Aggiornato il 17/05/26 at 12:56 pm
di Giani Sartori ——— Bene o male avevo retto (si fa per dire) i quasi tre anni di genocidio a ritmo serrato di Gaza (e Cisgiordania), con i suoi oltre settantamila morti accertati — ma chissà quanti altri rimangono sotto le macerie o comunque sono periti a causa di ferite e malattie. Con picchi di brutalità e orrore finora mai raggiunti (si veda l’assassinio della piccola Hind Rami Iyad Rajab, di cinque anni, nel gennaio 2024).
Continuavo — seppur a fatica, disgustato — a scrivere di diritti umani violati e ingiustizie perpetrate sui deboli del pianeta: dai Mapuche ai curdi, dagli Adivasi ai Kanaki. E, ovviamente, anche della questione iraniana. Seguivo con particolare attenzione il rosario infinito delle condanne a morte eseguite ai danni delle popolazioni minorizzate (curdi del Rojhalat, beluci…).
Poi la strage disumana di Minab era piombata dal cielo e per oltre un mese non sono — letteralmente — riuscito a scrivere nulla. Tutto appariva inadeguato, insufficiente. Di fronte a un evento di portata incommensurabile, fuori da ogni possibile confronto. Ricordate quel rosario di fosse allineate, gli zainetti…
Prima, dicevo, bene o male ci riuscivo.
Per quanto riguardava l’Iran, avevo un occhio di riguardo per le donne, sia prigioniere politiche che “comuni”. Queste ultime, spesso vittime predestinate del patriarcato, vivevano vicende che iniziavano con il matrimonio forzato e si concludevano con l’uccisione del marito despota (analoghe a quelle — per dirne una — dell’Arabia Saudita, dove secondo Amnesty International solo tra gennaio e settembre 2024 oltre 200 persone erano state giustiziate, compresi minorenni all’epoca del reato). E poi quelle e quelli che morivano in carcere per torture, maltrattamenti, incuria o altro. O che semplicemente venivano massacrati in strada.
Ricordando qualche nome, sia di politici che di “comuni”: le militanti curde Somayeh Rashidi, Hamid Hosseinnezhad Heydaranlou e Asieh Ghavicheshm; le “comuni” Nasrin Barani, Kosar Baghernejad, Mozhgan Azarpisheh; la “sposa bambina” Samira Sabzian (tra le donne giustiziate nel periodo 2010-2021 almeno sei erano “spose bambine”); Hourieh Sabahi (madre di cinque figli); Zahra Bahrami (incarcerata per le proteste del 2009); Reyhaneh Jabbari (giustiziata per essersi difesa da uno stupro); Maryam Karini; Zeinab Khodamorad (affetta da una grave malattia mentale); la militante del PJAK Shirin Alamhooli; i beluci Hadi Arbabi e Mohammad Eshaq Gorgij…
Ovviamente Jina Amini e le decine di vittime durante le proteste per il suo assassinio: a Saqqez, Divandareh, Mahabad, Bukan, Kamiyaran, Ghorveh, Bijar, Tekab.
Ben sapendo che gran parte delle confessioni — in genere l’unica prova a carico dell’imputato — vengono, secondo IHR, estorte con la tortura.
Come nel caso di altri curdi impiccati in maggio (Hedayat Abdollahpour) e in luglio 2020 (Diaku Rasoulzadeh e Saber Shaikh Abdollah) nel carcere di Orumiyeh. Altre esecuzioni di curdi il 30 ottobre 2020 (Yasser Cheshmeh Anvar, Ali Malekzadeh e Zinolabedin Hisseinzadeh). Il giorno prima era toccato a Musa Rahmani.
Ricordando anche il gesto disperato della madre di Hedayat Abdullahpour che, ancora nel luglio 2016, si era cosparsa di liquido infiammabile per immolarsi davanti all’ufficio del governatore di Shenoy.
E ancora: nel gennaio 2018, l’esecuzione di Hekmat Damir (militante del Pejak); paralizzato a entrambe le gambe, era stato trasportato in barella sul luogo dell’esecuzione.
Il militante di Komala Ramin Hossein Panahi venne impiccato il 9 settembre 2018 nel carcere di Raja’i Shahr mentre era in sciopero della fame.
Ma in Iran — e alle donne curde in particolare — succede anche di peggio. Il 14 luglio 2018 veniva rinvenuto il cadavere carbonizzato di Meryem Fereci, studentessa curda di 33 anni, già condannata per aver preso parte alle manifestazioni di protesta e desaparecida da oltre una settimana. Sequestrata e torturata, era stata poi eliminata in una operazione di “guerra sporca” da manuale.
E il 13 novembre 2018 un’altra “sposa bambina” curda, Sharareh Eliasi, veniva giustiziata nel carcere di Sanandaj. A causa della povertà familiare si era dovuta sposare all’età di 15 anni e, durante i due anni di convivenza, l’uomo l’aveva percossa e picchiata continuamente. Lei aveva inoltrato diverse denunce per i maltrattamenti subiti, ma senza alcun risultato. Il marito aveva respinto la richiesta di divorzio, mentre i familiari si erano rifiutati di accoglierla nuovamente. In tribunale aveva accusato del delitto il cognato.
Dato che la giovane era rimasta incinta (ufficialmente per una “relazione con un detenuto”, ma probabilmente violentata dai carcerieri), la sua esecuzione era stata rinviata per consentire la nascita del bambino, nato morto il 30 settembre 2016. Fino al tragico, inesorabile epilogo: il 2 ottobre 2018 la corda del boia pose fine alla breve vita — condita di sofferenza, violenza e umiliazioni — della donna curda Zeinab Sekaanvand.
La strage degli innocenti nella scuola Shajareh Tayyebeh di Minab
Ma se a questo punto qualcuno ritenesse che, in fondo, Trump e il suo socio di maggioranza israeliano, attaccando brutalmente l’Iran, non avessero poi tutti i torti, prenderebbe un abbaglio.
Mi pare evidente che fin dai primi giorni USA e Israele abbiano ampiamente superato quanto perpetrato finora da ayatollah e pasdaran, piazzandosi tra i peggiori criminali di guerra.
In particolare, il bombardamento del 7 marzo 2026 sulla scuola Shajareh Tayyebeh di Minab (provincia di Hormozgan, nell’Iran meridionale) evoca quello di 89 anni fa su Guernica. Così come il genocidio degli Herero in Namibia, la strage di Sharpeville in Sudafrica, quelle di Graziani in Etiopia e di Sabra e Chatila in Libano, Wounded Knee, Sand Creek, Washita…
Dovunque la furia impietosa dei potenti si è scatenata sugli inermi.
Fino a qualche giorno fa si discuteva del quadro omonimo della cittadina basca bombardata a tradimento (Operation Rügen) da aerei tedeschi e — anche se di solito non si dice — italiani, schierati con Francisco Franco contro la Repubblica. Ecco: forse un posto indicato per esporla sarebbero proprio le macerie di quella scuola, dove circa 180 bambine tra i cinque e i dodici anni sono state assassinate dai missili statunitensi.
Chi parla di “errore” o di “danno collaterale” sembra non tener conto che tra Gaza, Cisgiordania e Libano (ma anche con i bombardamenti pakistani in Afghanistan) scuole, ospedali, ambulatori e ambulanze sono stati colpiti con una frequenza e una precisione che non potevano essere casuali. Quanto poi alla famigerata Intelligenza Artificiale (AI), impiegata per colpire la scuola Shajareh Tayyebeh, a questo punto si potrebbe anche cominciare a chiamarla Skynet (quella di Terminator).
Durante i bombardamenti del 28 febbraio sull’intero Iran, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh venne colpita da un missile intorno alle ore 10:00, orario in cui gli iraniani di solito portano i figli a scuola. L’impatto uccise istantaneamente decine di persone all’interno dell’edificio.
L’organizzazione per i diritti umani Hengaw ha calcolato che circa 180 studenti fossero presenti nella scuola al momento, per lo più bambine tra i sette e i dodici anni. L’impatto distrusse oltre metà della struttura, facendo crollare il tetto.
Funerali di massa
Il 3 marzo 2026 l’Iran organizzò un funerale di massa per le studentesse e i membri del personale scolastico rimasti uccisi nell’attacco, con migliaia di persone riunite in una piazza pubblica per rendere omaggio alle vittime.
Oltre che dal governo iraniano, l’attacco venne condannato dall’UNESCO e un rapporto di Human Rights Watch ne analizzò le violazioni del diritto internazionale.
(Segue la parte HRW, già corretta nella punteggiatura e resa più scorrevole, mantenendo fedelmente i contenuti.)
Il commento di Francesca Albanese
A una settimana dalla strage di Minab, Francesca Albanese dichiarò:
“Il regime iraniano è illiberale e brutale, e il popolo iraniano merita la libertà per cui ha combattuto a lungo. Questo non dà alcun diritto agli Stati Uniti o a Israele — le cui politiche in Palestina sono anch’esse illiberali e brutali — di bombardare l’Iran, né ai leader dell’UE di mascherare l’escalation con l’ipocrisia”.
La voce delle prigioniere politiche
Già l’anno precedente (fine giugno 2025) alcune prigioniere politiche di Evin avevano condannato le aggressioni militari israelo-statunitensi.
(Segue il comunicato, corretto nella forma ma invariato nei contenuti.)
Effetti collaterali sui prigionieri politici
Da segnalare poi un pericoloso “effetto collaterale” dei bombardamenti israelo-statunitensi: un ulteriore degrado e inasprimento — sia per ragioni oggettive che per ritorsione — della condizione dei prigionieri politici (isolamento, restrizioni delle visite e dei colloqui con gli avvocati, torture…). Così come un incremento dei processi e delle condanne a morte.
Fino a qualche giorno fa si discuteva del quadro omonimo della cittadina basca bombardata a tradimento (Operation Rügen) da aerei tedeschi e — anche se di solito non si dice — italiani, schierati con Francisco Franco contro la Repubblica. Ecco: forse un posto indicato per esporla sarebbero proprio le macerie di quella scuola, dove circa 180 bambine tra i cinque e i dodici anni sono state assassinate dai missili statunitensi.
Chi parla di “errore” o di “danno collaterale” sembra non tener conto che tra Gaza, la Cisgiordania e il Libano (ma anche con i bombardamenti pakistani in Afghanistan) scuole, ospedali, ambulatori e ambulanze sono stati colpiti con una frequenza e una precisione che non potevano essere casuali. Quanto poi alla famigerata Intelligenza Artificiale (AI), impiegata per colpire la scuola Shajareh Tayyebeh, a questo punto si potrebbe anche cominciare a chiamarla Skynet (quella di Terminator).
Durante i bombardamenti del 28 febbraio sull’intero Iran, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh venne colpita da un missile intorno alle ore 10:00, orario in cui gli iraniani di solito portano i propri figli a scuola. L’impatto uccise istantaneamente decine e decine di persone all’interno dell’edificio.
L’organizzazione per i diritti umani Hengaw ha calcolato che circa 180 studenti fossero presenti nella scuola al momento, per lo più bambine tra i sette e i dodici anni. L’impatto distrusse oltre metà della struttura, facendo crollare il tetto.
Funerali di massa
Il 3 marzo 2026 l’Iran organizzò un funerale di massa per le studentesse e i membri del personale scolastico rimasti uccisi nell’attacco alla scuola di Minab, con migliaia di persone riunite in una piazza pubblica per rendere omaggio alle vittime.
Oltre che dal governo iraniano, l’infame attacco venne condannato dall’UNESCO, e un rapporto di Human Rights Watch (HRW) ne analizzò le violazioni del diritto internazionale.
Un’approfondita analisi è stata condotta da HRW in collaborazione con esperti e strutture investigative dell’organizzazione (si veda il Digital Investigations Lab):
“Si è basata su quattordici video e fotografie pubblicati sui social media e registrati immediatamente dopo l’attacco o durante le operazioni di soccorso, oltre a quattro materiali visivi provenienti dalle cerimonie funebri. Il rapporto è stato integrato da circa quaranta immagini satellitari pubblicamente disponibili raccolte negli ultimi venticinque anni, insieme a ulteriori immagini commerciali acquisite dopo l’attacco che mostrano il sito colpito e il vicino cimitero dove le vittime sono state sepolte. Oltre alle evidenze fotografiche e satellitari, dichiarazioni della Mezzaluna Rossa iraniana e di funzionari governativi di Iran, Israele e Stati Uniti, insieme a rapporti di media indipendenti, sono stati presi in considerazione per ottenere ulteriori dettagli sull’attacco.”
Secondo le ricostruzioni, l’attacco alla Shajareh Tayyebeh Primary School, situata in prossimità del complesso del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) a Minab, è avvenuto con una serie di esplosioni che hanno interessato almeno otto edifici direttamente, inclusa la scuola stessa. Le immagini satellitari e i video verificati hanno mostrato crolli parziali del tetto, colonne di fumo e danni consistenti ad altre strutture, tra cui la clinica del complesso, evidenziando gli effetti di un attacco su larga scala che non ha tenuto conto della presenza di civili.
La distribuzione dei punti d’impatto e le tracce lasciate dalle munizioni hanno indicato l’uso di ordigni guidati di alta precisione, diretti verso edifici specifici, e non il risultato di errori o malfunzionamenti.
Le conseguenze umane dell’attacco hanno riguardato principalmente bambini e personale scolastico. Le fonti indicate da HRW hanno confermato almeno 168 vittime, di cui circa 48 bambini, e decine di feriti. La documentazione fotografica e video ha mostrato corpi tra le macerie, ambulanze in arrivo e operazioni di soccorso immediato, mentre il cimitero di Minab ha registrato scavi rapidi di numerose fosse, alcune scavate con macchinari pesanti, per accogliere le vittime. La verifica dei nomi disponibili ha permesso di identificare solo in parte alunni, insegnanti e alcuni membri del personale scolastico coinvolti.
La gravità dell’accaduto è ancora più evidente dall’analisi delle modifiche strutturali precedenti alla scuola, come la costruzione di un muro divisorio e di un ingresso indipendente, che avevano di fatto separato la struttura dalle aree adibite a operazioni militari. L’uso di percorsi separati e l’assenza di presidi militari nella scuola indicavano chiaramente che essa non svolgeva funzioni operative, rendendola quindi una struttura civile. La mancanza di preavviso, unita alla natura non militare dell’edificio, ha contribuito ad aumentare la mortalità dell’attacco.
I tentativi di HRW di ottenere risposte dalle autorità militari dei paesi coinvolti sono stati elusi o ignorati, creando un’assenza di responsabilità.
L’insieme delle evidenze indica un attacco con ordigni ad alta precisione che ha colpito edifici civili e causato perdite umane significative, configurando potenziali violazioni delle norme internazionali sui conflitti armati. Anche qualora la scuola avesse ospitato attività militari, sono infatti vietati gli attacchi contro obiettivi militari se il danno previsto ai civili è sproporzionato rispetto al vantaggio militare atteso. L’analisi delle esplosioni e delle conseguenze umane suggerisce la necessità di indagini indipendenti per accertare responsabilità e potenziali crimini di guerra.
Il commento di Francesca Albanese
A una settimana dalla strage di Minab, Francesca Albanese dichiarò:
“Il regime iraniano è illiberale e brutale, e il popolo iraniano merita la libertà per cui ha combattuto a lungo. Questo non dà alcun diritto agli Stati Uniti o a Israele — le cui politiche in Palestina sono anch’esse illiberali e brutali — di bombardare l’Iran, né ai leader dell’UE di mascherare l’escalation con l’ipocrisia.”
La voce delle prigioniere politiche
Già l’anno scorso (fine giugno 2025) perfino alcune prigioniere politiche di Evin avevano condannato le aggressioni militari israelo-statunitensi.
In un comunicato, Varisheh Moradi, Sakineh Parvaneh, Reyhaneh Ansari e Golrokh Iraee avevano dichiarato:
“Noi condanniamo l’attacco contro l’Iran, il massacro di civili e la distruzione di infrastrutture del paese per mano del regime sionista e dei suoi alleati statunitensi, così come condanniamo gli altri crimini commessi nel mondo e nel Medio Oriente. Condanniamo senza equivoci ogni individuo, gruppo o corrente politica che sostiene Israele o si appoggia alla sua potenza distruttrice. Un tale sostegno rappresenta un marchio di vergogna e di corruzione morale. La liberazione del popolo iraniano dalla dittatura che regna nel nostro paese non avverrà che attraverso la lotta di massa e la forza delle componenti sociali, e non per intervento straniero.”
Una dichiarazione che acquista particolare significato se pensiamo che una delle firmatarie, Varisheh Moradi — già combattente contro Daesh in Siria — è stata condannata a morte in quanto esponente della Comunità delle Donne Libere del Kurdistan Orientale (KJAR). Un’altra prigioniera curda, Sakineh Parvaneh, arrestata durante le manifestazioni per Jina Amini, è stata condannata a sette anni. Reyhaneh Ansari, militante sindacale, è stata condannata a quattro anni; Golrokh Iraee, scrittrice, è stata ugualmente arrestata per le proteste.
Effetti collaterali sui prigionieri politici
Da segnalare poi un pericoloso “effetto collaterale” dei bombardamenti israelo-statunitensi: un ulteriore degrado e inasprimento — sia per ragioni oggettive che per ritorsione — della condizione dei prigionieri politici (isolamento, restrizioni delle visite e dei colloqui con gli avvocati, torture…). Così come un incremento dei processi e delle condanne a morte.