Usa. Congresso diviso sulle minacce di Trump all’Iran: timori di crisi umanitaria e violazioni del diritto internazionale

Aggiornato il 23/03/26 at 06:56 pm

di Shorsh Surme –——Mentre si avvicina la scadenza fissata dal presidente statunitense Donald Trump per la riapertura completa dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, al Congresso americano si intensifica il dibattito sulle sue minacce di colpire le centrali elettriche iraniane. Crescono infatti gli avvertimenti sulle possibili gravi ripercussioni umanitarie e legali.
Diversi parlamentari hanno criticato tali dichiarazioni, sostenendo che la loro eventuale attuazione potrebbe configurarsi come un crimine di guerra, alla luce dei danni estesi che colpirebbero la popolazione civile: dalla chiusura degli ospedali alla carenza d’acqua, fino al deterioramento degli alimenti.
In questo contesto, la deputata democratica Yasmin Ansari, unica membro del Congresso di origine iraniana, ha definito le parole di Trump “tiranniche”, accusandolo di voler “distruggere un intero Paese”. In un post su X, ha affermato che la retorica statunitense è passata dal sostegno ai manifestanti iraniani alla minaccia di crimini di guerra contro il popolo iraniano.
Anche il deputato democratico Ro Khanna ha avvertito che bombardare indiscriminatamente le centrali elettriche violerebbe i principi fondamentali del diritto bellico, in particolare quelli derivanti dalle Convenzioni di Ginevra e dai Protocolli aggiuntivi. Ha sottolineato come la maggior parte di queste infrastrutture costituisca obiettivi a duplice uso, con funzioni sia civili sia militari, e che il loro attacco sia soggetto a condizioni molto rigide secondo il diritto internazionale umanitario.
Khanna ha inoltre evidenziato che un simile attacco provocherebbe interruzioni di corrente negli ospedali e gravi disservizi nell’approvvigionamento idrico, aggravando ulteriormente le sofferenze della popolazione civile. Ha ribadito che l’attuale escalation rischia di sfociare in una catastrofe umanitaria in Iran e, al contempo, di rafforzare il sostegno interno al regime, esortando quindi l’amministrazione statunitense a invertire la rotta.
Lo stesso Khanna, insieme al deputato repubblicano Thomas Massie, aveva presentato una risoluzione per limitare l’autorità del presidente nel lanciare attacchi militari senza l’approvazione del Congresso, ma la proposta non è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti. Un’iniziativa analoga, guidata dal senatore Rand Paul, non ha ottenuto il via libera nemmeno al Senato.
In un quadro più ampio, il senatore democratico Chris Murphy ha interpretato le minacce di Trump come il segnale di una “perdita di controllo sull’andamento della guerra”, osservando che le sue politiche hanno contribuito all’aumento dei prezzi del petrolio, alla chiusura dello Stretto di Hormuz e all’intensificarsi delle tensioni regionali, inclusa l’escalation tra Israele e Libano.
Nel frattempo, il senatore repubblicano Lindsey Graham ha continuato a invocare una maggiore escalation, proponendo la conquista di un’isola iraniana e paragonandola all’occupazione americana di Iwo Jima durante la Seconda Guerra Mondiale. La proposta ha suscitato critiche anche all’interno del suo stesso partito: la deputata Anna Paulina Luna ha replicato affermando che tali dichiarazioni sminuiscono il valore delle vite dei soldati americani, richiamando le pesanti perdite subite dagli Stati Uniti in quella battaglia.
Nonostante le crescenti critiche all’interno del Partito Democratico e la crescente preoccupazione dell’opinione pubblica per le conseguenze del conflitto, il Congresso rimane diviso. Non è stato ancora raggiunto un consenso sulla richiesta dell’amministrazione Trump di circa 200 miliardi di dollari di finanziamenti aggiuntivi per le operazioni militari contro l’Iran.