Aggiornato il 04/06/26 at 08:56 pm
di Shorsh Surme –—-Questa settimana si sono registrati alcuni degli scontri più intensi dall’entrata in vigore del cessate-il-fuoco all’inizio di aprile, con l’Iran che ha lanciato missili e droni contro basi statunitensi nella regione e contro l’aeroporto internazionale del Kuwait.
La contesa per il controllo dello Stretto di Hormuz continua a provocare gravi ripercussioni sui mercati energetici globali e sul traffico marittimo internazionale: Teheran limita il transito commerciale attraverso questa via d’acqua strategica, mentre gli Stati Uniti mantengono un rigido blocco sui porti iraniani.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito gli attacchi reciproci «misure difensive», negando che rappresentino un ritorno alla guerra totale. «Si verificano in risposta alle azioni iraniane», ha dichiarato mercoledì durante un’audizione alla Camera. «Se non avessero sparato contro quelle navi, non avremmo sparato noi. Ma dobbiamo rispondere».
Tuttavia, funzionari statunitensi confermano che la frequenza degli attacchi iraniani sta aumentando la pressione su Trump e sollevando dubbi sulla sostenibilità a lungo termine del cessate-il-fuoco.
Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti continua a sostenere di essere vicino a un accordo che porrebbe fine alla guerra, riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, smantellerebbe il programma nucleare iraniano ed eliminerebbe le scorte di uranio arricchito di Teheran. In un’intervista al New York Post pubblicata mercoledì, ha affermato di non avere fretta di finalizzare l’intesa.
Trump è intervenuto direttamente per fare pressione sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu affinché annullasse un attacco militare pianificato contro Beirut, ritenuto una minaccia ai progressi diplomatici in corso.
Allo scoppio della guerra, il 28 febbraio, Trump e i suoi consiglieri avevano promesso che il conflitto non sarebbe durato più di sei settimane, sottolineando che l’obiettivo era eliminare le minacce nucleari e missilistiche iraniane.
«In quella parte del mondo, un cessate-il-fuoco significa sparare con più moderazione», ha dichiarato mercoledì nello Studio Ovale. Ha poi aggiunto: «Ci vogliono due parti. Li abbiamo colpiti duramente su altri fronti ed è per questo che hanno reagito».
Un funzionario della Casa Bianca ha confermato che Trump preferisce ancora una soluzione diplomatica per porre fine al programma nucleare iraniano, pur avendo tracciato linee rosse invalicabili.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha avvertito mercoledì che eventuali attacchi israeliani contro Beirut porterebbero a un ritorno della guerra su vasta scala, collegando l’esito dello scontro in Libano al futuro del cessate-il-fuoco tra Stati Uniti e Iran.
L’escalation nello Stretto di Hormuz e gli attacchi iraniani contro obiettivi regionali complicano ulteriormente il dilemma diplomatico di Trump: accettare un accordo che non soddisfi pienamente gli obiettivi dichiarati oppure continuare a esercitare pressioni per ottenere condizioni più rigorose, rischiando però di allontanare un’intesa.
Nelle ultime settimane, l’amministrazione ha lavorato a un memorandum d’intesa con l’Iran per definire i temi da negoziare nell’arco di circa 60 giorni.
Venerdì scorso, tuttavia, Trump ha respinto l’ultima proposta iraniana, affermando che Teheran deve compiere concessioni sostanziali fin da subito e non gradualmente. Ha ribadito che nessuna concessione sarà accordata prima che l’Iran ne attui una equivalente.
Teheran, dal canto suo, insiste nel sostenere che non avvierà negoziati sul programma nucleare finché i suoi beni congelati non saranno sbloccati o non riceverà altri benefici finanziari. Chiede inoltre la cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah, richiesta che ha spinto Trump a sollecitare Netanyahu a sospendere gli attacchi pianificati contro Beirut.
Secondo funzionari iraniani, l’esito della guerra ha rafforzato la posizione negoziale di Teheran, che ritiene di poter influenzare contenuti e sequenza dei colloqui.
I colloqui sono ulteriormente complicati dal processo decisionale interno alla leadership iraniana, che richiede diversi giorni per valutare ogni proposta.
Questa settimana Trump ha ammesso che i negoziati intermittenti stanno diventando «estenuanti», mentre vari analisti ritengono che il presidente stia subendo una crescente pressione a causa del deterioramento del quadro diplomatico.
«Sembra essere in una situazione di stallo», ha dichiarato Steven Cook, senior fellow del Council on Foreign Relations. «Gli iraniani stanno dimostrando di essere disposti a sopportare le difficoltà e di non essersi arresi, e questo mette il presidente in una posizione difficile».
Secondo diversi esperti, una rapida fine della guerra sarebbe possibile se Trump accettasse un accordo generale in cui l’Iran si impegna a non sviluppare armi nucleari, rimandando a negoziati successivi le questioni più complesse, come l’arricchimento e le scorte di uranio quasi militare.
Un alto funzionario statunitense conferma che questa sembra essere la direzione verso cui l’amministrazione si sta muovendo: un accordo quadro che preveda la riapertura dello Stretto di Hormuz e la revoca dell’embargo statunitense, in cambio dell’eliminazione delle scorte di uranio altamente arricchito da parte dell’Iran. Il tutto senza una tempistica definita, senza un meccanismo chiaro e senza un impegno immediato a interrompere l’arricchimento per anni.
L’alternativa, secondo il Wall Street Journal, è riconoscere che una rapida fine della guerra non è possibile e che la pressione economica sull’Iran potrebbe richiedere mesi per produrre risultati. Finora, il presidente non ha preso una decisione definitiva, oscillando tra la minaccia di un’ulteriore escalation militare e l’affermazione che un accordo con l’Iran sia imminente.