Aggiornato il 09/04/26 at 02:32 pm
di Husamattin TURAN——–La storia del mondo moderno, soprattutto negli ultimi centocinquant’anni, si è definita attraverso una trasformazione radicale del rapporto dell’essere umano sia con il trascendente (Dio, il sacro, l’autorità metafisica) sia con la propria ragione. Questa trasformazione ha generato, da un lato, strutture ideologiche e teocratiche che affermano di agire “in nome di Dio” e, dall’altro, sistemi secolari-totalitari che, negando Dio, hanno finito per assolutizzare l’uomo stesso. Queste due tendenze, pur apparendo opposte, condividono in realtà una medesima pretesa ontologica: il possesso della verità assoluta e il diritto a un intervento illimitato.
In questo quadro, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale devono essere interpretate non solo come conflitti tra Stati, ma anche come punti di rottura storici in cui l’essere umano si è posto come soggetto quasi divino. Le ideologie totalitarie, fondate tanto su riferimenti religiosi quanto su dogmi secolari, hanno agito con la pretesa di ricostruire l’individuo e la società, producendo distruzioni di massa e una profonda crisi ontologica dell’umanità.
Oggi assistiamo a un nuovo paradigma di conflitto che non si manifesta più nella forma classica della guerra mondiale, ma ne rappresenta una continuazione sotto altre modalità. La letteratura contemporanea lo descrive come un insieme di “guerre per procura” (proxy wars) e di “guerra ibrida”. In questo contesto, la guerra non è più confinata a fronti definiti, ma si sviluppa come una sequenza di conflitti frammentati, intermittenti e controllati nel tempo. La progressiva dissoluzione dei confini tra ambito civile e militare ha trasformato l’“ingegneria sociale” in uno strumento strategico del conflitto. Di conseguenza, la guerra non si limita alla distruzione fisica, ma diventa un mezzo di riconfigurazione mentale, culturale e psicologica.
Uno degli strumenti principali di questa nuova forma di guerra è il “clima della paura”. La paura si colloca al centro delle tecniche moderne di potere, funzionando come meccanismo fondamentale per orientare i comportamenti individuali e collettivi. Un aspetto cruciale è la riorganizzazione gerarchica della paura: gli individui vengono concentrati sulla minaccia più grande (come la distruzione totale o la guerra globale), diventando progressivamente insensibili a minacce minori ma persistenti. Questo produce una falsa percezione del coraggio, poiché ciò che viene superato non è la paura in sé, ma la sua scala relativa. Di conseguenza, né i vincitori né i vinti riescono a preservare la soglia psicologica prodotta dalla guerra.
L’“età della ragione”, modellata dal pensiero illuminista, si fondava sulla fiducia nella capacità razionale dell’uomo e nel progresso etico. I pensatori di quel periodo sostenevano che il bene potesse prevalere solo se sostenuto da una forza almeno equivalente a quella del male. La successiva “età dell’informazione” ha invece attribuito alla conoscenza un valore etico, ipotizzando che un sapere fondato su principi e moralità potesse nutrire il bene. Tuttavia, l’attuale “era digitale” mette in crisi tali presupposti ottimistici: invece di democratizzarsi, la conoscenza si è spesso trasformata in uno strumento di manipolazione, disinformazione e sorveglianza.
In questo scenario, la letteratura riacquista una funzione cruciale non solo come forma estetica, ma come risposta alla crisi ontologica dell’umanità. Louis Aragon suggerisce che, quando l’essere umano viene degradato e privato della sua dignità, la poesia diventa una forma di resistenza. La narrazione e la poesia non servono a estetizzare la caduta dell’uomo, ma a renderla visibile e comprensibile.
Allo stesso modo, Jorge Luis Borges, nella sua Storia universale dell’infamia, rivela il lato oscuro della storia umana attraverso brevi racconti. Il suo approccio mostra che il male non è un’eccezione, ma una condizione ricorrente dell’umanità. In questo senso, la letteratura diventa un archivio alternativo della realtà storica, capace di registrare verità etiche ed esistenziali che sfuggono alle narrazioni ufficiali.
Le forme moderne e postmoderne della guerra non possono essere spiegate unicamente attraverso strategie militari. Esse sono profondamente connesse al modo in cui l’essere umano si definisce, al suo rapporto con la conoscenza e ai meccanismi di governo basati sulla paura. Per questo motivo, la questione fondamentale del nostro tempo non è più “chi ha ragione?” o “chi è più forte?”, bensì: “in cosa si sta trasformando l’essere umano?”. Questa domanda continua a costituire il nucleo centrale non solo della scienza politica e delle relazioni internazionali, ma anche della filosofia e della letteratura.