Aggiornato il 15/04/26 at 04:57 pm
di Husamettin TURAN ——Le operazioni Enfal non rappresentano soltanto una campagna militare collocata in un preciso momento storico; costituiscono un processo sistematico di annientamento diretto contro l’esistenza, la memoria e il futuro di un popolo. Sotto il regime di Saddam Hussein, soprattutto alla fine degli anni ’80, questo processo raggiunse il suo apice: centinaia di migliaia di civili curdi furono presi di mira, e anziani, donne e bambini vennero inclusi in una repressione totale, deportati con la forza, sottoposti a esecuzioni di massa e sepolti in fosse comuni nei deserti di Mosul. Non si tratta di una conseguenza inevitabile della guerra, ma dell’espressione di una politica deliberata e pianificata di distruzione.
Nel diritto internazionale, il concetto di genocidio è definito con chiarezza dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Gli atti compiuti con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico o nazionale rientrano pienamente in questa definizione. Durante il processo Enfal, le deportazioni sistematiche dei villaggi, la scomparsa collettiva dei civili e gli attacchi chimici — come il massacro di Halabja — coincidono in modo evidente con gli elementi costitutivi del genocidio. Per questo motivo, diversi parlamenti europei e numerosi attori internazionali hanno riconosciuto apertamente Enfal come un genocidio.
Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, è l’assenza di un riconoscimento coerente e universale a livello globale. Il silenzio della maggior parte dei paesi a maggioranza musulmana non è soltanto una scelta diplomatica: rivela una profonda contraddizione politica e morale. In una regione in cui si evocano con frequenza concetti come “umma”, “fratellanza” e “destino comune”, l’indifferenza verso la devastazione subita dai curdi mina la credibilità di tali discorsi. Quando si tratta dei curdi, sembra che valori universali, sensibilità umana e diritto di vicinato vengano sospesi — una percezione radicata nell’esperienza storica.
Questo silenzio non riguarda solo i governi, ma si estende anche alle società e agli ambienti intellettuali. Una parte significativa dei settori secolari della regione non è riuscita a sviluppare un’empatia adeguata verso il trauma profondo vissuto dai curdi, né a costruire un linguaggio simbolico di cordoglio o solidarietà. Eppure, anche il più piccolo gesto umano, di fronte a crimini di tale portata, può avere un significato enorme per le comunità colpite. Questa mancanza non è soltanto un vuoto politico: rivela i limiti della coscienza collettiva.
Le sofferenze dei curdi non appartengono al passato; continuano a essere percepite, trasmesse e interiorizzate come parte di una memoria collettiva viva. Le fosse comuni, i familiari scomparsi, i villaggi svuotati e le famiglie distrutte sono le tracce concrete di questa memoria. A ciò si aggiunge il sentimento di non essere riconosciuti, di essere ignorati e lasciati soli, che aggrava ulteriormente il trauma. La questione, dunque, non riguarda soltanto la distruzione fisica, ma anche l’atteggiamento umano e morale mostrato — o non mostrato — di fronte a tale distruzione.
La fratellanza non si costruisce con le parole. Acquista significato quando il dolore viene condiviso, il lutto riconosciuto e si manifesta almeno una solidarietà silenziosa. La frattura storica vissuta dai curdi rende evidente la distanza tra parola e azione. Ciò che si attende, prima ancora di grandi mosse politiche, è un gesto umano semplice ma profondo: vedere, riconoscere e condividere il dolore. Quando questo non avviene, ciò che rimane sono parole vuote che risuonano nel vuoto e un risentimento che si approfondisce sempre di più.