Aggiornato il 18/03/26 at 01:52 pm
di Shors Surme –——-Incoraggiato dal successo in Venezuela e dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni” tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran nel luglio 2015, il presidente americano Donald Trump ha compiuto un passo che i suoi predecessori avevano sempre cercato di evitare e contro il quale gli alleati del Golfo lo avevano ripetutamente messo in guardia: scivolare in una guerra su vasta scala con l’Iran. A spingerlo in questa direzione sono state anche le pressioni costanti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dei suoi sostenitori a Washington, in particolare tra i repubblicani più intransigenti, che consideravano l’escalation un passaggio inevitabile e atteso da tempo.
Se Donald Trump fosse stato realmente preoccupato per il popolo iraniano, massacrato nel gennaio 2026, sarebbe intervenuto senza lasciarsi trascinare dai toni più guerrafondai di Benjamin Netanyahu. Un intervento mirato avrebbe potuto avere come obiettivo principale la protezione degli iraniani, soprattutto dei giovani, oltre trentamila dei quali sarebbero stati uccisi secondo diverse fonti.
Invece, le sue priorità sembravano essere altre: da un lato l’interesse per il petrolio iraniano, dall’altro l’influenza esercitata da alcune lobby filo-israeliane negli Stati Uniti, con cui Trump intratteneva rapporti politici e personali. Questo ha contribuito a orientare le sue scelte più verso considerazioni strategiche ed economiche che verso la tutela della popolazione iraniana.
Trump sembrava convinto che anche questo conflitto si sarebbe trasformato in una dimostrazione rapida e decisiva della potenza americana, che a suo avviso era stata indebolita sotto il suo predecessore, Joe Biden. Paladino della formula “pace attraverso la forza”, era alla ricerca di un nuovo successo da aggiungere al proprio curriculum di politica estera, un risultato che mostrasse la sua capacità di rimodellare il Medio Oriente. Il Medio Oriente è effettivamente cambiato, ma in modi che non aveva né previsto né desiderato.
La pianificazione approssimativa, gli obiettivi poco definiti, l’assenza di una chiara strategia di uscita e la sottovalutazione della natura del regime iraniano e della sua capacità di rispondere su larga scala — inclusa la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz — hanno trasformato la guerra da dimostrazione di forza a una probabile battuta d’arresto strategica. Il primo errore di Trump è stato forse quello di non comprendere che, se Teheran si fosse percepita minacciata a livello esistenziale, qualsiasi apertura al negoziato sarebbe stata soppiantata dall’istinto di sopravvivenza. L’Iran non avrebbe mai risposto a richieste di “resa incondizionata”, né avrebbe accettato dichiarazioni pubbliche secondo cui Washington avrebbe dovuto determinare il futuro politico del Paese e la successione alla sua leadership. Tali affermazioni potevano funzionare mediaticamente, ma hanno chiuso lo spazio politico necessario a entrambe le parti per allentare le tensioni e salvare la faccia davanti alle rispettive opinioni pubbliche.
Dopo che Trump dichiarò di voler avere un ruolo nella scelta del prossimo leader iraniano, Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah Khamenei, fu eletto nuova Guida Suprema e rilasciò una dichiarazione in cui prometteva un’ulteriore escalation. Così, mentre la guerra entra nella sua terza settimana, una via d’uscita dal conflitto appare ancora irraggiungibile.
Il secondo errore è stato quello di entrare nel conflitto senza obiettivi chiari e realistici, direttamente collegati agli interessi nazionali degli Stati Uniti. Trump ha inizialmente invocato un cambio di regime e incitato il popolo iraniano alla rivolta, per poi fare marcia indietro e concentrarsi sul programma missilistico balistico iraniano, sulla sua potenza navale e sul sostegno ai gruppi filo-iraniani nella regione. Tuttavia, questi obiettivi non appaiono proporzionati e, secondo le valutazioni delle agenzie di intelligence e le dichiarazioni dei membri del Congresso che hanno partecipato ai briefing riservati dell’amministrazione, non rappresentano una minaccia imminente per gli Stati Uniti.
Il terzo errore è stato quello di non fornire una giustificazione chiara all’opinione pubblica americana. Così facendo, l’amministrazione ha perso la fiducia di una parte significativa della sua base elettorale, compresi settori del movimento MAGA, accentuando le divisioni tra gli elementi più filo-israeliani e coloro che si oppongono alla perdita di vite americane e allo spreco di risorse in conflitti percepiti come funzionali agli interessi di un altro Paese. Queste fratture potrebbero non avere conseguenze dirette su Trump, che non si ricandiderà, ma influenzeranno senza dubbio la strategia elettorale del suo successore. È probabile che alcuni di questi dibattiti emergano nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato.