Libano. Fuori dalle trattative: l’errore politico che ha indebolito i negoziati

Aggiornato il 15/04/26 at 05:08 pm

di Shorsh Surme –—–L’opportunità di negoziare a Islamabad non è svanita semplicemente perché gli americani non volevano una soluzione equa e logica, né perché Israele ha deciso di continuare la guerra. E la situazione non è degenerata soltanto per la linea dura adottata dagli iraniani. Tutti questi sono fattori reali, ma la verità più dura è un’altra: le stesse autorità libanesi, rappresentate dal presidente Joseph Aoun e dal primo ministro Nawaf Salam, si sono mosse esattamente nella direzione funzionale agli interessi di Stati Uniti e Israele.
In questo modo, il Libano è stato rimosso dal cuore del negoziato, privato del suo peso contrattuale e trasformato da ostacolo strategico in una questione isolata, debole e vulnerabile.
Non si tratta della deduzione di un osservatore esterno. Mohammad Marandi, esperto di strategia e membro della delegazione negoziale iraniana, ha chiarito che Teheran non si è recata a Islamabad per accettare un accordo a qualsiasi costo, ma per dimostrare serietà diplomatica mantenendo una posizione ferma. Secondo Marandi, la posizione ufficiale libanese ha consentito ad americani e israeliani di minare l’equilibrio dei negoziati.
Lo ha affermato senza ambiguità: «Non c’è dubbio che il Libano rappresenti un problema fondamentale nei negoziati, dopo le azioni irresponsabili del Primo Ministro libanese». Un giudizio che non può essere liquidato con leggerezza. Non si tratta di un’impressione, ma dell’indicazione di un vero ostacolo negoziale. Definendo il Libano un “problema fondamentale”, Marandi punta il dito non solo sulla distruzione del Paese, ma anche sulla posizione ufficiale libanese, che ha impedito l’inclusione della questione nel quadro complessivo delle trattative.
La logica pakistana che aveva favorito i colloqui era chiara: gli Stati Uniti volevano riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre l’Iran possedeva ancora questa leva strategica. Allo stesso tempo, la guerra in Libano esercitava una pressione morale e politica su Teheran e sull’intera regione. Le due questioni potevano dunque essere collegate: un impegno serio su Hormuz in cambio di un impegno altrettanto serio per fermare la guerra in Libano. Non un’idea romantica, ma la logica fredda della negoziazione.
Le autorità libanesi hanno però fatto l’opposto. Invece di comprendere che la loro forza risiedeva nell’essere parte di un’equazione regionale, hanno trattato la crisi come un dossier separato. È qui che si è consumato l’errore decisivo. Quando Washington ha capito che Beirut non intendeva collegare i due piani, ha potuto imporre una nuova linea: prima Hormuz, poi eventualmente il Libano.
In altre parole: consegnare la carta strategica senza ottenere nulla in cambio sulla guerra. Un risultato che riflette una scelta politica precisa.
La dichiarazione di Marandi assume così il valore di una vera accusa. Non attribuisce la responsabilità esclusivamente a Israele o agli Stati Uniti, ma individua nel comportamento del governo libanese il nodo centrale della crisi negoziale. Quando si possiede una leva come Hormuz e dall’altra parte esiste un conflitto aperto e sanguinoso, la regola è mantenerli intrecciati. Separarli significa indebolire la propria posizione.
Questo spiega anche l’imbarazzo crescente del negoziatore iraniano. In patria, le pressioni non mancavano. L’establishment religioso è intervenuto con forza, seppur in modo indiretto. Il Grande Ayatollah Sheikh Nasser Makarem Shirazi ha avvertito che «qualsiasi compromesso con l’aggressore non farà che accrescerne l’arroganza», esortando le istituzioni iraniane a sostenere il popolo libanese.
Il messaggio era chiaro: non trasformare la diplomazia in un alibi per prolungare la guerra.
Nel frattempo, le azioni israeliane confermavano questo scenario. Gli attacchi su Beirut, con circa 1.500 tra morti e feriti secondo dati ufficiali, non indicavano alcuna volontà di de-escalation. Ancora più significativo l’attacco contro l’apparato di sicurezza libanese, con quasi 13 vittime: un segnale che anche le istituzioni statali erano diventate bersagli.
Israele, in sostanza, non stava cercando di chiudere il conflitto, ma di gestirlo e intensificarlo da una posizione di forza.
In questo contesto, la leadership libanese avrebbe dovuto preservare il legame tra i diversi dossier negoziali. Se Washington puntava su Hormuz e Teheran condizionava ogni concessione alla fine delle ostilità in Libano, l’interesse nazionale era evidente: mantenere quella connessione. È accaduto invece il contrario.
Joseph Aoun e Nawaf Salam non sono quindi semplici spettatori dello stallo, ma attori della sua costruzione.
Il problema non è soltanto l’incapacità di proteggere il Paese. È una responsabilità politica più profonda: aver facilitato la separazione tra lo Stretto di Hormuz e la guerra in Libano, permettendo agli Stati Uniti di negoziare su un piano isolato e a Israele di proseguire le operazioni senza pagare un costo strategico.
Questo è il nodo centrale. Quando si rimuove la guerra dal quadro negoziale che potrebbe imporre un prezzo all’avversario, non si difende il proprio Paese: lo si priva del suo potere.