo caso fu costruita la percezione che “fossero stati gli aleviti”, con l’obiettivo di spingere le masse sunnite a rifugiarsi sotto l’ala dello Stato e indebolire la solidarietà curdo‑alevita. Considerati insieme, Sivas e Başbağlar mostrano che gli eventi non riguardano solo tensioni confessionali, ma un attacco mirato contro l’identità etnica e la memoria storica.
Un anello ancora più antico di questo scenario è il Massacro di Kızıldere del 30 marzo 1972. L’unico sopravvissuto a quell’operazione è il nipote di Ahmet Kadri, principale pianificatore del Massacro di Koçgiri. Secondo dichiarazioni successive di esponenti del MİT, si sapeva in anticipo che questa persona fosse nascosta nel fienile, il che implica che anche la sua salvezza fosse stata “decisa preventivamente”. La tragedia odierna risiede nel fatto che questa figura sia stata eletta deputato per tre legislature con i voti del popolo curdo e celebrata come presidente onorario di un partito sostenuto da milioni di curdi. Che una persona emersa da massacri, provocazioni e politiche di sterminio sia diventata un simbolo per i curdi è tanto tragico quanto indicativo di una frattura storica sistemica.
Questi scenari sono operativi ancora oggi. Gli apparati di intelligence e di guerra speciale dello Stato continuano a utilizzare gli stessi metodi per frammentare il popolo curdo e mantenere i curdi aleviti nell’orbita del kemalismo. Alcuni sedicenti intellettuali, inseriti nell’operazione sotto la veste di progressisti, continuano a sminuire chi mette in discussione questi massacri e a ignorare la realtà. Eppure la storia è evidente in ogni dettaglio: da Koçgiri a Kızıldere, da Maraş a Sivas, da Başbağlar a Roboskî, tutti questi massacri sono stati pianificati dallo stesso centro, dalla stessa mente, dallo stesso Stato profondo.
Il Massacro di Sivas non fu solo un incendio doloso, ma un’operazione di guerra civile condotta contro la memoria nazionale curda e la socialità curdo‑alevita. L’ostilità sistematica dello Stato verso i curdi aleviti si manifestò in questo evento nella sua forma più cruda. A Sivas non furono bruciate solo vite umane, ma anche la speranza di una convivenza multiculturale e plurireligiosa. Per questo motivo, il Massacro di Sivas non è un “malinteso”, ma una strategia di Stato.
Chi oggi ha paura di esprimere queste verità, le minimizza o rimane in silenzio, è complice di questo crimine. Una vera riconciliazione con il passato è possibile solo nominando correttamente il colpevole: lo Stato turco, i suoi apparati di intelligence, il JİTEM, il Dipartimento di Guerra Speciale e i subappaltatori con sembianze di intellettuali che collaborano con queste strutture.